mercoledì 28 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La Casa della Cultura del Ponte di Mezzo

Nell’anno dell’alluvione frequentavo la Casa della Cultura del Ponte di Mezzo, una grande costruzione con un vasto giardino sul retro. Come tutte le case del popolo di quegli anni, ospitava le sezioni dei partiti di sinistra. Il segretario della sezione comunista si chiamava Mauro  Sbandati; era un timido spilungone e faceva il bidello in una scuola. Lo ricordo come un brav’uomo. Nei primi mesi del 1966 ebbi uno scontro con la redazione cittadina dell’Unità, che si era impegnata a fare un’inchiesta su un malaffare che avevo scoperto. Ma il caporedattore, alle prime reazioni dei malaffaristi, per quieto vivere, aveva rinunciato a proseguire e mi aveva scaricato. Mauro Sbandati mi accompagnò in via del Giglio ad affrontarlo. Durante la discussione quel sedicente giornalista, con gli occhietti cattivi in una faccia molle come il gorgonzola, si fece assistere da due suoi discepoli, uno per lato, e ripeté cento volte che l’ordine di non fare più l’inchiesta era venuto da Roma. La Casa della Cultura, assieme alla chiesa della Beata Vergine Maria (con annesso cinema parrocchiale), all’altro capo della lunga via Carlo del Prete, era l’unico punto d’incontro per gli operai e i piccoli impiegati del quartiere. Invece si incontravano sotto gli alberi di un piccolo giardinetto alcune decine di italiani che, alla fine della guerra, erano stati cacciati dalla Grecia, dove erano emigrati da generazioni. In quel tempo, sparsi in varie città italiane, c’erano migliaia di profughi italo-greci. Rimasero riconoscibili ancora per qualche anno, finché non si fusero con il resto della popolazione. Nella nostra vita di allora era molto presente la guerra americana contro il Vietnam, che nel 1966 aveva toccato forse il suo momento più tragico. In tutto il mondo milioni di persone manifestavano la loro protesta. Le foto della guerra pubblicate dai giornali avevano la grandiosa drammaticità degli antichi quadri della crocifissione. Nel novembre del 1965 avevo partecipato a una notte di veglia per il Vietnam al teatro Adriano di Roma, assieme a uomini politici, attori, cantanti e scrittori (ricordo Alfonso Gatto e Carlo Levi). Erano tutti animati da una sincerità e da un sentimento profondo che oggi è quasi impossibile trovare nei protagonisti della vita pubblica. In quella primavera, io, ancora un po’ inebriato dall’atmosfera dell’Adriano, proposi ai compagni del Ponte di Mezzo di fare un digiuno di qualche giorno per testimoniare la nostra partecipazione alle sofferenze del popolo vietnamita. Gli operai della sezione considerarono con ironia e scetticismo quella proposta da studente liceale, e oggi, dopo tanto tempo, sorrido anch’io di me stesso; ma nel gruppo c’era un operaio, Sergio Lagomarsino, che era un comunista mistico e appoggiò subito  l’idea del digiuno. Sergio era un giovanotto grande e calmo di 29 anni, con uno sguardo ironico e malinconico. Nel nostro gruppo aveva una autorevolezza indiscussa perché sapeva sviscerare ogni argomento mettendone in luce gli aspetti più umani. Non tutti si lasciavano convincere dai suoi slanci sentimentali, anzi parecchi ne diffidavano (tra gli altri, tre giovani sorelle operaie, ciascuna diversissima dalle altre, che marciavano però sempre insieme, come i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua), ma non trovavano argomenti per opporsi alle visioni di Sergio. Alla fine fu deciso di fare un digiuno di tre giorni, dormendo nel salone della Casa della Cultura. Parteciparono quattro persone: Sergio e la moglie Valeria, Peparini, un operaio allegro e disponibile, ed io.  Eravamo solo quattro, ma mandammo un comunicato ai giornali e invitammo tutti a partecipare all’ultima serata di dibattito. Vennero molti cattolici, specialmente della comunità di Don Luigi Rosadoni, della Nave a Rovezzano. Venne anche qualche mio collega di lavoro, con gli occhi teneri come se io mi fossi votato al martirio. Invece per noi quattro digiunatori quei tre giorni furono quasi una scampagnata, una piccola avventura da boy-scout, che si concluse, nella tarda serata dell’ultimo giorno, in una trattoria di via Carlo del Prete.

 

venerdì 16 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La trattoria della Vera, in via delle Brache

Prima dell’alluvione abitavo in un piccolo appartamento in una lontana periferia di Firenze, e per andare al lavoro prendevo un filobus che, attraversando il centro, arrivava all’altro capo della città. Avevo poco più di vent’anni e vivevo da solo, ma non sopportavo la solitudine e restavo tutto il giorno fuori casa. Dopo il lavoro in biblioteca, passavo il pomeriggio con amici studenti, e la sera andavo al cinema. Ero arrivato da poco a Firenze, e imparai a conoscere le strade e le piazze andando alla scoperta dei cinema sperduti delle periferie, sale parrocchiali e di terz’ordine: il cinema Azzurri, il Faro, l’Artigianelli, e tanti altri ormai spariti da anni. Per mangiare, sia a pranzo che a cena, girovagavo per le trattorie economiche e le mense popolari del centro: Cesarino in via dei Pepi, la mensa di San Francesco in piazza SS. Annunziata, quella dei ferrovieri in via Alamanni, Frizzi in Borgo Albizi, la mensa degli studenti in via San Gallo… Una vita randagia. Ma a pranzo andavo quasi sempre da Vera, che aveva una piccola trattoria in via delle Brache, nel punto in cui sbocca in piazza Peruzzi. Questa via è piuttosto un vicolo che non una strada, nel centro antico di Firenze, fra Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. A metà degli anni Sessanta, quando non erano ancora cominciate le lunghe processioni di turisti, piazza Peruzzi era un luogo silenzioso lontano dal tempo presente. Oltre alla trattoria, c’era solo un venditore di legna e carbone. La trattoria era microscopica. Dalla strada si scendeva una rampa di scale e si arrivava a due camerette con pochi tavolini. Vera cucinava per non più di sei o sette persone. I clienti andavano direttamente in cucina per ordinare piatti che lei preparava al momento. Era una bella donna del popolo di forse cinquant’anni, con una simpatica parlata toscana. I suoi capelli erano neri e lisci, raccolti dietro la testa, e lasciavano scoperto un viso schietto con neri occhi gentili. I clienti della trattoria erano sempre gli stessi: il barbiere di via dei Benci, un magazziniere, un operaio, uno studente fuori sede… Sul gruppetto dominava “il ragioniere”, arguto chiacchierone che, per essere un lettore devoto della Nazione, si dava arie di persona colta. Quando il 4 novembre del 1966 l’acqua dell’Arno invase il centro di Firenze, la trattoria della Vera si riempì di fango e di nafta e non riaprì più. Passarono alcuni anni. Un giorno di febbraio del 1971, mi trovavo in una sala d’aspetto del reparto maternità dell’ospedale di Careggi. Mia moglie aveva partorito da poche ore la nostra prima figlia. Ad un tratto mi sentii chiamare: “Fabrizio…!”. Mi venne incontro una signora sconosciuta avvolta in una vestaglia. Era una ricoverata. Aveva i capelli bianchi e lunghi sulle spalle e un viso così asciugato dalla malattia, che sembrava trasparente, lo sguardo profondo e calmo di chi ha accettato la sofferenza. “Sono la Vera…!”. La portai al letto di mia moglie per farle vedere nostra figlia. Cara Vera…

 

giovedì 8 gennaio 2026

Marcello Veneziani ha preso una brutta piega

Marcello Veneziani è un intellettuale poliedrico maestro di molte cose: letteratura, filosofia, politica interna, politica internazionale, arte, costume, ecc. ecc. I suoi articoli sono sempre brillanti e spesso molto spiritosi. E’ certamente un uomo intelligente, apprezzato perfino a sinistra. Nientemeno che il grande pensatore Umberto Galimberti ha affermato di avere molto rispetto per lui. Però io trovo che da quando c’è il governo Meloni, Veneziani è diventato meno intelligente e meno spiritoso. Scrive sempre delle cose condivisibili e interessanti, ma le dice con tanta circospezione e tiepidezza, che in pratica la sua conclusione è sempre questa: “Io, che sono intelligente, capisco che le cose vanno male, e poiché sono anche onesto, dico le cose che ho capito. Però, signori miei, non possiamo farci niente e bisogna rassegnarsi”. Il suo articolo “Il mondo ha preso una brutta piega” è l’ultimo esempio di questa tiepida rassegnazione. Di fronte all’impresa di Trump, scrive, l’Italia balbetta, ma non può fare altro che adeguarsi. “E d’altra parte se davanti al Venezuela, come davanti all’Ucraina e alla Palestina, avesse assunto un’altra posizione, probabilmente non starebbe ancora là, il governo Meloni. Dunque, è perfettamente comprensibile la situazione di chi sta al governo”. Perché, scrive Veneziani, “l’imperativo categorico dei governi è durare, sopravvivere al potere”. Ma lui, che è anche filosofo, dovrebbe sapere che l'imperativo categorico di un governo non è durare, ma lavorare per il benessere del proprio popolo. Rimanere attaccati alla poltrona a tutti i costi è, invece, solo l’imperativo categorico dei nostri politici servili, bugiardi e inetti. Veneziani si mette in una posizione molto ambigua: giustifica la viltà del governo (il quale, secondo lui, “prende atto della forza, è realista”) e il suo asservimento agli Stati Uniti, e considera una condizione ormai naturale che l’Italia sia una colonia americana; ma nello stesso tempo si illude di essere un intellettuale intrepido perché dice queste mezze verità, e vanta il proprio “amore sobrio e tenace per l’Italia”. L’aggettivo ‘sobrio’ sembra un eufemismo per dire ‘sommesso’, ‘rassegnato’. Come è stato già detto, a volte la cultura corrompe: allontana dalla realtà e la sostituisce con una sua pallida immagine.

Stefan Zweig (1881-1942). Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica. Mondadori, 1948

A Luigi Russo le biografie scritte da Stefan Zweig piacevano poco. Il grande storico della letteratura doveva provare, credo, un certo disdegno accademico e professorale verso le opere di divulgazione destinate a un largo pubblico di lettori. Eppure questo libro su Maria Antonietta è una biografia eccellente, scritta in una prosa sostenuta, con grande acume psicologico, intelligenza storica e conoscenza delle fonti. Siamo ben lontani dalle biografie di certi giornalisti italiani scritte in un modo sciatto che strizza l’occhio al parlare corrivo della gente comune. L’unico difetto del libro di Zweig è la prolissità: indugia troppo nelle caratterizzazioni psicologiche e descrive le atmosfere e gli ambienti con eccessiva abbondanza di pennellate. Ma seguendo la vita della regina francese, mi sono sentito immerso nelle vicende di quel tempo in modo un po’ più consapevole che non leggendo i libri di Soboul, di Mathiez, di Gaxotte. Zweig si laureò nel 1904 con una tesi su Hippolyte Taine, la cui opera sulla Rivoluzione francese “Le origini della Francia contemporanea” è un capolavoro che certo ha contribuito a formare l’interpretazione psicologica e morale dei fatti storici dello scrittore austriaco. 

 

mercoledì 12 novembre 2025

Beatrice Venezi, direttore d'orchestra

Beatrice Venezi forse è raccomandata, forse è anche incompetente, però dimostra di avere una qualità rara che i suoi critici musicofili, accaniti come vespe, non sanno vedere: di fronte ai sarcasmi puerili e agli attacchi rumorosi, mantiene un altero silenzio. Anche questa è musica!
 

lunedì 20 ottobre 2025

Elio Chinol (1922-1996). La vita perduta. Longanesi, 1974

Elio Chinol lo ricordo come collaboratore dell’Espresso, quando quel giornale era grande come un letto a due piazze e pubblicava solo foto in bianco e nero. Ho trovato per caso questo romanzo sconosciuto (nemmeno un commento in internet) e non ho resistito al richiamo di quel titolo. ‘La vita perduta’, pubblicato nel 1972, racconta le vicissitudini del popolino che abita in un vicolo di Treviso verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso. Tutta gente povera e spesso malandata: operai, anziani ubriaconi, ladruncoli, prostitute, giovani balordi, mogli infelici e sognatrici, ragazzi di strada simpatici e avventurosi oppure, come nel caso del narratore, con la passione per lo studio e destinati a una vita migliore. Il riferimento morale di tutte queste persone, almeno ufficialmente, è il parroco, coadiuvato, per le opere di beneficenza e per tenere i rapporti con le altre donne del vicolo, dalla sorella nubile. Un microcosmo così pullulante di vita cittadina non era la prima volta che veniva rappresentato in un romanzo. Un precedente classico è la fiorentina via del Corno, i cui abitanti sono descritti con realismo lirico da Vasco Pratolini nel suo ‘Cronache di poveri amanti’. Però nel romanzo di Chinol, di lirico non c’è niente, ma non c’è nemmeno il crudo realismo di altre descrizioni dello stesso mondo popolare. Qui, nella ‘Vita perduta’, raccontata quasi per intero in una lingua tutta parlata che indulge al dialetto, c’è un equilibrio raro fra divertita leggerezza e composta serietà. Si sorride per molte vicende buffe vissute dai personaggi, ma si mostra una sobria pietà per la malattia e la morte. Il romanzo, quindi, anche se si esprime in una forma già usata di autobiografismo, ha una ispirazione autentica e originale; l’Autore sa dare vita ai suoi personaggi e li fa sembrare veri e convincenti. La ventina di pagine in cui il narratore racconta il suo amore per Isabella Rivoli, ricca ragazza diciottenne che si fa chiamare Beba, sono le più belle del romanzo, così intensamente belle che sembrano un episodio estraneo al racconto. Sia il narratore che la ragazza sono descritti con una leggerezza e una verità in cui è commovente riconoscersi. L’innamorato scrive poesie e le porta a leggere al Mainardi, un giovane appena sopra i vent’anni, autodidatta, appassionato di letteratura. Il Maina, benché compaia poco e in secondo piano, è assieme al Ceo, ragazzo ribelle e avventuroso, il personaggio più originale del romanzo. E’ un artista che vuole fare della religione dell’arte la ragione della sua vita e  si tormenta nella fatica di rendere in lingua il mondo dialettale. “Una volta che era andato a comperare un’anguria, il fruttivendolo, un omaccione gigantesco, gliene aveva scelto una e per rassicurarlo che era buona gliel’aveva avvicinata all’orecchio e l’aveva fatta scricchiolare stringendola fra le sue mani enormi. <El senta, el senta>, gli aveva detto, <ea sgrenze come a testa de un putèo>”. Il Maina era rimasto impressionato da questa frase. <Che bello, ostia! Che forte! E’ quasi una sensazione fisica, lo senti nei denti. Ma se lo traduci nella lingua con ‘scricchiola’, non ti resta più niente>.

 

venerdì 19 settembre 2025

Anton Cechov (1860-1904). Il monaco nero (Tutti i racconti, IX). Biblioteca universale Rizzoli, 1976

Da alcuni mesi rileggo lentamente i racconti di Čechov nell’edizione della Biblioteca universale Rizzoli. Alcune raccolte le ho commentate, altre (Il fiammifero svedese, Uno scherzetto) no, per non ripetere cose già dette. Il volume ‘Il monaco nero’ mi suggerisce, invece,  osservazioni in parte nuove.  Čechov descrive i suoi personaggi, le case, l’abbigliamento e tutto ciò che può avere un significato con una attenzione e uno scrupolo che, in apparenza, sembrano appartenere a un antropologo o a un viaggiatore che venga da lontano a visitare un paese sconosciuto. Sono nominati con una precisione sorprendente, per esempio, i piatti che lo scrittore offre ai suoi personaggi, quando li mette a tavola. All’avvocato Lìssevic’, nel racconto ‘Il regno delle donne’, “piace mangiar bene, specialmente formaggi, tartufi, rafano grattugiato con olio di canapa, e a Parigi, a suo dire, mangiò budella arrosto nemmeno lavate”. Anna Akìmovna, la giovane e sensibile protagonista dello stesso racconto, beve una certa infusione molto amara e assaggia un po’ di carne salata con la senape. Poi la domestica serve una tacchina, mele in conserva e uva spina. “Dopo cena tolsero dalla tavola la tovaglia e vi misero su dei piatti con panforti alla menta, noci e uva passa”. La precisione di Čechov non è la meticolosità di uno studioso che osservi quel mondo dall’esterno, ma è il segno di una presenza e di una partecipazione sentimentale e, direi, anche fisica. Non importa all’autore che quei riti domestici siano a volte sgradevoli e persino disgustosi. L’avvocato Lìssevic’ “pregustava il pranzo, lo mangiava già mentalmente e si deliziava. Quando poi Anna Akìmovna lo condusse a braccetto in sala da pranzo ed egli, finalmente, si versò un bicchierino di vodca e si pose in bocca un pezzetto di salmone, allora si mise perfino a far le fusa dal piacere. Masticava in modo rumoroso, repellente, emettendo certi suoni dal naso, e i suoi occhi intanto diventavano untuosi e pieni di bramosia”. Qui il modo di mangiare diventa satira, mentre in altre occasioni è solo espressione di affabile convivialità. Ma in ambedue i casi, l’amore di Čechov per i dettagli della vita quotidiana dice quanto sia grande in lui il sentimento di essere russo, di appartenere, anche se a volte dolorosamente, a quel mondo. All’altro capo della scala sociale, rispetto all’avvocato Lìssevic’e ad Anna Akìmovna, nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, Marfa, la vecchia moglie di Jakov, fabbricante di bare e suonatore di violino, invece del tè, beve, a causa della miseria, solo acqua calda. L’attenzione pietosa di Čechov! A me sembra che Čechov descriva la Russia, creando un grande affresco meraviglioso, con un occhio vergine, curioso e innamorato; e ne fanno fede la grande attenzione ai particolari e il suo stile semplice, che a volte sembra ingenuo e persino evangelico. Nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, la morte della moglie Marfa  induce Jakov, vissuto fino ad allora in uno stordimento senza memoria, a ripensare alla sua intera esistenza. “Si rammentò di nuovo che in tutta la sua vita non una volta aveva avuto pietà di Marfa ed era stato affettuoso con lei”. Nel suo ritorno al passato, Jakov, dopo cinquant’anni di smemoratezza, ritrova il salice in riva al fiume, dove, da giovani, lui e la moglie cantavano canzoni. “Sì, era proprio quel salice: verde, silenzioso, malinconico. Com’era invecchiato, poveretto!”. Le riflessioni di Jakov sono semplici: perché gli uomini fanno sempre proprio ciò che non bisogna? perché si impediscono a vicenda di vivere? Jakov seduto sulla soglia della sua isba, suona il violino pensando alla vita perduta e le lacrime gli corrono per le guance. Morendo, lascia il violino a Rotschild, un paesano che in vita aveva tanto detestato. Già solo nel breve racconto di Jakov e della moglie Marfa risplendono la forza e l’acutezza di Čechov nel costruire caratteri, e la sua sensibilità nel seguirne lo sviluppo, fino -quasi sempre- ad un momento supremo di crisi morale. Nella cornice antica di una Russia ottocentesca, i caratteri più riusciti mi sembrano quelli più moderni, cioè segnati da una personalità tiepida e oscillante. Nel ‘Racconto di uno sconosciuto’, il giovane e agiato impiegato Orlòv, presso il quale lo ‘sconosciuto’ presta servizio come domestico, rappresenta uno di questi eroi della società moderna. Prima di congedarsi, lo sconosciuto, che in realtà è un militante di una formazione rivoluzionaria, di famiglia nobile, gli scrive una lettera dove traccia un suo sarcastico ritratto. “… Sì, voi leggete molto e la marsina dell’europeo vi sta a pennello, ma tuttavia con qual delicata cura, puramente asiatica, vi preservate dalla fame, dal freddo, dallo sforzo fisico, dal dolore e dall’inquietudine! quanto presto la vostra anima s’è chiusa nella veste da camera! che parte di vigliacco avete fatto di fronte alla vita reale e alla natura!... E la vostra ironia? Il pensiero vivo, libero e ardito è indagatore e imperioso; invece per la mente pigra e oziosa è insopportabile… Vi siete armato di un atteggiamento ironico verso la vita, e il vostro pensiero, frenato e spaurito, non osa saltare al disopra della palizzata che gli avete posto davanti, e quando dileggiate le idee, che pretendete vi sian tutte note, somigliate al disertore che fugge ignominiosamente dal campo di battaglia…”. Quanti ne ho conosciuti, sul mio posto di lavoro, negli anni della contestazione, di personaggi che si atteggiavano a combattenti ed erano disertori! E sempre sul posto di lavoro, che era una piccola società completa di tutti i tipi umani, ho incontrato donne simili a Olga Ivànovna, protagonista del racconto ‘La saltabecca’. Lei cantava, suonava il pianoforte, dipingeva, modellava, recitava, ecc. “Ma in nulla la sua genialità si esprimeva così vivamente come nella sua abilità di far presto conoscenza e stringere relazione con le persone celebri. Bastava che qualcuno venisse solo un pochino in fama e facesse parlar di sé, perché ella già cercasse di conoscerlo e nello stesso giorno se lo amicasse e lo invitasse a casa sua”. Nel racconto ‘Il monaco nero’, il giovane intellettuale Andréi Vassilievic’ Kovrìn, malato di nervi, ha delle allucinazioni: ogni tanto gli appare un monaco vestito di nero, con la barba bianca e le sopracciglia nere. Già al primo incontro, la  sola vista del monaco lo rende allegro, radioso, ispirato. All’incontro successivo, nel vasto giardino della famiglia che lo ospita, Kovrìn ha una conversazione con il monaco. Il giovane sa bene che il religioso è solo un miraggio e glielo dice, ma lui replica tranquillo: “Io esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione è una parte della natura, dunque io esisto anche in natura”.  Il monaco rivela che lui, Kovrìn, è un eletto di Dio, che i suoi pensieri e il suo meraviglioso sapere e tutta la sua vita hanno il suggello divino e sono consacrati a ciò che è ragionevole e bello, cioè all’eterna verità. Kovrìn obietta che, se il monaco è un’allucinazione, allora lui è psichicamente malato. Ma il religioso risponde che la genialità è parente della follia e che le persone sane e normali sono uomini del gregge e si occupano solo della vita presente. Kovrìn torna verso casa allegro e felice: le parole del monaco avevano lusingato non il suo amor proprio, ma tutta l’anima, tutto l’essere suo. Quelle parole non sembrano esagerate al giovane studioso, perché è ben consapevole che tutta la sua vita passata è stata casta e pura. “Cara Tania, io sono così lieto, così lieto!”, dice alla figlia del padrone di casa, innamoratissima di lui. Kovrìn sposa Tania, ma quando la ragazza si accorge che il marito parla da solo, immaginando di parlare col monaco nero, lo fa curare e lo guarisce dalla pazzia. Però Kovrìn, dopo la guarigione, non è più lui: l’anno prima, era gaio e vivace, ora ha il viso ingrassato e sbiancato, la testa rasata, senza più i suoi lunghi bei capelli e l’andatura fiacca. Nascono in lui un rimprovero e un odio implacabili verso la moglie e il suocero. “Perché, perché mi avete curato?... Io stavo diventando pazzo, avevo la mania di grandezza, ma ero allegro, vivace e perfino felice, ero interessante e originale. Adesso son divenuto più ragionevole e più posato, ma sono come tutti: un mediocre e mi è noioso vivere. Avevo delle allucinazioni, ma a chi ciò dava fastidio?”. Kovrìn diventa sempre più irritabile, capriccioso e attaccabrighe, e la storia finisce in modo drammatico, con la separazione dei coniugi e la morte del suocero. Io penso che Čechov, pur rispettando la normalità di Tania e di suo padre, i cui sentimenti non sono affatto meschini, abbia più simpatia per l’eccezionalità di Kovrìn. La sua confessata mania di grandezza non acceca né la sua sensibilità, né la sua capacità di capire gli altri,  né si manifesta a danno degli altri, E’ solo, io credo, la consapevolezza di far parte di una sfera superiore di pensiero e di valori morali; più o meno lo stesso sentimento, mi sembra, che doveva provare Arthur Koestler, quando parlava di sé come  ‘freccia nell’azzurro’ (Arrow in the Blue); assomiglia all'estasi di Puškin, quando scriveva: “Chi dobbiamo servire – il popolo o lo Stato? Non importa al poeta – lasciamoli aspettare!... Passeggiare sulla scia di se stessi, ammirando le divine beltà della natura e sentire la propria anima fondersi nell’ardore dell’ispirato disegno dell’uomo – questa è la vera gioia, questi sono i diritti!”.

 

lunedì 4 agosto 2025

Alexander Mitscherlich (1908-1982). Il feticcio urbano. La città inabitabile, istigatrice di discordia. Einaudi, 1972


 Questo libro, pubblicato in Germania nel 1965, basato sull’esperienza della ricostruzione delle città tedesche nel secondo dopoguerra, non ha perso niente, dopo oltre sessant’anni, del suo valore di denuncia. Mitscherlich non era né un architetto né un urbanista, ma uno psicologo, e non si occupava dell’estetica della città, ma degli effetti psicologici che i brutti edifici, costruiti e ammassati senza criterio e senza rispetto per le esigenze umane, hanno sulle persone che vi abitano.

L’Autore dichiara di aver voluto scrivere un pamphlet “per mettere alla gogna la tristezza dei tempi” (già allora!); egli non aveva ancora perso la speranza che le cose potessero cambiare, “sol che si possieda il coraggio di capire”, ma in realtà non si faceva molte illusioni. Ed aveva ragione! Io non conosco le città tedesche, ma sono abbastanza sicuro che esse abbiano avuto (probabilmente in una maniera meno indecente) lo stesso sviluppo delle città italiane, devastate dalla speculazione. Le nostre città non sono semplicemente inospitali (come dice il titolo originale del pamphlet), ma addirittura invivibili. Questo è oggi sotto gli occhi di tutti, (da qui in poi faccio la parafrasi del pamphlet di Mitscherlich) anche se l’abitudine ottunde la sensibilità e noi non battiamo ciglio quando gli alberi vengono abbattuti e si drizzano le gru e quando i giardini vengono inondati dall’asfalto. Il deserto urbano va estendendosi; perciò noi dovremmo porre un freno alla devastazione in grande stile delle città e all’immane distruzione del paesaggio. La città avrebbe due importanti funzioni: per un verso essere il luogo della sicurezza, della produzione, del soddisfacimento di molti bisogni vitali. Per un altro verso la città dovrebbe costituire il terreno nutritivo, l’humus della coscienza umana, l’unico luogo che ne renda possibile lo sviluppo. Oggi, però, scriveva l’Autore sessant’anni fa, non è più così. Oggi la città, estendendosi smisuratamente, si è disgregata. La gente danarosa è emigrata nei sobborghi, dove ha perduto ogni freno, ogni residuo di dignità urbana, ogni senso degli obblighi che la città borghese una  volta imponeva. Passeggiando per i sobborghi a villette di Germania, Italia, Olanda, Inghilterra, ecc., si resta sopraffatti dall’orrore del comfort, dalla monotonia e dal cattivo gusto. Le nostre città rendono depressi gli abitanti. “Noi dopo la guerra abbiamo sciupato l’occasione di edificare città pensate con più raziocinio, città autenticamente nuove”. La città configurata, cioè pensata in un modo melodico, può diventare una patria, cioè il luogo che ci dà identità e coscienza, quella invece semplicemente agglomerata, non potrà mai diventare una patria. Si costruiscono case su case in una disastrosa confusione o in una uniformità rigida e spaventosa. Le vecchie città avevano un cuore. Oggi la monotonia degli elementi architettonici e la moltiplicazione meccanica delle case nelle città-giardino è una prova disgustosa di incapacità artistica e di egoismo. Le nostre città si provincializzano e diventano inospitali, e decade l’alta

civiltà urbana che fu un tempo il centro di diffusione dei lumi. Mitscherlich non ha alcuna fiducia che i partiti politici e le istituzioni possano vincere la battaglia contro la speculazione. In modo, credo, retorico, egli si appella al coraggio civile degli urbanisti e degli architetti. Ma dove sono costoro? Le cose cambieranno solo quando lo scontento degli sfruttati abitanti delle città ‘avrà assunto forme precise’, cioè, immagino, quando  sarà diventato generale e organizzato in forme politiche. Ma anche qui l’ottimismo di Mitscherlich tentenna, perché egli sa bene che la capacità di adattamento dell’abitante della città è straordinaria.  E oltre all’immensa capacità di adattamento dei cittadini, è attiva una schiera di ‘tranquillizzatori occulti’, sociologi e altri intellettuali, che si occupano vilmente di lodare, giustificare e far accettare alla massa “quanto di irrisolto, di brutale, di spregevole c’è nel nostro presente”. Costoro, affetti da moderno snobismo, ritengono di essere vicini alla realtà e illuminati perché non partecipano ai sogni sentimentali rivolti al passato. Per esempio, il ‘vicinato’ è un concetto che essi respingono, è parola intrisa di sentimentalismo, ma questa parola conserva invece il suo grande valore. Senza un vicinato che influisca sul piano emozionale, non può sorgere una umanità matura. Nelle nostre città si cerca di soddisfare i vari bisogni prescindendo dalla comunicazione. “La completa dissoluzione della socialità urbana si rispecchia nella parola self-service”. Nei quartieri residenziali, con quei caseggiati a cinque piani, schierati in fila l’uno accanto all’altro, ben difficilmente una umanità urbana riesce a svilupparsi. Se è ben tenuta e ordinata, la città diventa oggetto d’amore per i suoi cittadini; diventa il consolante involucro nelle ore della disperazione e lo scenario luminoso nei giorni festivi. Nella molteplicità delle sue funzioni, la città rappresenta un mondo più antico di quello paterno. Le città armoniose del passato sono tutte molto più che la somma delle loro strade e dei loro edifici. Le città finora sono cresciute in un assai intenso nesso di interazioni tra gli abitanti. E’ disastroso volerne programmare la crescita come si programma la produzione di automobili. Il cittadino è oggi concepito dai costruttori non come un individuo vivente, ma come un’entità astratta, un consumatore di vani d’abitazione. Le sue esigenze umane non hanno alcuna importanza e sono completamente ignorate. “Si stipino gli impiegati dietro le facciate di vetro tutte uguali dei grattacieli e poi ancora nella monotonia del loro casamento d’abitazione, e avremo vanificato ogni pianificazione in vista di una libertà democratica. Purtroppo, come già detto, anche ciò che è più disumano e bizzarro viene legittimato e santificato dall’abitudine. Sappiamo dalla storia che molte società si sono ostinatamente adattate a condizioni di vita di cronico immiserimento, a un ambiente miserabile. Del resto possiamo vedere anche oggi, sia all’est che all’ovest, un processo di adattamento alla forma di vita piccolo-borghese, un tempo tanto disprezzata dal proletariato rivoluzionario. Le piante delle abitazioni offrono la migliore espressione della esistenza di una borghesia raggrinzita. L’individuo può preservare la propria identità solo se ha la possibilità di coltivare costanti rapporti con gli altri. Nella realtà urbana di oggi [anni Cinquanta] questa esigenza viene del tutto trascurata. L’impoverimento di relazioni durevoli nelle città provoca l’appiattimento e l’impoverimento della capacità dei cittadini di partecipare alla vita comune e di conseguenza un immiserimento dell’esperienza della vita. Mai in precedenza nella storia si è avuta, per le esigenze dello ‘sviluppo tecnico’, una distruzione così irresponsabile delle tradizioni che sorreggevano un ricco tessuto di rapporti umani. E anche nei luoghi di vacanza, dove si crede di trovare un ambiente sereno e libero, c’è lo stesso mondo urbano da cui si fugge: tutti si ritrovano alla fine in alberghi e bungalow fatti alla stessa maniera, con gli stessi elementi edilizi, nella medesima distribuzione delle masse, si tratti del Westerland o di Rimini, delle coste della Florida o di Cortina, di Davos o di Kitzbühel.

sabato 2 agosto 2025

Antòn Cechov (1860-1904). La steppa (Tutte le novelle, V). Biblioteca universale Rizzoli, 1953


Il volumetto contiene dieci racconti. “La steppa”, lungo quanto gli altri nove messi insieme, è soprattutto un poema lirico in cui gli uomini e le loro attività hanno un ruolo secondario, perché il racconto descrive quasi esclusivamente la bellezza eterna e favolosa di quel paesaggio russo. - Alcuni carri carichi di mercanzia viaggiano lentamente, d’estate, attraverso la steppa. Cechov descrive le figurette di alcuni carrettieri. Panteléi, un vecchio dalla barba bianca, magro e basso di statura, ha un viso scurito dal sole, severo e pensoso. Cammina scalzo accanto all’ultimo carro perché ha i piedi malati, rovinati dal gelo. Dimov, un bel giovanotto robusto e rosso di capelli, è un attaccabrighe. Kiriucha, dalla barba nera, ha una voce e una risata che rivelano una insuperabile stupidità. Poi ci sono Jemeliàn e Vassia. Vassia, assieme a Panteléi, è il personaggio più interessante. Per lui la steppa deserta e bruniccia è sempre piena di vita e di contenuto. Egli vede le volpi che giocano, le lepri che si lavano con le zampette, le otarde che spiegano le ali... Grazie alla sua vista acuta, oltre il mondo che tutti vedevano, Vassia ha anche un altro mondo suo proprio, non accessibile ad alcuno e bellissimo: quando egli guarda e va in estasi, è difficile non invidiarlo. Cechov descrive la steppa con la stessa sensibilità che ha prestato al carrettiere Vassia. - Sui carri c’è anche un bambino di nove anni, Jegòruska, che va in città per entrare al ginnasio. Era partito su uno scortecciato calesse con lo zio mercante e con l’arciprete del paese, ma, dopo un giorno o due di viaggio, è stato affidato ai carrettieri della carovana, diretta anch’essa in città. I pensieri di Jegòruska sono il tenue filo conduttore fra le tante  situazioni che si avvicendano nel corso dei pochi giorni di  viaggio. Il calesse col bambino, lo zio e l’arciprete parte la mattina molto presto, quando l’aria è ancora fresca. “Ma passò poco tempo, la rugiada evaporò, l’aria s’intorpidì, e la steppa delusa prese il suo aspetto accasciato di luglio. L’erba si chinò al suolo, la vita tramortì”. Alla sosta di mezzogiorno, “il tempo si trascinava senza fine, come se anch’esso si fosse intorpidito e fermato. Pareva che dal mattino fossero passati già cento anni”. - Le descrizioni del paesaggio si susseguono a ogni mutamento di luogo e di ora del giorno. “Vai per un’ora o due... Ti capita davanti sul cammino un taciturno  vecchio ‘kurgàn’, o un simulacro di pietra, posto lì Dio sa da chi e quando, senza rumore passa a volo sopra la terra un uccello notturno, e a poco a poco ti vengono alla mente le leggende della steppa, i racconti delle persone incontrate, le fiabe della bambinaia nativa della steppa e tutto ciò che tu stesso hai saputo vedere e penetrare con la tua anima. E allora nel crepitio degli insetti, nelle figure e nei ‘kurgani’ sospetti, nel cielo azzurrino, nel chiaro di luna, nel volo dell’uccello notturno, in tutto ciò che vedi e odi, comincia a parerti di sentire il trionfo della bellezza, la giovinezza, il rigoglio delle forze e una sete appassionata di vita. E nel trionfo della  bellezza, nell’esuberanza della felicità senti una tensione e un’ansia, come se la steppa avesse coscienza che è sola, che la sua ricchezza e la sua ispirazione si perdono invano per il mondo, da nessuno cantate e a nessuno necessarie, e attraverso il gioioso brusìo odi il suo ansioso, disperato richiamo: un cantore! un cantore!”.  Cechov è stato, anche in altri racconti, il sublime cantore del paesaggio della steppa. Riporto un’ultima descrizione: “Nelle sere e notti di luglio più non gridano le quaglie e i re di quaglie, non cantano nei valloncelli boschivi gli usignuoli, non odorano i fiori, ma la steppa è tuttora bellissima e piena di vita. Appena tramonta il sole e la foschia avviluppa la terra, ecco che l’angoscia diurna è obliata, tutto è perdonato, e la steppa respira agevolmente a pieni polmoni. Quasi fosse per il fatto che l’erba non vede nelle tenebre la propria vecchiezza, si leva in essa un giocondo, giovanile crepitio quale non c’è di giorno; il crepitare, il fischiettare, il raspare, i bassi, i tenori e i soprano della steppa, tutto si fonde in un incessante, monotono brusìo, col cui accompagnamento è bello ricordare ed essere malinconici”. - In un paesaggio così sconfinato, eterno e fiabesco, la vita degli uomini sembra qualcosa di trascurabile e di passeggero. E in realtà lo è. Cechov però presta attenzione anche alle piccole vite delle figurette che s’incontrano nella steppa: carrettieri, mercanti, osti, ecclesiastici, cacciatori vaganti, pecorai, donne, contesse, e un gran signore a cavallo che scorrazza per la steppa da padrone, come un cavaliere dell’Apocalisse. E il bambino Jegòruska è seguito, nel suo smarrimento e nella sua solitudine, fin quasi sulla porta del ginnasio della città, dove lo zio mercante e l’arciprete del suo paese lo abbandonano al suo destino.


giovedì 10 luglio 2025

Anton Čechov (1860-1904). Una storia noiosa. (Tutti i racconti, VII). Biblioteca universale Rizzoli, 1975

  Il volume contiene undici racconti, fra cui spiccano per intensità e lunghezza ‘Una storia noiosa’ e ‘Mia moglie’. Non voglio ripetere osservazioni generali già fatte commentando altre novelle di Čechov; però non posso fare a meno di esprimere ancora una volta il senso di piacere che dà questa prosa  fresca e chiara come acqua di sorgente, e il sentimento di meraviglia per la naturalezza con cui Čechov riesce a mostrare l’animo dei suoi personaggi. C’è un’altra grande qualità che rende i suoi racconti cari al cuore del lettore: la descrizione dettagliata ma mai noiosa della vita quotidiana di ricchi e poveri, studenti e principesse, proprietari e contadini. La nostra conoscenza e, direi, il nostro nostalgico amore per la Russia ottocentesca devono molto ai paesaggi e ai villaggi, alle case e alle ville, alle strade e alle osterie, agli arredamenti e agli abiti, ai riti domestici e ai pranzi descritti da Čechov. In questa raccolta, a parte la qualità artistica delle novelle, mi ha colpito, per giustezza e attualità, il giudizio che, nella sua introduzione, Alfredo Polledro, il traduttore, dà su un personaggio del racconto intitolato ‘Fra i deportati’: il vecchio Semiòn, sulla sessantina, scarno e sdentato, largo di spalle e all’aspetto ancora sano. Con lui c’è un ragazzo tartaro di venticinque anni. Il vecchio Semiòn, sempre ubriaco, è tranquillo e sereno; il giovane tartaro è pallido e triste e soffre di nostalgia per la sua casa, dove ha lasciato la moglie diciassettenne, bella, timida e intelligente. Semiòn conforta il ragazzo tartaro: “Io, fratellino, non sono un semplice muzìk, non sono di condizione servile, ma figlio di un sagrestano e, quando vivevo libero a Kursk, me ne andavo in giubba, ma ora mi son ridotto al punto che posso dormire nudo e mangiare l’erba. E che Dio conceda a tutti una simile vita. Non ho bisogno di nulla e non temo nessuno, e così la penso sul mio conto, che non c’è uomo più ricco e più libero di me. Come mi mandarono qui dalla Russia, io fin dal primo giorno m’impuntai: ‘Non voglio nulla!’. Il diavolo mi tentava riguardo alla moglie e ai parenti e alla libertà, e io a lui: ‘Non ho bisogno di nulla!’. M’impuntai, ed ecco, come vedi, vivo bene e non mi lamento. Che se uno è indulgente col diavolo e gli dà retta anche solo una volta, quello è perduto, e per lui non c’è salvezza: affonderà nel pantano fino al cocuzzolo e non ne verrà più fuori...”. Ma il giovane tartaro non si rassegna: soffre e continua a sognare la moglie. Si accontenterebbe di averla con sé per  un mese e perfino per un solo giorno. Alla fine, esasperato dalla solitudine e dalla nostalgia, affronta il vecchio Semiòn: “....tu sei morto... Dio creò l’uomo perché fosse vivo, perché ci fosse anche la gioia, e ci fosse l’angoscia, e ci fosse il dolore e tu non vuoi nulla, dunque tu non sei vivo, ma sei una pietra, sei solo argilla! Alla pietra nulla occorre, e anche a te nulla... Tu sei una pietra e Dio non ti ama...”. Ma il vecchio Semiòn non si turba per queste parole. Si addormenta nell’isba, sulla paglia, con la porta aperta mentre fuori nevica. “E io sto bene!” dice Semiòn addormentandosi, “Che Dio conceda a tutti una simile vita”. Si sente il pianto del giovane tartaro. “Si abituerà!”, dice Semiòn, e subito si addormenta. Alfredo Polledro, pur riconoscendo la superiore umanità e spiritualità del tartaro di fronte al rozzo Semiòn, temprato a ogni più dura privazione e indifferente a tutto, riconosce tuttavia che la capacità di sopportazione del vecchio galeotto “ha pure una sua grandezza morale che ci impressiona e che ci fa meditare sulle enormi possibilità latenti dell’anima russa”.
Sì, è grazie alla sua immensa capacità di soffrire che il popolo russo ha vinto a Stalingrado e ha sbaragliato la Germania nazista. Il popolo statunitense, nelle condizioni dei russi, si sarebbe disgregato come una costruzione artificiale. Vedremo ora come si concluderà la guerra che gli Stati Uniti stanno facendo contro la Russia per interposta nazione.                                                          
 

mercoledì 21 maggio 2025

Albert Soboul (1914-1982). La Rivoluzione francese. Laterza, 1964



 

Il libro di Soboul, benché mi abbia richiesto un mese di applicazione, si può liquidare brevemente: è un manuale noiosissimo che sarebbe stato più utile se avesse avuto solo la metà o un terzo delle sue 654 pagine. Soboul ha un punto di vista giacobino e sanculotto che io ora non intendo discutere. L’ho fatto, da dilettante, commentando in passato altri libri sullo stesso argomento, e lo farò ancora. Ora mi preme dare un giudizio sulla scrittura di questo storico, che è essenzialmente amministrativa e notarile come una gazzetta ufficiale, ed è sorprendentemente astratta. Pur parlando di fatti e di persone straordinarie e sommamente teatrali, Soboul quasi sempre si limita a enunciazioni di nomi, di luoghi e di date. La sua non è una storia di persone vere (sulla Vandea, per esempio, scrive sì e no una paginetta), ma di ceti, di classi e di concetti. Ed è solo così, parlando genericamente di concetti, di classi e di ceti, e ignorando la concretezza e il sangue della realtà, che egli può affermare più facilmente il valore del suo punto di vista.

 


venerdì 16 maggio 2025

LIBRI LIBRI LIBRI LIBRI LIBRI

Non è difficile parlare di libri: tutti possono farlo, ma per interpretare un'opera letteraria occorre una cultura che sia anche vita morale. Altrimenti si dà ragione a Vauvenargues, che in un suo pensiero dice: "Quelli che si fan beffe della serietà d'animo amano poi seriamente le quisquilie".
 

Vincenzo Cuoco (1770-1823). Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799


Le acute osservazioni di Vincenzo Cuoco sul fallimento della rivoluzione napoletana del 1799, ispirata e sorretta dai francesi contro la volontà popolare, hanno un valore così universale e, se possibile, eterno, che dovrebbero essere esposte nelle sedi dei governi e imparate a memoria da tutti i professionisti della politica.

“…Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra massime troppo astratte, erano lontanissime da’ sensi; e quel che è più, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutti i capricci e talora tutti i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, dai nostri capricci, dagli usi nostri… La nostra rivoluzione essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute dei patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi aveano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse… Siccome la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione intera, e che potea sperarsi solamente dallo sviluppo delle nostre facoltà… Non può mai esser libero quel popolo, in cui la parte che per la superiorità della sua ragione è destinata dalla natura a governarlo, sia con l’autorità, sia con gli esempi, ha venduta la sua opinione ad una nazione straniera…”.

Purtroppo questi ammonimenti, basati su concetti così chiari ed elementari,  sono rimasti parole al vento. Per metterli in pratica bisognerebbe avere coraggio, modestia e generoso disinteresse personale. Qualità, queste, che molto di rado si sono viste unite insieme sia fra gli intellettuali che fra i politici, e che oggi sembrano quasi scomparse.



venerdì 25 aprile 2025

Gustave Flaubert (1821-1880). Madame Bovary. Fabbri editori, 1985

Sia Balzac che Flaubert hanno descritto una società non molto diversa da quella in cui viviamo oggi; il mondo attuale, infatti, è la continuazione e lo sviluppo, senza salti, del mondo descritto da loro. Il romanzo di Flaubert, però, mi sembra che offra qualcosa di più di una rappresentazione efficace della società di quel tempo, perché la descrive dall’interno e ci rivela, oltre alle sue dinamiche di lunga durata, anche i suoi stati d’animo. Il farmacista Homais è un figlio della Rivoluzione, proprio come noi oggi ci vantiamo ancora di essere; Homais è un sostenitore meschino e retorico della libertà, del progresso e della salute pubblica, ed ha le stesse caratteristiche e, credo, la stessa personalità di quella schiera di medici e scienziati che, durante la recente pandemia di Covid, hanno sostenuto in modo fanatico, contro ogni evidenza, la bontà delle vaccinazioni e la necessità di limitare la libertà. Homais ha una cultura che non va molto oltre la lettura del giornale, che è la sua bibbia, come è la bibbia, nel nostro tempo, dei cosiddetti ceti medi riflessivi. Homais la sera sa il giornale quasi a memoria e racconta le notizie che ha letto a tutte le persone che incontra. Sotto un aspetto di bonaria socievolezza, il farmacista è estremamente vanitoso, vile, disonesto e crudele. Propone all’incompetente Bovary di operare il piede equino di Hippolyte, provocando – seppur indirettamente – l’amputazione della gamba, non perché abbia affetto per il ragazzo e interesse per la sua salute, ma solo per fare pubblicità a se stesso e al proprio paese. Homais non compie mai un atto sincero, spontaneo, naturale. In questo assomiglia a Emma Bovary, ed è un co-protagonista del romanzo. Flaubert non lo perde mai di vista e ogni volta che accenna a lui, fa risaltare la sua insopportabile e vuota presunzione. Ciononostante, questo personaggio servile e protetto dalle autorità è, nel mondo di menzogne descritto da Flaubert, l’eroe che trionfa, e il romanzo si chiude con la notizia che lui, ormai, dopo essere riuscito a far fallire tutti i successori di Bovary,  esercita (abusivamente) l’attività di medico per una vastissima clientela, e che “gli è stata appena conferita la Legion d’Onore”. Anche Emma Bovary non ha mai un pensiero o un gesto che siano espressione spontanea della sua natura. In lei gesti e pensieri sono sempre imitazioni dei modelli suggeriti dalla letteratura. In questo senso tutto esteriore, Madame Bovary potrebbe essere paragonata a don Chisciotte. Però all’hidalgo della Mancia i romanzi cavallereschi hanno ispirato sentimenti elevati e lo hanno fatto sentire, come lui dice di sé,  “valoroso, cortese, liberale, gentile, generoso, splendido, audace”, ecc. Don Chisciotte, magnanimo qual è, afferma che bisogna essere assertori della verità anche a prezzo della vita. E’ inspiegabile, perciò, che Erich Auerbach, nei suoi saggi sul realismo,  minimizzi la sua follia privandola di ogni significato simbolico, e attribuisca al cavaliere dalla triste figura una “saggezza normale e per così dire media… di un uomo prudente ed equilibrato”. Dare la vita per difendere la verità è un gesto folle (ma è una fortuna che a volte ci siano persone dotate del coraggio di farlo), che va ben oltre la portata di un uomo prudente ed equilibrato. Su Emma Bovary, invece, i romanzi hanno una influenza molto diversa: alla stessa stregua dell’odierna pubblicità martellante e onnipervasiva e di tutto il vasto insieme di miti fantastici creati da cinema e televisione, i romanzi offrono ad Emma Bovary  modelli di comportamento, pensieri preconfezionati, aspirazioni stereotipate, che lei assorbe avidamente e che, costituendo tutta la sua vita spirituale, finiscono per allontanarla dalla realtà. Al giovane Léon, appena conosciuto, confida: “Detesto i personaggi comuni e i sentimenti moderati, come quelli che si incontrano nella realtà”. Quando le nasce una bambina, sviene per la delusione. Desiderava un figlio maschio, che sarebbe stato “quasi una rivincita potenziale di tutti i suoi fallimenti”. Qualche lettore vede in questa aspettativa di Emma una iniziale consapevolezza femminista, ma a me sembra che anche qui lei dimostri la sua personalità artificiosa, vagheggiando, in un figlio maschio, una figura di uomo libero e avventuroso, che possa diventare un protagonista nel mondo immaginario in cui lei vive. Anche per la scelta del nome da dare alla bambina, Emma si comporta nel modo più banale: sceglie il nome ‘Berthe’ non perché le piaccia, ma solo per averlo sentito pronunciare dalla marchesa al castello della Vaubyessard (invitata occasionalmente al castello, anche lo zucchero le era sembrato più fine e più bianco di come era abituata a vederlo). Alla figlia non si affezionerà mai, la trascura e anzi, guardandola, pensa: “E’ strano come sia brutta questa bambina”. Fallisce come madre, dopo aver fallito come moglie: prova ripugnanza e odio per il marito, troppo mediocre, goffo e modesto per le sue aspirazioni; lei sogna di ascoltare il suono delle arpe sui laghi, il canto dei cigni, il cadere delle foglie al chiar di luna, e nello stesso tempo aspira a una vita tumultuosa, piena di balli mascherati e di piaceri sfacciati. La sua vita banale, con i vicini noiosi e stupidi, non le sembra la vita vera ma un’eccezione, una situazione anormale in cui lei si trova presa per puro caso, mentre, oltre i confini della sua piccola esistenza, si stende a perdita d’occhio lo sterminato paese della felicità e delle passioni. Le giornate di Emma scorrono uguali come le onde del mare, e non accade mai niente di nuovo; lei si annoia e soffre orribilmente. “Come i marinai in pericolo, volgeva sguardi disperati sulla solitudine della sua vita, cercando di scorgere una vela bianca lontana fra le brume dell’orizzonte”. Emma smette di disegnare e di suonare il piano. Vorrebbe imparare l’italiano, prova a leggere libri di storia e di filosofia, ma si arrende subito. Non ha vere passioni né risorse intellettuali. Il suo primo contatto col mondo arcano dell’aristocrazia avviene in un modo volgare al quale il sarcasmo di Flaubert attribuisce il valore di un battesimo. “All’età di tredici anni, suo padre la condusse con sé in città per metterla in collegio. Scesero in un albergo e mangiarono in piatti dipinti che illustravano la storia di madamigella La Vallière. Le leggende esplicative, tagliate qua e là dai graffi dei coltelli, glorificavano tutte la religione, le gioie dello spirito, e i fasti della corte”. Ad Emma non rimane, dunque, che l’adulterio per illudersi di realizzare i suoi sogni romantici. Dopo aver ceduto a Rodolphe, “andava ripetendosi: ‘Ho un amante! Ho un amante!’ e questa idea la deliziava come se le avessero promesso una seconda adolescenza. Finalmente avrebbe posseduto quelle famose gioie che dà l’amore, quella febbre di felicità che non sperava più di provare. Stava per entrare in quel mondo meraviglioso ove tutto è passione, estasi, delizia; un roseo universo   la circondava, i più alti sentimenti splendevano sfiorati dal suo pensiero, l’esistenza di ogni giorno era confinata lontano, laggiù in fondo, nell’ombra”. Negli amori extra-coniugali Emma è generosa, purché, però, questi amori corrispondano ai suoi sogni e si mantengano al loro stesso livello; ma i suoi sogni sono artificiosi e, di conseguenza, vuoti e irrealizzabili, e si concludono sempre con una delusione amarissima. Il primo sogno che viene infranto (Rodolphe scappa dopo averle promesso di fuggire insieme) provoca un dolore autentico e profondo che, però, invece di guarire Emma dal suo romanticismo malato, la mantiene nelle stesse illusioni della giovinezza. A teatro, a Rouen, per ascoltare, assieme al marito, l’opera ‘Lucia di Lammermoor’, sogna addirittura di diventare l’amante del tenore. “Si sentì presa da una follia: Lagardy la guardava ne era sicura! Sentì il desiderio di buttarglisi fra le braccia, per rifugiarsi nella sua forza come nell’incarnazione stessa dell’amore, e di dirgli in un grido: ‘Rapiscimi! Portami con te! Fuggiamo! A te, a te tutti i miei ardori, tutti i miei sogni!”. Dopo la fuga di Rodolphe, Emma ha un nuovo amore con Léon, ritrovato per caso a Rouen; poi c’è la catastrofe economica e infine il suicidio. Negli ultimi giorni di vita, Emma, crollati tutti i sogni e le speranze, acquista una autenticità che prima non aveva: il suo sdegno e il suo disprezzo sono veri, sentiti, ispirati da una nuova fierezza. Al notaio Guillaumin che con il suo sorriso dolciastro e ambiguo  le chiede amore in cambio del pagamento del suo debito, risponde: “Mi si può compiangere, ma non sono in vendita!”. La signora Bovary ha tanti difetti, ma non è vile e non lo è mai stata. Questo spiega perché Homais trionfa e lei, invece, soccombe. Flaubert segue Emma passo passo, come un medico il suo paziente, e descrive i suoi stati d’animo con la precisione di una cartella clinica. Il romanzo, nel complesso, ha la perfezione di un manuale che illustri in modo sarcastico le ‘delizie’ della vita moderna. Charles Bovary, dopo il suicidio della moglie amatissima, prova un immenso dolore che lo rende degno di rispetto. Oltre a lui, ci sono soltanto due altri personaggi, due fuggevoli comparse, la vecchia contadina Leroux e il dottor Larivière, che Flaubert descriva, con commozione la prima, e con ammirazione il secondo. Catherine Leroux viene premiata alle Assemblee Agricole per i suoi cinquantaquattro anni di servizio nella stessa fattoria. Flaubert ne fa questo sublime ritratto, di cui dovette certo ricordarsi raccontando, venti anni dopo, la storia di Félicité in “Un coeur simple”. “Si vide avanzare sulla pedana  una vecchietta dall’aria spaurita che sembrava cercare di rimpicciolirsi nelle povere vesti. Calzava grossi scarponi dalla suola di legno, e metà della sua figura era nascosta da un grembiulone di legno. Il viso magro, circondato dalla cuffia priva di ala, era più segnato dalle rughe di una mela renetta avvizzita, e dalle maniche della camicetta rossa uscivano le mani lunghe con articolazioni nodose. La polvere dei granai, la soda dei bucati, il grasso della lana le avevano talmente incrostate, logorate, indurite, da farle sembrare sporche anche dopo essere state lavate e rilavate; rimanevano abbandonate, quelle mani, quasi in un gesto di rassegnazione, come se, dopo aver sempre servito gli altri, volessero essere esse stesse l’umile testimonianza di tutte le sofferenze sopportate”, ecc. Il dottor Larivière è un celebre medico chiamato al capezzale di Emma morente. “Questi apparteneva alla grande scuola chirurgica uscita di sotto il camice di Bichat, a quella generazione ormai scomparsa di professionisti filosofi che, venerando la propria arte con un amore fanatico, l’esercitavano con passione e sagacia… Il dottore era tanto stimato dagli allievi, che essi si sforzavano di imitarlo il più possibile… Larivière disdegnava croci, titoli e accademie, era ospitale, liberale e paterno con i poveri, praticava la virtù senza credervi… Lo sguardo di lui, più tagliente del suo bisturi, scendeva in fondo all’anima e scardinava ogni menzogna”, ecc. Con l’incondizionata simpatia espressa per due persone così diverse, e soltanto per queste due, Flaubert dà ragione a Pasolini, che diceva di amare solo le persone semplici che avevano frequentato al massimo la terza elementare e le persone di grande levatura per intelletto e preparazione, e dà ragione alla discreta schiera di moralisti che aborriscono la mezza cultura, confusa e pretensiosa, come quella dello speziale Homais. Flaubert ha capito fra i primi che il dominio della borghesia (oggi diremmo delle banche e delle multinazionali) crea negli uomini una falsa coscienza, indotta e artificiosa, che è causa di infelicità. Quanto questo fenomeno sia oggi diventato universale, è un tema vasto a cui posso solo alludere. Per dare un’idea della carica polemica e profetica di Flaubert, cito da una sua lettera: “L’istruzione gratuita e obbligatoria non farà altro che aumentare il numero degli imbecilli”. La profezia sta in questo: oggi che le università sono forse raddoppiate di numero rispetto a 50 anni fa, l’incultura e il conformismo dilagano. Benché le idee di Flaubert  possano sembrare paradossali, in fondo ad esse brilla una luce di verità. Del resto, come scrisse in una lettera, “l’arte non è altro che una giustizia superiore”.

 

domenica 13 aprile 2025

Denis Mack Smith (1920 - 2017). Vittorio Emanuele II. Laterza, 1975

Sulle vicende del Risorgimento la macchina della propaganda aveva cominciato ad alterare la verità e a costruire un’aura di eroismo attorno ai suoi protagonisti quando gli avvenimenti erano ancora in corso. Ma dopo l’occupazione di Roma, nel 1870, e soprattutto dopo la morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, in un parossismo di retorica, si arrivò a descrivere il Risorgimento addirittura come “il fatto politico europeo più importante del XIX secolo”, e il re defunto come la sua guida suprema e infallibile, il più grande e glorioso sovrano dell’Europa cristiana. Gli storici ufficiali hanno voluto far credere che fossero autentiche la capacità militare e la finezza politica che il re millantava, ma coloro che lo conobbero bene, specialmente taluni stranieri che potevano parlare senza timore, lo definirono un carattere debole e pigro, un egoista preoccupato solo di sé, grossolano, mediocre e sleale. Il marchese toscano Pompeo Provenzali (1812-1900), che frequentò la corte di Torino, lo descrisse in modo lapidario: “uomo mediocrissimo, sovrano nullo”. Denis Mack Smith, senza sarcasmo e con pacata obiettività, documenta con fatti ed episodi concreti queste gravi colpe del re, facendo l’esatto contrario di quello che aveva fatto Benedetto Croce nella sua famosa ‘Storia d’Italia dal 1871 al 1915’. Il filosofo abruzzese, non contento di aver descritto la personalità del re con tanta compiacenza da farlo assomigliare a Tartarino di Tarascona, aggiunse con stupefacente disinvoltura il ricordo di un episodio dalle implicazioni gravissime. Nel 1873 Vittorio Emanuele fece un viaggio a Berlino, “dove, appena giunto, non lasciò di dichiarare all’imperatore Guglielmo che egli, nel ’70, era stato sul punto di sfoderare la spada contro di lui, se non glielo avessero impedito i suoi ministri: dichiarazione di un cavalleresco sovrano a un altro che aveva animo pari”. Le cose non si erano svolte esattamente come disse Vittorio Emanuele, però è vero che il re d’Italia si era cullato per molti mesi nel proposito di combattere contro la Prussia di Bismarck a fianco di Napoleone III. Se quel proposito velleitario e irresponsabile si fosse realizzato, non è difficile immaginare la brutta fine che avrebbero fatto i Savoia e l’Italia. Croce invece parla di spirito cavalleresco! Aveva ragione Salvemini di considerare il libro di Croce non un libro di storia ma un libro di favole. Lo studio dell’azione di Vittorio Emanuele e del suo tempo non è fine a se stesso, ma serve a capire gli sviluppi successivi della nostra storia. Al tempo del re piemontese, nella società italiana esistevano già le condizioni fondamentali per la nascita dell’Italietta umbertina, giolittiana, fascista, democristiana, di sinistra, pentastellata e di centro-destra. Molte situazioni di quel tempo sembrano preannunciare episodi analoghi che si verificheranno nei decenni successivi e che avranno un esito spesso catastrofico e un impatto profondo sempre negativo. La guerra del 1866, per esempio, fu voluta a tutti i costi, anche se l’Austria, in guerra con la Prussia, era disposta a cedere il Veneto pacificamente, in cambio della nostra neutralità. Ma “ci si pasceva di illusioni invece che di fatti”. Si sosteneva che “l’esercito era formidabile, che la marina aveva una superiorità inconfutabile e che avevamo tre generali che l’Europa ci poteva invidiare”. Con entusiasmo bellicoso, sicuri della vittoria, si proclamava che “non valeva la pena di prendere Venezia senza combattere”. Come si sa, andò molto male (anche se si ebbe il Veneto in regalo da Napoleone III) perché in realtà “l’esercito era irrimediabilmente debole, impreparato e male equipaggiato”. I non molti generali che conoscevano questa situazione, invece di renderla pubblica e di dissuadere il re dall’entrare in guerra, non parlarono per non rovinare la propria carriera. Il comando supremo era poco esperto e poco competente, male addestrato e dilaniato da gelosie e contrasti intestini. L’ammiraglio Persano, sconfitto ignominiosamente nella battaglia di Lissa, nel 1862 fu ministro della marina per otto mesi. Nel dicembre dovette lasciare la carica per la caduta del governo, ma nelle poche ore che gli restavano prima che le sue dimissioni fossero accolte, promosse se stesso da vice-ammiraglio ad ammiraglio. Sono azioni come questa che hanno formato la lunga tradizione militare e amministrativa a cui noi oggi siamo ormai assuefatti, anche se non tutti rassegnati. La voglia di guerreggiare e lo spirito assolutistico di Casa Savoia non vennero mai meno per tutto il regno di Vittorio Emanuele. Questi trasmise al figlio e al nipote un residuo di potere che permise loro d’intervenire con autorità nei momenti cruciali, e che essi esercitarono, non sempre utilmente, a sostegno di Crispi, Salandra, Mussolini e Badoglio. Sono giudizi pacati, questi, del fin troppo pacato Denis Mack Smith, che, comunque, molto lucidamente così conclude: “La sua [di Vittorio Emanuele] passione per la guerra, la sua incompetenza come comandante militare, la sua segreta e irresponsabile ostilità verso i suoi presidenti del consiglio, per non parlare di quella che Sir James Hudson chiamava la sua ‘predilezione per i furfanti’, furono tutti aspetti negativi del suo regno”.

 

sabato 29 marzo 2025

Dedicato a Ursula von der Leyen

"LI SORDATI BONI" di G. G. Belli

Subbito ch'un zovrano de la terra
crede ch'un antro j'abbi tocco un fico,
dice ar popolo suo: "Tu sei nimmico
der tale o der tar re; faje la guerra".

E er popolo, pe sfugge la galerra
o quarch'antra grazietta che nun dico,
pija lo schioppo, e viaggia com'un prico
che spedischino in Francia o in Inghilterra.

Cusì, pe li crapicci d'una corte
ste pecore aritorneno a la stalla
co mezza testa e co le gamme storte.

E co le vite ce se giuca a palla,
come quela puttana de la morte
nun vienissi da lei senza cercalla.

 

giovedì 20 marzo 2025

Angelo d'Orsi. Intellettuali nel Novecento italiano. Einaudi, 2001


Ho ascoltato parecchi interventi politici del professor Angelo d’Orsi e li ho sempre trovati acuti, chiari e appassionati. Però questo libro, che raccoglie saggi scritti in tempi diversi, mi ha deluso. I personaggi di cui d’Orsi disegna il ritratto non sono sempre, almeno per me, di grande interesse. Ma il vero difetto del libro è che esso scoppia di documentazione. D’Orsi segue la vita e l’attività dei suoi personaggi con una precisione minuziosa che a me sembra eccessiva. Questa documentazione capillare poteva forse essere necessaria e digeribile all’interno di un quadro più ampio e animato da una prosa un po’ più aerea. Invece l’intero tessuto di ogni saggio sembra poco più di un documentatissimo curriculum vitae. Il caso più lampante è rappresentato dallo studio su Edoardo Persico (1900-1936), che è il più lungo dei cinque saggi dedicati a personaggi della cultura. D’Orsi descrive la sua vita e il suo attivismo, ma non spiega in che cosa consistesse la sua originalità, e, alla fine, dopo più di 100 pagine, conclude in coda di pesce, dichiarando che, nel campo delle lettere e delle arti, Persico fu “il grande suscitatore, l’infaticabile ammonitore: la coscienza socratica. Un Socrate in buona misura immaginario, il cui passaggio ha lasciato tracce innumerevoli, ma brevi e lievi, del suo passaggio [sic] in terra, tanto che a noi oggi è dato con difficoltà di ricostruirne il tragitto, di valutarne il peso e il senso”. - Nel primo saggio del volume d’Orsi traccia il profilo di Giovanni Gentile e di Marino Parenti per delineare i caratteri di due opposte figure di intellettuale. Parenti (1900-1963), appassionato di libri e di letteratura, fu collaboratore di Gentile in varie iniziative culturali. Nel filosofo siciliano d’Orsi vede, al di là della sua fede politica, il tipo dell’intellettuale militante; invece Marino Parenti incarna la figura dell’intellettuale funzionario. Il fascismo di Gentile  era idealistico e realizzatore, mentre il fascismo di Parenti si esauriva in un quieto opportunismo. Il regime fascista, scrive d’Orsi, inglobò e ingabbiò il ceto intellettuale italiano con un atteggiamento mecenatesco, attraverso una rete diffusa di istituzioni (premi letterari, mostre d’arte e gallerie, case editrici, l’Eiar, l’Istituto Luce, la Biennale di Venezia, l’Istituto per il medio ed estremo oriente, ecc.) che attirarono e assorbirono la maggioranza degli intellettuali rendendoli innocui e fedeli funzionari. Il vero uomo di cultura, però, ci ricorda d’Orsi, non può essere un funzionario al servizio di un partito o di una ideologia, deve essere un uomo libero  al servizio solo della verità, guidato dal senso di responsabilità.  Se l’uomo di cultura non è ispirato da questo principio, diventa un semplice venditore di fumo, divo del circo mediatico, instancabile copywriter, cioè scrittore di accattivanti e falsi messaggi pubblicitari. D’Orsi manifesta una certa simpatia, mi pare, per la coraggiosa e tragica coerenza che Gentile ebbe nell’ultimo anno di vita. Ed è paradossale che il filosofo fascista, che fu un intellettuale militante, seppur per la causa sbagliata, sia stato il principale artefice di una organizzazione culturale che ha appiattito il ruolo degli intellettuali ad una condizione servile. Luigi Russo scriverà, in una lettera ad Adolfo Omodeo, che Gentile è il realizzatore di un proprio “programma di domatore e di addomesticatore di uomini”. - Nel secondo saggio d’Orsi racconta la vita e l’attività di Aldo Capitini (1899-1968), intellettuale militante di un genere particolare, non impegnato direttamente nella politica, ma animato da un fervore religioso che gli ha ispirato fino agli ultimi giorni di vita una attività intensissima in campo etico, civile e pedagogico. Capitini non piaceva né ai fascisti né agli antifascisti; eppure la sua operetta degli anni Trenta (Elementi di un’esperienza religiosa), scrive d’Orsi, è un breviario dell’oppositore, un manuale dell’antifascista, nella misura in cui insegna la non accettazione e la non collaborazione. Nel dopoguerra, i principi sostenuti da Capitini furono, accanto alla nonviolenza, la laicizzazione dello Stato, l’obiezione di coscienza, l’uscita dai blocchi militari. Ma il suo rifiuto dei partiti burocratizzati e l’idea che morale e politica debbano essere legate lo resero inattuale ed estraneo alla sinistra ufficiale. Capitini fu tra i pochi che, dopo Hiroshima e Nagasaki, compresero la gravità della minaccia nucleare e avvertirono la drammatica novità della storia umana, posta dinanzi al bivio pace o distruzione. La rivoluzione permanente a cui Capitini ha dato una voce inconfondibile è fondata sulla mitezza, sulla gentilezza; essa vuole suscitare cambiamenti anche piccoli ma costanti, il cui esito finale sia una trasformazione  antropologica, la nascita dell’uomo nuovo. Non so se queste ultime espressioni d’Orsi le abbia prese dai testi di Capitini o se siano sue conclusioni. Personalmente, quando sento parlare di ‘uomo nuovo’, io non posso fare a meno di provare diffidenza. Non si dovrebbero coltivare queste pericolose chimere, quando anche il semplice sforzo di migliorare gli uomini si rivela una fatica di Sisifo, necessaria ma sostanzialmente vana. Sembra che lo pensasse anche la vedova di Piero Gobetti, Ada, che nell’aprile 1947, in una lettera di pieno consenso, scriveva a Capitini: “Possibile che si possa richiamare questa povera umanità cieca e pazza a quel fondamentale senso religioso che solo potrà darci la salvezza? Sono d’accordo con Lei [...] ma mi chiedo se veramente si riuscirà a concludere qualcosa; comunque vale la pena di tentare”. - Nemmeno il saggio su Carlo Levi sfugge ai limiti stretti di una ricostruzione quasi cronologica; però qui c’è qualcosa di più. Nelle descrizioni capillari che d’Orsi fa dei  giovani che si muovevano attorno a Piero Gobetti o che, arrivati troppo tardi, respiravano nella sua aura, c’è in d’Orsi una candida ammirazione, un rimpianto, una nostalgia accorata persino per i luoghi che quei giovani frequentavano, identificati tutti con precisione. Carlo Levi, temperamento ottimista, aveva una capacità di analisi storico-politica modesta e anche il suo rigore concettuale era fragile, però la coerenza e la limpidezza delle sue idee politiche e la sua dirittura morale erano fuori discussione. La sua passione politica faceva tutt’uno con la sua gioia di vivere, con una vitalità effervescente che lo avvicinava agli uomini e ai libri, alla pittura e alle bellezze della natura. Giuliana Segre Giorgi, cugina di Levi, lo ha definito una creatura solare, una specie di re Mida che quando vedeva una cosa se ne interessava con tanta passione da farla diventare meravigliosa. La sua scoperta del Sud, scrive d’Orsi, ci regala un capolavoro della letteratura, una pietra miliare della cultura civile del nostro paese. - L’ultimo saggio, su Leone Ginzburg (1909-1944), è forse il migliore e il più commosso. Uomo geniale per doti intellettuali e qualità carismatiche di capo, Ginzburg rinunciò a una brillante carriera universitaria, rifiutando di giurare fedeltà al fascismo, “per salvare la possibilità di tenere alta la testa e fermo lo sguardo”, e per difendere, assieme alla libertà della cultura, la dignità di un intero popolo, in ginocchio davanti al tiranno. “A distanza di oltre mezzo secolo dalla sua morte [violenta], anche noi guardiamo al russo di Torino come ad una luce”. Leone Ginzburg, conclude d’Orsi, “ci offre, dall’alto dei suoi brevi e giganteschi trentacinque anni non compiuti di esistenza, un esempio eccelso di soldato della battaglia ideale, quella del bene contro il male a qualunque costo”.

martedì 11 marzo 2025

Mimmo Franzinelli. Croce e il fascismo. Laterza, 2024

 

Molti anni fa portai ad un esame il libro di Benedetto Croce ‘Storia d’Italia dal 1871 al 1915’. Al professore che mi esaminava, Roberto Vivarelli, dissi che l'opera non mi era piaciuta perché era troppo retorica. Lui fu solo leggermente sorpreso e mi lasciò parlare liberamente. E’ da quella lettura che ho concepito per Croce una antipatia che dura tuttora e che il bel libro di Mimmo Franzinelli, che pure è tutto a favore di Croce, ha confermata. Certo il filosofo abruzzese durante il ventennio fascista ha dimostrato di essere un oppositore dotato di coraggio e di una grande capacità di resistenza. Però bisogna considerare che lui era un uomo, in tutti i sensi, molto moderato, che erano moderate non solo le sue idee politiche, ma anche il suo temperamento e il suo carattere. Tanta naturale e spontanea pacatezza poteva realizzarsi, suppongo, con relativa facilità anche in condizioni discretamente avverse. Coraggio, dunque, sì, ne ha avuto, ma poca cosa in confronto, per esempio, al principio espresso da Piero Gobetti in una lettera a Tommaso Fiore: “Dobbiamo rimanere fedeli alla nostra disperata intransigenza”. Da un punto di vista interiore, cioè dal punto di vista delle sue convinzioni politiche e morali, credo che la coerenza di Croce sia assoluta; ma è da un punto di vista esteriore, cioè dal punto di vista di una opposizione rigorosa e consapevole delle radici storiche del fascismo, che la sua attività sembra, a volte, incoerente e fiacca, sostenuta da convinzioni inadeguate e manchevoli. “Del fascismo, ha scritto Sebastiano Timpanaro, non riconobbe mai la natura antiproletaria, i legami con la grande borghesia agraria e industriale, né volle mai rintracciare nella storia dell’Italia prefascista i germi del fascismo, il quale fu perciò, secondo lui, una ‘parentesi’ nella vita del popolo italiano, una ‘malattia’ senza antecedenti e senza conseguenze”. Ma l’incomprensione di Croce fu ancora più grave: negli anni dell’ascesa, fino al 1925, egli credette nel fascismo, considerandolo un benefico contravveleno del socialismo, e scrisse che “il cuore del fascismo è l’amore della patria italiana, è il sentimento della sua salvezza, della salvezza dello Stato”. In questa dichiarazione e in molte altre espressioni dello stesso tenore, a me pare di cogliere una stortura teorica che forse è il peccato originale di Croce, la convinzione, cioè, che sia compito e dovere dello Stato tenere unito, in basso, anche con la forza, il popolo. Non è, quindi, il popolo unito a dover creare uno Stato democratico, ma è lo Stato che deve formare il popolo. Questa concezione spiega il suo idoleggiamento del Risorgimento e l’imperdonabile definizione dei contadini meridionali insorti contro la conquista piemontese come “truci e osceni briganti”. Per Croce, il popolo, in quanto costituito da persone reali in carne e ossa, è un elemento secondario e trascurabile. E' stata una grave mancanza di sensibilità. Dopo la definitiva rottura col fascismo e con Giovanni Gentile, il compito che Croce si attribuisce è la difesa della libertà e della cultura. E' soprattutto la libertà della cultura che gli sta a cuore. “Ogni giorno il regime, con le violenze, coi fattacci, con le parolacce [...] con l’esaltare le prodezze ciclistiche e automobilistiche e aeroplanistiche sopra le opera del cuore, della fantasia e dell’intelletto, e con l’indurre nei giovani il disprezzo per queste, contrasta la formazione dell’ambiente a loro favorevole”. In una lettera scritta a Giovanni Amendola pochi mesi prima della sua morte, per invitarlo a tornare in Parlamento e chiudere la secessione dell’Aventino, scrive: “C’è ora la questione elementare della libertà. E questa dovrebbe unire in un sol blocco tutti i partiti costituzionali, dai moderati ai democratici e riformisti”. Nel giugno 1925, conclude così un suo discorso ai liberali: “A noi, come a tutti coloro che lottano per un ideale, spetta ripetere le parole di Lutero innanzi alla Dieta di Worms: ‘Qui sto io’ ”. In questo momento non si può non ammirare la combattività di Benedetto Croce, e sembra naturale che Piero Gobetti lo definisca “il più perfetto tipo europeo espresso dalla nostra cultura”, e che nel giro di pochi anni venga considerato capo spirituale della resistenza al fascismo. Il culto che Croce ha per i patrioti del Risorgimento non è retorico, anche se egli lo esprime in forme retoriche, ma è sincero e drammatico. “Non si venera tutta la vita uno Spaventa o un De Sanctis per morire con la visione della loro riprovazione e del loro disprezzo [...] Io mi affido alla Provvidenza e ripiglio i miei studi con serenità, avvenga quel che vuole avvenire”. Croce è simpatico e degno di ammirazione anche quando, sotto i bombardamenti di Napoli nel 1943, preferisce restarsene a letto o a leggere nel suo studio, invece che scendere nel rifugio antiaereo.  Nel 1931 la legge obbliga i professori universitari a giurare fedeltà al Regime; solo pochissimi rifiutano, circa una dozzina su 1200. Luigi Einaudi e alcuni altri chiedono consiglio a Croce,  quasi fosse un papa laico, e lui consiglia di giurare. Questo consiglio sarà molto criticato da Gaetano Salvemini. Lui e Croce si trovarono in un salotto a Parigi, e Salvemini lo apostrofò bruscamente: ‘Avete fatto malissimo a consigliare a Einaudi di giurare’. Nel 1946 Salvemini scrisse di nuovo su questo consiglio sbagliato con ancora maggiore severità. Quello che stupisce di più è la spiegazione che ne dette Croce ad Alberto Cianca, in esilio a Parigi: “... Io ero convinto che, se alcuni non avessero giurato, si sarebbero pentiti dopo poco, e si sarebbero domandati: ‘Ma perché non abbiamo giurato? Perché non giurammo?’ Ho voluto che essi evitassero a se stessi il travaglio, la disperazione del prossimo domani”. Oltre che banale, questa spiegazione mostra scarsa stima dei professori antifascisti amici suoi. Non è il coraggio che mancò a Croce, ma la chiarezza delle idee. Dopo le sanzioni all’Italia a causa della guerra d’Abissinia, accetta l’invito a donare alla patria la sua medaglia di senatore. Gli antifascisti in carcere ne sono addolorati. Riccardo Bauer, “il più crociano di tutti i crociani”, dice che non avrà più alcuna stima di Croce come uomo politico. Anche la spiegazione che Croce dà di questo gesto è poco convincente. In un colloquio con Bianca Ceva, nel marzo 1936, tra altre cose dice: “Io, come storico, ho sempre visto che i mali d’Italia sono nati dalle sconfitte militari... non mi sentivo di augurare questo alla patria”. All'inizio del capitolo successivo a questo resoconto Mimmo Franzinelli pone come epigrafe un passo di Vittorio Alfieri, che sembra una tirata d’orecchi al nostro filosofo: “Non si può dir patria dove non c’è libertà e sicurezza; e non vi è nulla di onorevole nel difendere anche contro i nemici esterni un così fatto paese...”. Per dare una interpretazione dell’ascesa di Hitler al potere, Croce pubblica nel 1934 un saggio su La Critica: “...la decadenza è un momento eterno del progresso stesso, bisogna liberarsi della illusione del progresso senza decadenza (del fantastico progresso in linea retta, al quale giustamente il savio Goethe contrapponeva quello a spirale). Quanto più intensa è stata l’opera della civiltà, tanto più è da aspettare che le terrà dietro un rilassamento o un oscuro dibattersi travaglioso...”. Anche in questo concetto mi pare di vedere una stortura teorica che inficia le interpretazioni storiche di Croce. Lui vede le epoche come una successione di periodi di progresso e periodi di decadenza, prima la luce del Risorgimento, poi l’ombra del Fascismo, ecc., senza legami fra loro. Ma noi oggi sappiamo, perché lo possiamo constatare persino nella nostra esperienza quotidiana, che il progresso contiene già in sé il regresso, che la decadenza è l’altra faccia del progresso, che ogni innovazione ci fa progredire per un aspetto ma ci imbarbarisce per un altro aspetto, che è purtroppo sempre l’aspetto più importante. Al tempo di Croce, per non risalire più indietro, questo intreccio era già molto visibile, e non mancavano scrittori che ne fossero pienamente consapevoli (per es. Johan Huizinga, ma c'era già stato Leopardi). Anche sotto questo aspetto, le idee di Croce sembrano vecchissime, come sembra antiquata e irrealistica la sua religione della libertà come l’essenza stessa della storia umana. Ha scritto Sebastiano Timpanaro che questo concetto tutto interiore della libertà ha portato Croce a svalutare l’esigenza di una liberazione effettiva degli uomini da concrete situazioni di oppressione e di sfruttamento e a sopravvalutare il valore delle pure finzioni parlamentari. Mi ha sorpreso non trovare fra le tante citazioni di Croce che Franzinelli raccoglie nel suo libro nessuna che si riferisse alla guerra civile spagnola. Non posso pensare che Croce non vi avesse prestato attenzione. Forse Franzinelli ha volute celare qualche giudizio troppo impopolare del nostro filosofo? Non lo so. Qual è oggi l’eredità politica di Croce? Premesso che io sono soltanto un uomo della strada, credo che non rimanga niente, se non l’esempio di una personalità notevole per intelletto e cultura e per l’assoluta dedizione a un compito elevato.