Quest’opera è uno strano romanzo epistolare, fatto dei diari che un marito e una moglie tengono separatamente e, in apparenza, all’insaputa l’una dell’altro. In realtà ciascuno dei due conosce l’esistenza del diario del coniuge e lo legge furtivamente. La moglie, Ikuko, bella donna di 44 anni, scrivendo nel suo diario anche cose false e inventate, cerca di influenzare il marito, un professore già anziano, e di indirizzarlo secondo i suoi desideri. Questo schema di rapporti, da solo, prescindendo cioè dalla loro natura, non può che svilupparsi con un ritmo incalzante pieno di suspense. Il loro contenuto, poi, è costituito dalla materia effervescente di desideri erotici così furiosi e distruttivi, che il racconto crea inevitabilmente l’attesa di un esito drammatico. In questo quadro moderno, più ristretto e molto più rarefatto, si respira l’aria soffocante, priva di sincerità, del settecentesco “Les liaisons dangereuses” di Choderlos de Laclos. Benché i quattro protagonisti (Ikuko e il professore, la loro figlia ‘in età da marito’ Toshiko e l’amico di famiglia Kimura) siano persone istruite e di un ottimo livello sociale, nelle annotazioni sul diario non c’è mai la minima allusione ad una conversazione di idee: dominano le pulsioni erotiche, con solo brevi accenni alle uscite per compere, al mangiare, ai fiori, al 'badare alla casa', alla salute. Sembra singolare, ma rientra invece nell'intenzione di creare un'atmosfera astratta, che in un’opera letteraria in cui il desiderio e l’attenzione sono esclusivamente rivolti al corpo umano, manchi quasi completamente una descrizione fisica dei personaggi, e quel poco che se ne dice sembra riguardare soprattutto caratteristiche psicologiche. Ikuko scrive del marito che a volte il solo vederlo le dà la nausea e che non può guardarlo a lungo senza provare repulsione. Eppure dice di amarlo, nonostante tutto. Vuole essere una buona moglie compiacente, perché ha avuto una educazione molto tradizionalista; è introversa e tiene nascosti i propri sentimenti. Fa all’amore con il marito al buio, sotto le coperte, senza mostrargli il proprio corpo nudo e senza mai dire una parola. Il professore si rammarica di essere un amante fiacco e inadeguato, che non riesce a soddisfare le voglie smisurate della moglie. Nasce così una idea ossessiva, sadica e voyeuristica che il marito mette in atto parecchie volte: invitare Ikuko a bere liquore finché non cada svenuta per portarla a letto con l’aiuto dell’onnipresente amico Kimura; durante la notte, poi, con tutte le luci accese, godere della vista del suo corpo e congiungersi con lei, immaginando che non sia del tutto priva di sensi. Poiché Ikuko durante l’amplesso pronuncia il nome di Kimura, il professore, eccitato dalla gelosia, comincia, con vari pretesti, ad attirare l’amico in un triangolo erotico. Solo in questo modo, e anche assumendo delle droghe che lo porteranno alla morte, il marito riuscirà per breve tempo a soddisfare la grande sensualità della moglie. Il pregio del romanzo è di descrivere con impassibilità e, direi, con castità, la passione erotica e l’ubriacatura per il corpo umano quando esse prevalgono e si dilatano a dismisura coprendo tutti gli altri sentimenti. L'obiettività e l'asciuttezza con cui Tanizaki parla del sesso, delle sue bugie e simulazioni nascono dall'intento molto serio di capire le proprie ossessioni e di rappresentarle in modo chiaro ed efficace.
martedì 14 aprile 2026
martedì 3 marzo 2026
Augustin Cochin (1876-1916). Lo spirito del giacobinismo. Le 'società di pensiero' e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese. Tascabili Bompiani, 1989
Questo smilzo libretto contiene alcune conferenze e saggi del più misconosciuto storico della Rivoluzione francese (così l’ha definito François Furet). Cochin era uno di
quei convinti cattolici per i quali
cultura e vita morale vanno strettamente insieme e si alimentano reciprocamente;
il suo punto di vista di studioso, però, era assolutamente laico. Tuttavia egli
rimane sconosciuto o dimenticato. Non credo che la ragione sia la sua morte precoce nella
prima guerra mondiale, prima di poter scrivere un opus magnum che ne
consacrasse il nome nell’ambiente accademico; credo piuttosto che sia stato
rimosso dal dibattito storico a causa dei suoi brevi testi di critica al
giacobinismo, che, con una prosa serrata, risplendono di una intelligenza abbagliante,
pieni di acute analisi sociologiche e di immagini ironiche e fulminanti. Cochin
polemizza con F. A. Aulard (1849-1928), acclamato storico della Rivoluzione.
Questo studioso tutto favorevole ai rivoluzionari, aveva cercato di demolire ‘con
il piccone e la zappa’ l’opera antigiacobina di Hippolyte Taine “Le origini della
Francia contemporanea”, affermando che la sua erudizione è inconsistente e che egli
non ha aggiunto nulla agli opuscoli monarchici della Restaurazione. Cochin
prima smonta tecnicamente le critiche di Aulard, e poi fa una lunga serie di
considerazioni storiche. Senza l’opera di Hippolyte Taine, scrive, noi saremmo
ancora alle “generose illusioni del 1789”, agli “eccessi” del 1793, a questa
letteratura storica misurata, di buon senso, liberale, che da cent’anni a poco
a poco corregge, abbiglia, attenua un ricordo sconvolgente, crescendo sulla
Rivoluzione come il muschio sulle rovine. Taine e Aulard usano fonti assai
diverse. Aulard scarta le memorie, le corrispondenze, le storie locali.
Utilizza solo gli autori e le fonti patriottiche: verbali di associazioni
rivoluzionarie, atti e corrispondenza del governo, propaganda patriottica,
opuscoli, discorsi, petizioni, circolari, giornali patriottici. Mentre Taine
affronta la Rivoluzione sul fatto, nella pratica e rovescia i princìpi per
provarne l’astrattezza e la retorica, Aulard è proprio ai princìpi e alla loro facciata
ufficiale che bada. Taine vuole scendere fino all’anima del popolo vero, Aulard
invece annota i gesti del partito popolare. Taine fa la storia dell’opinione
secondo ciò che effettivamente accade, Aulard costruisce la sua storia sulla base
di ciò che si pubblica. L’uno si rivolge agli esseri reali, ai francesi del
1789, l’altro si rivolge a un’astrazione come i Diritti dell’Uomo, a finzioni
come il Popolo sovrano e la Volontà generale. Quello di Aulard è un lavoro di
“Difesa repubblicana”. Questa repubblica viene considerata dai rivoluzionari
come l’incarnazione del Popolo libero e sovrano, che è però molto diverso dal
popolo reale, una pura astrazione. La libertà di principio attribuita al
Popolo sovrano non è di questo mondo, e quindi non può essere salvaguardata se
non con la frode e la forza. E’ nata in un mondo a parte, il mondo delle
società di pensiero, logge, club, società popolari, ecc. che costituiscono la
Piccola Città, una piccola repubblica perfettamente democratica, isolata e
chiusa, dove si fa una politica lontana dagli affari, si costruisce una morale
lontana dall’azione, dove tutto il bagaglio della vita reale (esperienza,
credenze, interessi, doveri) non deve entrare. Nella Piccola Città si viene
solo per pensare ed elaborare teorie, non per agire e vivere. Solo qui possono
prosperare le chimere di Jean-Jacques Rousseau che fuori, nel mondo reale, saranno
sempre in pericolo. E’ per questo che la patria giacobina, per conservarsi,
deve essere sempre sulla difensiva: al primo allentamento della sorveglianza e
della costrizione, la folla tornerebbe spontaneamente agli ‘interessi
particolari’, cioè alla vita reale. Il popolo vero, dice Cochin, ha la libertà
di una locomotiva sui binari. Nella storia ufficiale di Aulard, tutta basata su
fonti patriottiche, c’è una spiegazione per ogni episodio, per ogni massacro,
per ogni atto del Popolo. La causa dell’attacco alla Bastiglia? i movimenti
delle truppe. Le giornate di ottobre? la cena delle guardie del corpo. I
massacri di settembre? l’arrivo dei prussiani a Verdun. La guerra ai preti e ai
nobili? la loro cospirazione. Non una parola sulla ghigliottina, sulle
fucilazioni e gli affogamenti in Vandea. Lione si rivolta? è gelosia contro la
capitale. Taine ha rovesciato l’idolo rappresentato dal Popolo, il gran
feticcio della Rivoluzione. La sua opera rimarrà come un esempio di libertà di
spirito e di probità intellettuale, un modello di storia sincera. Il merito di
Aulard sarà invece quello opposto: un magistrale documento di ortodossìa
giacobina. Il lungo saggio su Aulard e Taine è solo una esemplificazione: una
verifica pratica delle lucide analisi che Cochin fa, nelle altre parti del
libro, dello spirito giacobino e dei suoi metodi di potere. Io, però, non mi
dilungo oltre. Sottolineo solo il valore profetico sia di Taine che di Cochin:
i personaggi descritti nelle loro opere circolano ancora fra noi. Il
giacobinismo non è mai morto: ha attraversato l’Ottocento, il nostro cattivo
Risorgimento e il Novecento. I suoi metodi insinuanti sono praticati
ancora oggi, non più per i ‘nobili scopi’ della politica, ma,
modestamente, solo per occupare posti di potere nella società. Per chi ricorda
che nell’Unione Sovietica, negli anni bui dello stalinismo, bisognava avere un
viso dall’espressione serena e possibilmente soddisfatta per non passare dei
guai come nemico del Popolo, sarà forse una sorpresa apprendere che, invece, al
tempo del governo giacobino bisognava avere un’aria preoccupata, perché la
preoccupazione era il segno stesso del patriottismo. Chi appariva spensierato era
sospetto.
sabato 21 febbraio 2026
Albert Mathiez - Georges Lefebvre. La Rivoluzione francese. Piccola biblioteca Einaudi, 1963
Per uno scrupolo di studente diligente mi sono sorbito con buona volontà le
mille pagine di questa storia della Rivoluzione; però, arrivato con fatica a
metà dell’opera, mi sono sentito schiacciato dalla pesante erudizione sia di
Mathiez che di Lefebvre, che fanno lunghi elenchi di singoli episodi avvenuti
in piccole e grandi località dell’immensa provincia francese, con personaggi
che appaiono sulla scena solo per un attimo, in applicazione o infrazione di leggi
citate ciascuna ogni volta puntigliosamente con la doppia data del calendario
rivoluzionario e di quello gregoriano. Mathiez e Lefebvre non trascurano nemmeno
di accennare continuamente agli infiniti incontri, conciliaboli, dichiarazioni,
simpatie, inimicizie, tradimenti, atti di guerra, ritirate, avanzate, discorsi,
incarichi, sostituzioni, ecc. dei tanti personaggi della storia, tutti avvenimenti,
doverosamente corredati dalla doppia
data, che passano velocemente davanti agli occhi del lettore come un
incomprensibile flusso di coscienza, come il pastone politico di un giornale
quotidiano, che fa solo una frettolosa cronaca dei fatti del giorno. Se ogni
tre o quattro pagine i due autori non dessero, in poche righe, una sintetica
interpretazione di quello che hanno raccontato in minutissimi brevi dettagli,
il lettore sarebbe molto disorientato e avrebbe
sprecato completamente il suo tempo e la sua fatica. Nell’ultima pagina di
copertina l’editore scrive, con mia meraviglia, che questa è un’opera storica
“per molti aspetti insuperata”. Io posso dire che, a mia conoscenza, solo Albert
Soboul ha fatto peggio.
mercoledì 28 gennaio 2026
Firenze prima dell'alluvione. La Casa della Cultura del Ponte di Mezzo
Nell’anno dell’alluvione frequentavo la Casa della Cultura del Ponte di
Mezzo, una grande costruzione con un vasto giardino sul retro. Come tutte le
case del popolo di quegli anni, ospitava le sezioni dei partiti di sinistra. Il
segretario della sezione comunista si chiamava Mauro Sbandati; era un timido spilungone e faceva
il bidello in una scuola. Lo ricordo come un brav’uomo. Nei primi mesi del 1966
ebbi uno scontro con la redazione cittadina dell’Unità, che si era impegnata a
fare un’inchiesta su un malaffare che avevo scoperto. Ma il caporedattore, alle
prime reazioni dei malaffaristi, per quieto vivere, aveva rinunciato a
proseguire e mi aveva scaricato. Mauro Sbandati mi accompagnò in via del Giglio
ad affrontarlo. Durante la discussione quel sedicente giornalista, con gli
occhietti cattivi in una faccia molle come il gorgonzola, si fece assistere da
due suoi discepoli, uno per lato, e ripeté cento volte che l’ordine di non fare
più l’inchiesta era venuto da Roma. La Casa della Cultura, assieme alla chiesa
della Beata Vergine Maria (con annesso cinema parrocchiale), all’altro capo della
lunga via Carlo del Prete, era l’unico punto d’incontro per gli operai e i
piccoli impiegati del quartiere. Invece si incontravano sotto gli alberi di un piccolo
giardinetto alcune decine di italiani che, alla fine della guerra, erano stati cacciati
dalla Grecia, dove erano emigrati da generazioni. In quel tempo, sparsi in
varie città italiane, c’erano migliaia di profughi italo-greci. Rimasero
riconoscibili ancora per qualche anno, finché non si fusero con il resto della
popolazione. Nella nostra vita di allora era molto presente la guerra americana
contro il Vietnam, che nel 1966 aveva toccato forse il suo momento più tragico.
In tutto il mondo milioni di persone manifestavano la loro protesta. Le foto
della guerra pubblicate dai giornali avevano la grandiosa drammaticità degli
antichi quadri della crocifissione. Nel novembre del 1965 avevo partecipato a
una notte di veglia per il Vietnam al teatro Adriano di Roma, assieme a uomini
politici, attori, cantanti e scrittori (ricordo Alfonso Gatto e Carlo Levi). Erano
tutti animati da una sincerità e da un sentimento profondo che oggi è quasi
impossibile trovare nei protagonisti della vita pubblica. In quella primavera,
io, ancora un po’ inebriato dall’atmosfera dell’Adriano, proposi ai compagni
del Ponte di Mezzo di fare un digiuno di qualche giorno per testimoniare la
nostra partecipazione alle sofferenze del popolo vietnamita. Gli operai della
sezione considerarono con ironia e scetticismo quella proposta da studente liceale,
e oggi, dopo tanto tempo, sorrido anch’io di me stesso; ma nel gruppo c’era un
operaio, Sergio Lagomarsino, che era un comunista mistico e appoggiò subito l’idea del digiuno. Sergio era un giovanotto
grande e calmo di 29 anni, con uno sguardo ironico e malinconico. Nel nostro
gruppo aveva una autorevolezza indiscussa perché sapeva sviscerare ogni
argomento mettendone in luce gli aspetti più umani. Non tutti si lasciavano
convincere dai suoi slanci sentimentali, anzi parecchi ne diffidavano (tra gli
altri, tre giovani sorelle operaie, ciascuna diversissima dalle altre, che marciavano
però sempre insieme, come i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua), ma non trovavano
argomenti per opporsi alle visioni di Sergio. Alla fine fu deciso di fare un
digiuno di tre giorni, dormendo nel salone della Casa della Cultura. Parteciparono
quattro persone: Sergio e la moglie Valeria, Peparini, un operaio allegro e disponibile,
ed io. Eravamo solo quattro, ma mandammo
un comunicato ai giornali e invitammo tutti a partecipare all’ultima serata di
dibattito. Vennero molti cattolici, specialmente della comunità di Don Luigi Rosadoni,
della Nave a Rovezzano. Venne anche qualche mio collega di lavoro, con gli
occhi teneri come se io mi fossi votato al martirio. Invece per noi quattro
digiunatori quei tre giorni furono quasi una scampagnata, una piccola avventura
da boy-scout, che si concluse, nella tarda serata dell’ultimo giorno, in una
trattoria di via Carlo del Prete.
venerdì 16 gennaio 2026
Firenze prima dell'alluvione. La trattoria della Vera, in via delle Brache
Prima dell’alluvione abitavo in un piccolo appartamento in una lontana
periferia di Firenze, e per andare al lavoro prendevo un filobus che, attraversando
il centro, arrivava all’altro capo della città. Avevo poco più di vent’anni e
vivevo da solo, ma non sopportavo la solitudine e restavo tutto il giorno fuori
casa. Dopo il lavoro in biblioteca, passavo il pomeriggio con amici studenti, e
la sera andavo al cinema. Ero arrivato da poco a Firenze, e imparai a conoscere
le strade e le piazze andando alla scoperta dei cinema sperduti delle periferie,
sale parrocchiali e di terz’ordine: il cinema Azzurri, il Faro, l’Artigianelli,
e tanti altri ormai spariti da anni. Per mangiare, sia a pranzo che a cena,
girovagavo per le trattorie economiche e le mense popolari del centro: Cesarino
in via dei Pepi, la mensa di San Francesco in piazza SS. Annunziata, quella dei
ferrovieri in via Alamanni, Frizzi in Borgo Albizi, la mensa degli studenti in
via San Gallo… Una vita randagia. Ma a pranzo andavo quasi sempre da Vera, che
aveva una piccola trattoria in via delle Brache, nel punto in cui sbocca in
piazza Peruzzi. Questa via è piuttosto un vicolo che non una strada, nel centro
antico di Firenze, fra Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. A metà degli
anni Sessanta, quando non erano ancora cominciate le lunghe processioni di
turisti, piazza Peruzzi era un luogo silenzioso lontano dal
tempo presente. Oltre alla trattoria, c’era solo un venditore di legna e
carbone. La trattoria era microscopica. Dalla strada si scendeva una rampa di
scale e si arrivava a due camerette con pochi tavolini. Vera cucinava per non
più di sei o sette persone. I clienti andavano direttamente in cucina per ordinare
piatti che lei preparava al momento. Era una bella donna del popolo di forse
cinquant’anni, con una simpatica parlata toscana. I suoi capelli erano neri e
lisci, raccolti dietro la testa, e lasciavano scoperto un viso schietto con
neri occhi gentili. I clienti della trattoria erano sempre gli stessi: il
barbiere di via dei Benci, un magazziniere, un operaio, uno studente fuori sede…
Sul gruppetto dominava “il ragioniere”, arguto chiacchierone che, per essere un
lettore devoto della Nazione, si dava arie di persona colta. Quando il 4
novembre del 1966 l’acqua dell’Arno invase il centro di Firenze, la trattoria
della Vera si riempì di fango e di nafta e non riaprì più. Passarono alcuni
anni. Un giorno di febbraio del 1971, mi trovavo in una sala d’aspetto del
reparto maternità dell’ospedale di Careggi. Mia moglie aveva partorito da poche
ore la nostra prima figlia. Ad un tratto mi sentii chiamare: “Fabrizio…!”. Mi venne
incontro una signora sconosciuta avvolta in una vestaglia. Era una ricoverata.
Aveva i capelli bianchi e lunghi sulle spalle e un viso così asciugato dalla
malattia, che sembrava trasparente, lo sguardo profondo e calmo di chi ha
accettato la sofferenza. “Sono la Vera…!”. La portai al letto di mia moglie per
farle vedere nostra figlia. Cara Vera…
giovedì 8 gennaio 2026
Marcello Veneziani ha preso una brutta piega
Marcello Veneziani è un intellettuale poliedrico maestro di molte cose: letteratura, filosofia, politica interna, politica internazionale, arte, costume, ecc. ecc. I suoi articoli sono sempre brillanti e spesso molto spiritosi. E’ certamente un uomo intelligente, apprezzato perfino a sinistra. Nientemeno che il grande pensatore Umberto Galimberti ha affermato di avere molto rispetto per lui. Però io trovo che da quando c’è il governo Meloni, Veneziani è diventato meno intelligente e meno spiritoso. Scrive sempre delle cose condivisibili e interessanti, ma le dice con tanta circospezione e tiepidezza, che in pratica la sua conclusione è sempre questa: “Io, che sono intelligente, capisco che le cose vanno male, e poiché sono anche onesto, dico le cose che ho capito. Però, signori miei, non possiamo farci niente e bisogna rassegnarsi”. Il suo articolo “Il mondo ha preso una brutta piega” è l’ultimo esempio di questa tiepida rassegnazione. Di fronte all’impresa di Trump, scrive, l’Italia balbetta, ma non può fare altro che adeguarsi. “E d’altra parte se davanti al Venezuela, come davanti all’Ucraina e alla Palestina, avesse assunto un’altra posizione, probabilmente non starebbe ancora là, il governo Meloni. Dunque, è perfettamente comprensibile la situazione di chi sta al governo”. Perché, scrive Veneziani, “l’imperativo categorico dei governi è durare, sopravvivere al potere”. Ma lui, che è anche filosofo, dovrebbe sapere che l'imperativo categorico di un governo non è durare, ma lavorare per il benessere del proprio popolo. Rimanere attaccati alla poltrona a tutti i costi è, invece, solo l’imperativo categorico dei nostri politici servili, bugiardi e inetti. Veneziani si mette in una posizione molto ambigua: giustifica la viltà del governo (il quale, secondo lui, “prende atto della forza, è realista”) e il suo asservimento agli Stati Uniti, e considera una condizione ormai naturale che l’Italia sia una colonia americana; ma nello stesso tempo si illude di essere un intellettuale intrepido perché dice queste mezze verità, e vanta il proprio “amore sobrio e tenace per l’Italia”. L’aggettivo ‘sobrio’ sembra un eufemismo per dire ‘sommesso’, ‘rassegnato’. Come è stato già detto, a volte la cultura corrompe: allontana dalla realtà e la sostituisce con una sua pallida immagine.
Stefan Zweig (1881-1942). Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica. Mondadori, 1948
A Luigi Russo le biografie scritte da Stefan Zweig piacevano
poco. Il grande storico della letteratura doveva provare, credo, un certo
disdegno accademico e professorale verso le opere di divulgazione destinate a
un largo pubblico di lettori. Eppure questo libro su Maria Antonietta è una
biografia eccellente, scritta in una prosa sostenuta, con grande acume
psicologico, intelligenza storica e conoscenza delle fonti. Siamo ben lontani dalle
biografie di certi giornalisti italiani scritte in un modo sciatto che strizza
l’occhio al parlare corrivo della gente comune. L’unico difetto del libro di
Zweig è la prolissità: indugia troppo nelle caratterizzazioni psicologiche e descrive le atmosfere e gli ambienti con eccessiva abbondanza di pennellate. Ma
seguendo la vita della regina francese, mi sono sentito immerso nelle vicende di
quel tempo in modo un po’ più consapevole che non leggendo i libri di Soboul, di Mathiez, di Gaxotte. Zweig si laureò nel 1904 con una tesi su Hippolyte Taine, la
cui opera sulla Rivoluzione francese “Le origini della Francia contemporanea” è
un capolavoro che certo ha contribuito a formare l’interpretazione psicologica
e morale dei fatti storici dello scrittore austriaco.
mercoledì 12 novembre 2025
Beatrice Venezi, direttore d'orchestra
lunedì 20 ottobre 2025
Elio Chinol (1922-1996). La vita perduta. Longanesi, 1974
Elio Chinol lo ricordo come collaboratore dell’Espresso, quando quel
giornale era grande come un letto a due piazze e pubblicava solo foto in bianco
e nero. Ho trovato per caso questo romanzo sconosciuto (nemmeno un commento in
internet) e non ho resistito al richiamo di quel titolo. ‘La vita perduta’,
pubblicato nel 1972, racconta le vicissitudini del popolino che abita in un
vicolo di Treviso verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso. Tutta
gente povera e spesso malandata: operai, anziani ubriaconi, ladruncoli,
prostitute, giovani balordi, mogli infelici e sognatrici, ragazzi di strada
simpatici e avventurosi oppure, come nel caso del narratore, con la passione
per lo studio e destinati a una vita migliore. Il riferimento morale di tutte
queste persone, almeno ufficialmente, è il parroco, coadiuvato, per le opere di
beneficenza e per tenere i rapporti con le altre donne del vicolo, dalla
sorella nubile. Un microcosmo così pullulante di vita cittadina non era la
prima volta che veniva rappresentato in un romanzo. Un precedente classico è la
fiorentina via del Corno, i cui abitanti sono descritti con realismo lirico da
Vasco Pratolini nel suo ‘Cronache di poveri amanti’. Però nel romanzo di
Chinol, di lirico non c’è niente, ma non c’è nemmeno il crudo realismo di altre
descrizioni dello stesso mondo popolare. Qui, nella ‘Vita perduta’, raccontata
quasi per intero in una lingua tutta parlata che indulge al dialetto, c’è un
equilibrio raro fra divertita leggerezza e composta serietà. Si sorride per
molte vicende buffe vissute dai personaggi, ma si mostra una sobria pietà per
la malattia e la morte. Il romanzo, quindi, anche se si esprime in una forma
già usata di autobiografismo, ha una ispirazione autentica e originale; l’Autore
sa dare vita ai suoi personaggi e li fa sembrare veri e convincenti. La ventina
di pagine in cui il narratore racconta il suo amore per Isabella Rivoli, ricca
ragazza diciottenne che si fa chiamare Beba, sono le più belle del
romanzo, così intensamente belle che sembrano un episodio estraneo al racconto. Sia il
narratore che la ragazza sono descritti con una leggerezza e una verità in cui
è commovente riconoscersi. L’innamorato scrive poesie e le porta a leggere al
Mainardi, un giovane appena sopra i vent’anni, autodidatta, appassionato di
letteratura. Il Maina, benché compaia poco e in secondo piano, è assieme al
Ceo, ragazzo ribelle e avventuroso, il personaggio più originale del romanzo. E’
un artista che vuole fare della religione dell’arte la ragione della sua vita e
si tormenta nella fatica di rendere in
lingua il mondo dialettale. “Una volta che era andato a comperare un’anguria,
il fruttivendolo, un omaccione gigantesco, gliene aveva scelto una e per rassicurarlo
che era buona gliel’aveva avvicinata all’orecchio e l’aveva fatta scricchiolare
stringendola fra le sue mani enormi. <El senta, el senta>, gli aveva
detto, <ea sgrenze come a testa de un putèo>”. Il Maina era rimasto
impressionato da questa frase. <Che bello, ostia! Che forte! E’ quasi una
sensazione fisica, lo senti nei denti. Ma se lo traduci nella lingua con ‘scricchiola’,
non ti resta più niente>.
venerdì 19 settembre 2025
Anton Cechov (1860-1904). Il monaco nero (Tutti i racconti, IX). Biblioteca universale Rizzoli, 1976
Da alcuni mesi rileggo lentamente i racconti di Čechov nell’edizione della Biblioteca universale Rizzoli. Alcune raccolte le ho commentate, altre (Il fiammifero svedese, Uno scherzetto) no, per non ripetere cose già dette. Il volume ‘Il monaco nero’ mi suggerisce, invece, osservazioni in parte nuove. Čechov descrive i suoi personaggi, le case, l’abbigliamento e tutto ciò che può avere un significato con una attenzione e uno scrupolo che, in apparenza, sembrano appartenere a un antropologo o a un viaggiatore che venga da lontano a visitare un paese sconosciuto. Sono nominati con una precisione sorprendente, per esempio, i piatti che lo scrittore offre ai suoi personaggi, quando li mette a tavola. All’avvocato Lìssevic’, nel racconto ‘Il regno delle donne’, “piace mangiar bene, specialmente formaggi, tartufi, rafano grattugiato con olio di canapa, e a Parigi, a suo dire, mangiò budella arrosto nemmeno lavate”. Anna Akìmovna, la giovane e sensibile protagonista dello stesso racconto, beve una certa infusione molto amara e assaggia un po’ di carne salata con la senape. Poi la domestica serve una tacchina, mele in conserva e uva spina. “Dopo cena tolsero dalla tavola la tovaglia e vi misero su dei piatti con panforti alla menta, noci e uva passa”. La precisione di Čechov non è la meticolosità di uno studioso che osservi quel mondo dall’esterno, ma è il segno di una presenza e di una partecipazione sentimentale e, direi, anche fisica. Non importa all’autore che quei riti domestici siano a volte sgradevoli e persino disgustosi. L’avvocato Lìssevic’ “pregustava il pranzo, lo mangiava già mentalmente e si deliziava. Quando poi Anna Akìmovna lo condusse a braccetto in sala da pranzo ed egli, finalmente, si versò un bicchierino di vodca e si pose in bocca un pezzetto di salmone, allora si mise perfino a far le fusa dal piacere. Masticava in modo rumoroso, repellente, emettendo certi suoni dal naso, e i suoi occhi intanto diventavano untuosi e pieni di bramosia”. Qui il modo di mangiare diventa satira, mentre in altre occasioni è solo espressione di affabile convivialità. Ma in ambedue i casi, l’amore di Čechov per i dettagli della vita quotidiana dice quanto sia grande in lui il sentimento di essere russo, di appartenere, anche se a volte dolorosamente, a quel mondo. All’altro capo della scala sociale, rispetto all’avvocato Lìssevic’e ad Anna Akìmovna, nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, Marfa, la vecchia moglie di Jakov, fabbricante di bare e suonatore di violino, invece del tè, beve, a causa della miseria, solo acqua calda. L’attenzione pietosa di Čechov! A me sembra che Čechov descriva la Russia, creando un grande affresco meraviglioso, con un occhio vergine, curioso e innamorato; e ne fanno fede la grande attenzione ai particolari e il suo stile semplice, che a volte sembra ingenuo e persino evangelico. Nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, la morte della moglie Marfa induce Jakov, vissuto fino ad allora in uno stordimento senza memoria, a ripensare alla sua intera esistenza. “Si rammentò di nuovo che in tutta la sua vita non una volta aveva avuto pietà di Marfa ed era stato affettuoso con lei”. Nel suo ritorno al passato, Jakov, dopo cinquant’anni di smemoratezza, ritrova il salice in riva al fiume, dove, da giovani, lui e la moglie cantavano canzoni. “Sì, era proprio quel salice: verde, silenzioso, malinconico. Com’era invecchiato, poveretto!”. Le riflessioni di Jakov sono semplici: perché gli uomini fanno sempre proprio ciò che non bisogna? perché si impediscono a vicenda di vivere? Jakov seduto sulla soglia della sua isba, suona il violino pensando alla vita perduta e le lacrime gli corrono per le guance. Morendo, lascia il violino a Rotschild, un paesano che in vita aveva tanto detestato. Già solo nel breve racconto di Jakov e della moglie Marfa risplendono la forza e l’acutezza di Čechov nel costruire caratteri, e la sua sensibilità nel seguirne lo sviluppo, fino -quasi sempre- ad un momento supremo di crisi morale. Nella cornice antica di una Russia ottocentesca, i caratteri più riusciti mi sembrano quelli più moderni, cioè segnati da una personalità tiepida e oscillante. Nel ‘Racconto di uno sconosciuto’, il giovane e agiato impiegato Orlòv, presso il quale lo ‘sconosciuto’ presta servizio come domestico, rappresenta uno di questi eroi della società moderna. Prima di congedarsi, lo sconosciuto, che in realtà è un militante di una formazione rivoluzionaria, di famiglia nobile, gli scrive una lettera dove traccia un suo sarcastico ritratto. “… Sì, voi leggete molto e la marsina dell’europeo vi sta a pennello, ma tuttavia con qual delicata cura, puramente asiatica, vi preservate dalla fame, dal freddo, dallo sforzo fisico, dal dolore e dall’inquietudine! quanto presto la vostra anima s’è chiusa nella veste da camera! che parte di vigliacco avete fatto di fronte alla vita reale e alla natura!... E la vostra ironia? Il pensiero vivo, libero e ardito è indagatore e imperioso; invece per la mente pigra e oziosa è insopportabile… Vi siete armato di un atteggiamento ironico verso la vita, e il vostro pensiero, frenato e spaurito, non osa saltare al disopra della palizzata che gli avete posto davanti, e quando dileggiate le idee, che pretendete vi sian tutte note, somigliate al disertore che fugge ignominiosamente dal campo di battaglia…”. Quanti ne ho conosciuti, sul mio posto di lavoro, negli anni della contestazione, di personaggi che si atteggiavano a combattenti ed erano disertori! E sempre sul posto di lavoro, che era una piccola società completa di tutti i tipi umani, ho incontrato donne simili a Olga Ivànovna, protagonista del racconto ‘La saltabecca’. Lei cantava, suonava il pianoforte, dipingeva, modellava, recitava, ecc. “Ma in nulla la sua genialità si esprimeva così vivamente come nella sua abilità di far presto conoscenza e stringere relazione con le persone celebri. Bastava che qualcuno venisse solo un pochino in fama e facesse parlar di sé, perché ella già cercasse di conoscerlo e nello stesso giorno se lo amicasse e lo invitasse a casa sua”. Nel racconto ‘Il monaco nero’, il giovane intellettuale Andréi Vassilievic’ Kovrìn, malato di nervi, ha delle allucinazioni: ogni tanto gli appare un monaco vestito di nero, con la barba bianca e le sopracciglia nere. Già al primo incontro, la sola vista del monaco lo rende allegro, radioso, ispirato. All’incontro successivo, nel vasto giardino della famiglia che lo ospita, Kovrìn ha una conversazione con il monaco. Il giovane sa bene che il religioso è solo un miraggio e glielo dice, ma lui replica tranquillo: “Io esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione è una parte della natura, dunque io esisto anche in natura”. Il monaco rivela che lui, Kovrìn, è un eletto di Dio, che i suoi pensieri e il suo meraviglioso sapere e tutta la sua vita hanno il suggello divino e sono consacrati a ciò che è ragionevole e bello, cioè all’eterna verità. Kovrìn obietta che, se il monaco è un’allucinazione, allora lui è psichicamente malato. Ma il religioso risponde che la genialità è parente della follia e che le persone sane e normali sono uomini del gregge e si occupano solo della vita presente. Kovrìn torna verso casa allegro e felice: le parole del monaco avevano lusingato non il suo amor proprio, ma tutta l’anima, tutto l’essere suo. Quelle parole non sembrano esagerate al giovane studioso, perché è ben consapevole che tutta la sua vita passata è stata casta e pura. “Cara Tania, io sono così lieto, così lieto!”, dice alla figlia del padrone di casa, innamoratissima di lui. Kovrìn sposa Tania, ma quando la ragazza si accorge che il marito parla da solo, immaginando di parlare col monaco nero, lo fa curare e lo guarisce dalla pazzia. Però Kovrìn, dopo la guarigione, non è più lui: l’anno prima, era gaio e vivace, ora ha il viso ingrassato e sbiancato, la testa rasata, senza più i suoi lunghi bei capelli e l’andatura fiacca. Nascono in lui un rimprovero e un odio implacabili verso la moglie e il suocero. “Perché, perché mi avete curato?... Io stavo diventando pazzo, avevo la mania di grandezza, ma ero allegro, vivace e perfino felice, ero interessante e originale. Adesso son divenuto più ragionevole e più posato, ma sono come tutti: un mediocre e mi è noioso vivere. Avevo delle allucinazioni, ma a chi ciò dava fastidio?”. Kovrìn diventa sempre più irritabile, capriccioso e attaccabrighe, e la storia finisce in modo drammatico, con la separazione dei coniugi e la morte del suocero. Io penso che Čechov, pur rispettando la normalità di Tania e di suo padre, i cui sentimenti non sono affatto meschini, abbia più simpatia per l’eccezionalità di Kovrìn. La sua confessata mania di grandezza non acceca né la sua sensibilità, né la sua capacità di capire gli altri, né si manifesta a danno degli altri, E’ solo, io credo, la consapevolezza di far parte di una sfera superiore di pensiero e di valori morali; più o meno lo stesso sentimento, mi sembra, che doveva provare Arthur Koestler, quando parlava di sé come ‘freccia nell’azzurro’ (Arrow in the Blue); assomiglia all'estasi di Puškin, quando scriveva: “Chi dobbiamo servire – il popolo o lo Stato? Non importa al poeta – lasciamoli aspettare!... Passeggiare sulla scia di se stessi, ammirando le divine beltà della natura e sentire la propria anima fondersi nell’ardore dell’ispirato disegno dell’uomo – questa è la vera gioia, questi sono i diritti!”.
lunedì 4 agosto 2025
Alexander Mitscherlich (1908-1982). Il feticcio urbano. La città inabitabile, istigatrice di discordia. Einaudi, 1972
Questo libro, pubblicato in Germania nel 1965, basato sull’esperienza della ricostruzione delle città tedesche nel secondo dopoguerra, non ha perso niente, dopo oltre sessant’anni, del suo valore di denuncia. Mitscherlich non era né un architetto né un urbanista, ma uno psicologo, e non si occupava dell’estetica della città, ma degli effetti psicologici che i brutti edifici, costruiti e ammassati senza criterio e senza rispetto per le esigenze umane, hanno sulle persone che vi abitano.
L’Autore dichiara di aver voluto scrivere un pamphlet “per mettere alla
gogna la tristezza dei tempi” (già allora!); egli non aveva ancora perso la
speranza che le cose potessero cambiare, “sol che si possieda il coraggio di
capire”, ma in realtà non si faceva molte illusioni. Ed aveva ragione! Io non
conosco le città tedesche, ma sono abbastanza sicuro che esse abbiano avuto
(probabilmente in una maniera meno indecente) lo stesso sviluppo delle città
italiane, devastate dalla speculazione. Le nostre città non sono semplicemente
inospitali (come dice il titolo originale del pamphlet), ma addirittura invivibili.
Questo è oggi sotto gli occhi di tutti, (da qui in poi faccio la parafrasi del
pamphlet di Mitscherlich) anche se l’abitudine ottunde la sensibilità e noi non
battiamo ciglio quando gli alberi vengono abbattuti e si drizzano le gru e quando
i giardini vengono inondati dall’asfalto. Il deserto urbano va estendendosi; perciò
noi dovremmo porre un freno alla devastazione in grande stile delle città e
all’immane distruzione del paesaggio. La città avrebbe due importanti funzioni:
per un verso essere il luogo della sicurezza, della produzione, del
soddisfacimento di molti bisogni vitali. Per un altro verso la città dovrebbe costituire
il terreno nutritivo, l’humus della coscienza umana, l’unico luogo che ne renda
possibile lo sviluppo. Oggi, però, scriveva l’Autore sessant’anni fa, non è più
così. Oggi la città, estendendosi smisuratamente, si è disgregata. La gente
danarosa è emigrata nei sobborghi, dove ha perduto ogni freno, ogni residuo di
dignità urbana, ogni senso degli obblighi che la città borghese una volta imponeva. Passeggiando per i sobborghi a
villette di Germania, Italia, Olanda, Inghilterra, ecc., si resta sopraffatti
dall’orrore del comfort, dalla monotonia e dal cattivo gusto. Le nostre città
rendono depressi gli abitanti. “Noi dopo la guerra abbiamo sciupato l’occasione
di edificare città pensate con più raziocinio, città autenticamente nuove”. La
città configurata, cioè pensata in un modo melodico, può diventare una patria, cioè
il luogo che ci dà identità e coscienza, quella invece semplicemente
agglomerata, non potrà mai diventare una patria. Si costruiscono case su case
in una disastrosa confusione o in una uniformità rigida e spaventosa. Le
vecchie città avevano un cuore. Oggi la monotonia degli elementi architettonici
e la moltiplicazione meccanica delle case nelle città-giardino è una prova
disgustosa di incapacità artistica e di egoismo. Le nostre città si
provincializzano e diventano inospitali, e decade l’alta
civiltà urbana che fu un tempo il centro di diffusione dei lumi.
Mitscherlich non ha alcuna fiducia che i partiti politici e le istituzioni
possano vincere la battaglia contro la speculazione. In modo, credo, retorico,
egli si appella al coraggio civile degli urbanisti e degli architetti. Ma dove
sono costoro? Le cose cambieranno solo quando lo scontento degli sfruttati
abitanti delle città ‘avrà assunto forme precise’, cioè, immagino, quando sarà diventato generale e organizzato in
forme politiche. Ma anche qui l’ottimismo di Mitscherlich tentenna, perché egli
sa bene che la capacità di adattamento dell’abitante della città è straordinaria. E oltre all’immensa capacità di adattamento
dei cittadini, è attiva una schiera di ‘tranquillizzatori occulti’, sociologi e
altri intellettuali, che si occupano vilmente di lodare, giustificare e far
accettare alla massa “quanto di irrisolto, di brutale, di spregevole c’è nel
nostro presente”. Costoro, affetti da moderno snobismo, ritengono di essere
vicini alla realtà e illuminati perché non partecipano ai sogni sentimentali
rivolti al passato. Per esempio, il ‘vicinato’ è un concetto che essi
respingono, è parola intrisa di sentimentalismo, ma questa parola conserva invece
il suo grande valore. Senza un vicinato che influisca sul piano emozionale, non
può sorgere una umanità matura. Nelle nostre città si cerca di soddisfare i
vari bisogni prescindendo dalla comunicazione. “La completa dissoluzione della
socialità urbana si rispecchia nella parola self-service”. Nei quartieri
residenziali, con quei caseggiati a cinque piani, schierati in fila l’uno
accanto all’altro, ben difficilmente una umanità urbana riesce a svilupparsi.
Se è ben tenuta e ordinata, la città diventa oggetto d’amore per i suoi
cittadini; diventa il consolante involucro nelle ore della disperazione e lo
scenario luminoso nei giorni festivi. Nella molteplicità delle sue funzioni, la
città rappresenta un mondo più antico di quello paterno. Le città armoniose del
passato sono tutte molto più che la somma delle loro strade e dei loro edifici.
Le città finora sono cresciute in un assai intenso nesso di interazioni tra gli
abitanti. E’ disastroso volerne programmare la crescita come si programma la
produzione di automobili. Il cittadino è oggi concepito dai costruttori non
come un individuo vivente, ma come un’entità astratta, un consumatore di vani
d’abitazione. Le sue esigenze umane non hanno alcuna importanza e sono
completamente ignorate. “Si stipino gli impiegati dietro le facciate di vetro
tutte uguali dei grattacieli e poi ancora nella monotonia del loro casamento
d’abitazione, e avremo vanificato ogni pianificazione in vista di una libertà
democratica. Purtroppo, come già detto, anche ciò che è più disumano e bizzarro
viene legittimato e santificato dall’abitudine. Sappiamo dalla storia che molte
società si sono ostinatamente adattate a condizioni di vita di cronico
immiserimento, a un ambiente miserabile. Del resto possiamo vedere anche oggi,
sia all’est che all’ovest, un processo di adattamento alla forma di vita
piccolo-borghese, un tempo tanto disprezzata dal proletariato rivoluzionario.
Le piante delle abitazioni offrono la migliore espressione della esistenza di
una borghesia raggrinzita. L’individuo può preservare la propria identità solo
se ha la possibilità di coltivare costanti rapporti con gli altri. Nella realtà
urbana di oggi [anni Cinquanta] questa esigenza viene del tutto trascurata.
L’impoverimento di relazioni durevoli nelle città provoca l’appiattimento e
l’impoverimento della capacità dei cittadini di partecipare alla vita comune e
di conseguenza un immiserimento dell’esperienza della vita. Mai in precedenza
nella storia si è avuta, per le esigenze dello ‘sviluppo tecnico’, una
distruzione così irresponsabile delle tradizioni che sorreggevano un ricco
tessuto di rapporti umani. E anche nei luoghi di vacanza, dove si crede di
trovare un ambiente sereno e libero, c’è lo stesso mondo urbano da cui si
fugge: tutti si ritrovano alla fine in alberghi e bungalow fatti alla stessa
maniera, con gli stessi elementi edilizi, nella medesima distribuzione delle
masse, si tratti del Westerland o di Rimini, delle coste della Florida o di
Cortina, di Davos o di Kitzbühel.
sabato 2 agosto 2025
Antòn Cechov (1860-1904). La steppa (Tutte le novelle, V). Biblioteca universale Rizzoli, 1953
Il volumetto contiene dieci racconti. “La steppa”, lungo quanto gli altri nove messi insieme, è soprattutto un poema lirico in cui gli uomini e le loro attività hanno un ruolo secondario, perché il racconto descrive quasi esclusivamente la bellezza eterna e favolosa di quel paesaggio russo. - Alcuni carri carichi di mercanzia viaggiano lentamente, d’estate, attraverso la steppa. Cechov descrive le figurette di alcuni carrettieri. Panteléi, un vecchio dalla barba bianca, magro e basso di statura, ha un viso scurito dal sole, severo e pensoso. Cammina scalzo accanto all’ultimo carro perché ha i piedi malati, rovinati dal gelo. Dimov, un bel giovanotto robusto e rosso di capelli, è un attaccabrighe. Kiriucha, dalla barba nera, ha una voce e una risata che rivelano una insuperabile stupidità. Poi ci sono Jemeliàn e Vassia. Vassia, assieme a Panteléi, è il personaggio più interessante. Per lui la steppa deserta e bruniccia è sempre piena di vita e di contenuto. Egli vede le volpi che giocano, le lepri che si lavano con le zampette, le otarde che spiegano le ali... Grazie alla sua vista acuta, oltre il mondo che tutti vedevano, Vassia ha anche un altro mondo suo proprio, non accessibile ad alcuno e bellissimo: quando egli guarda e va in estasi, è difficile non invidiarlo. Cechov descrive la steppa con la stessa sensibilità che ha prestato al carrettiere Vassia. - Sui carri c’è anche un bambino di nove anni, Jegòruska, che va in città per entrare al ginnasio. Era partito su uno scortecciato calesse con lo zio mercante e con l’arciprete del paese, ma, dopo un giorno o due di viaggio, è stato affidato ai carrettieri della carovana, diretta anch’essa in città. I pensieri di Jegòruska sono il tenue filo conduttore fra le tante situazioni che si avvicendano nel corso dei pochi giorni di viaggio. Il calesse col bambino, lo zio e l’arciprete parte la mattina molto presto, quando l’aria è ancora fresca. “Ma passò poco tempo, la rugiada evaporò, l’aria s’intorpidì, e la steppa delusa prese il suo aspetto accasciato di luglio. L’erba si chinò al suolo, la vita tramortì”. Alla sosta di mezzogiorno, “il tempo si trascinava senza fine, come se anch’esso si fosse intorpidito e fermato. Pareva che dal mattino fossero passati già cento anni”. - Le descrizioni del paesaggio si susseguono a ogni mutamento di luogo e di ora del giorno. “Vai per un’ora o due... Ti capita davanti sul cammino un taciturno vecchio ‘kurgàn’, o un simulacro di pietra, posto lì Dio sa da chi e quando, senza rumore passa a volo sopra la terra un uccello notturno, e a poco a poco ti vengono alla mente le leggende della steppa, i racconti delle persone incontrate, le fiabe della bambinaia nativa della steppa e tutto ciò che tu stesso hai saputo vedere e penetrare con la tua anima. E allora nel crepitio degli insetti, nelle figure e nei ‘kurgani’ sospetti, nel cielo azzurrino, nel chiaro di luna, nel volo dell’uccello notturno, in tutto ciò che vedi e odi, comincia a parerti di sentire il trionfo della bellezza, la giovinezza, il rigoglio delle forze e una sete appassionata di vita. E nel trionfo della bellezza, nell’esuberanza della felicità senti una tensione e un’ansia, come se la steppa avesse coscienza che è sola, che la sua ricchezza e la sua ispirazione si perdono invano per il mondo, da nessuno cantate e a nessuno necessarie, e attraverso il gioioso brusìo odi il suo ansioso, disperato richiamo: un cantore! un cantore!”. Cechov è stato, anche in altri racconti, il sublime cantore del paesaggio della steppa. Riporto un’ultima descrizione: “Nelle sere e notti di luglio più non gridano le quaglie e i re di quaglie, non cantano nei valloncelli boschivi gli usignuoli, non odorano i fiori, ma la steppa è tuttora bellissima e piena di vita. Appena tramonta il sole e la foschia avviluppa la terra, ecco che l’angoscia diurna è obliata, tutto è perdonato, e la steppa respira agevolmente a pieni polmoni. Quasi fosse per il fatto che l’erba non vede nelle tenebre la propria vecchiezza, si leva in essa un giocondo, giovanile crepitio quale non c’è di giorno; il crepitare, il fischiettare, il raspare, i bassi, i tenori e i soprano della steppa, tutto si fonde in un incessante, monotono brusìo, col cui accompagnamento è bello ricordare ed essere malinconici”. - In un paesaggio così sconfinato, eterno e fiabesco, la vita degli uomini sembra qualcosa di trascurabile e di passeggero. E in realtà lo è. Cechov però presta attenzione anche alle piccole vite delle figurette che s’incontrano nella steppa: carrettieri, mercanti, osti, ecclesiastici, cacciatori vaganti, pecorai, donne, contesse, e un gran signore a cavallo che scorrazza per la steppa da padrone, come un cavaliere dell’Apocalisse. E il bambino Jegòruska è seguito, nel suo smarrimento e nella sua solitudine, fin quasi sulla porta del ginnasio della città, dove lo zio mercante e l’arciprete del suo paese lo abbandonano al suo destino.
giovedì 10 luglio 2025
Anton Čechov (1860-1904). Una storia noiosa. (Tutti i racconti, VII). Biblioteca universale Rizzoli, 1975
Sì, è grazie alla sua immensa capacità di soffrire che il popolo russo ha vinto a Stalingrado e ha sbaragliato la Germania nazista. Il popolo statunitense, nelle condizioni dei russi, si sarebbe disgregato come una costruzione artificiale. Vedremo ora come si concluderà la guerra che gli Stati Uniti stanno facendo contro la Russia per interposta nazione.
mercoledì 21 maggio 2025
Albert Soboul (1914-1982). La Rivoluzione francese. Laterza, 1964
Il libro di Soboul, benché mi abbia richiesto un mese di applicazione, si può
liquidare brevemente: è un manuale noiosissimo che sarebbe stato più utile se
avesse avuto solo la metà o un terzo delle sue 654 pagine. Soboul ha un punto
di vista giacobino e sanculotto che io ora non intendo discutere. L’ho fatto, da
dilettante, commentando in passato altri libri sullo stesso argomento, e lo
farò ancora. Ora mi preme dare un giudizio sulla scrittura di questo storico,
che è essenzialmente amministrativa e notarile come una gazzetta ufficiale, ed
è sorprendentemente astratta. Pur parlando di fatti e di persone straordinarie
e sommamente teatrali, Soboul quasi sempre si limita a enunciazioni di nomi, di
luoghi e di date. La sua non è una storia di persone vere (sulla Vandea, per
esempio, scrive sì e no una paginetta), ma di ceti, di classi e di concetti. Ed
è solo così, parlando genericamente di concetti, di classi e di ceti, e
ignorando la concretezza e il sangue della realtà, che egli può affermare più
facilmente il valore del suo punto di vista.
venerdì 16 maggio 2025
LIBRI LIBRI LIBRI LIBRI LIBRI
Vincenzo Cuoco (1770-1823). Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799
Le acute osservazioni di Vincenzo Cuoco sul fallimento della rivoluzione napoletana del 1799, ispirata e sorretta dai francesi contro la volontà popolare, hanno un valore così universale e, se possibile, eterno, che dovrebbero essere esposte nelle sedi dei governi e imparate a memoria da tutti i professionisti della politica.
“…Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra massime troppo astratte, erano lontanissime da’ sensi; e quel che è più, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutti i capricci e talora tutti i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, dai nostri capricci, dagli usi nostri… La nostra rivoluzione essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute dei patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi aveano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse… Siccome la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione intera, e che potea sperarsi solamente dallo sviluppo delle nostre facoltà… Non può mai esser libero quel popolo, in cui la parte che per la superiorità della sua ragione è destinata dalla natura a governarlo, sia con l’autorità, sia con gli esempi, ha venduta la sua opinione ad una nazione straniera…”.
Purtroppo questi ammonimenti, basati su concetti così chiari ed elementari, sono rimasti parole al vento. Per metterli in pratica bisognerebbe avere coraggio, modestia e generoso disinteresse personale. Qualità, queste, che molto di rado si sono viste unite insieme sia fra gli intellettuali che fra i politici, e che oggi sembrano quasi scomparse.
venerdì 25 aprile 2025
Gustave Flaubert (1821-1880). Madame Bovary. Fabbri editori, 1985
Sia
Balzac che Flaubert hanno descritto una società non molto diversa da quella in
cui viviamo oggi; il mondo attuale, infatti, è la continuazione e lo sviluppo,
senza salti, del mondo descritto da loro. Il romanzo di Flaubert, però, mi
sembra che offra qualcosa di più di una rappresentazione efficace della società
di quel tempo, perché la descrive dall’interno e ci rivela, oltre alle sue
dinamiche di lunga durata, anche i suoi stati d’animo. Il farmacista Homais è
un figlio della Rivoluzione, proprio come noi oggi ci vantiamo ancora di
essere; Homais è un sostenitore meschino e retorico della libertà, del
progresso e della salute pubblica, ed ha le stesse caratteristiche e, credo, la
stessa personalità di quella schiera di medici e scienziati che, durante la recente
pandemia di Covid, hanno sostenuto in modo fanatico, contro ogni evidenza, la
bontà delle vaccinazioni e la necessità di limitare la libertà. Homais ha una
cultura che non va molto oltre la lettura del giornale, che è la sua bibbia,
come è la bibbia, nel nostro tempo, dei cosiddetti ceti medi riflessivi. Homais
la sera sa il giornale quasi a memoria e racconta le notizie che ha letto a
tutte le persone che incontra. Sotto un aspetto di bonaria socievolezza, il
farmacista è estremamente vanitoso, vile, disonesto e crudele. Propone all’incompetente
Bovary di operare il piede equino di Hippolyte, provocando – seppur
indirettamente – l’amputazione della gamba, non perché abbia affetto per il
ragazzo e interesse per la sua salute, ma solo per fare pubblicità a se stesso
e al proprio paese. Homais non compie mai un atto sincero, spontaneo, naturale.
In questo assomiglia a Emma Bovary, ed è un co-protagonista del romanzo.
Flaubert non lo perde mai di vista e ogni volta che accenna a lui, fa risaltare
la sua insopportabile e vuota presunzione. Ciononostante, questo personaggio
servile e protetto dalle autorità è, nel mondo di menzogne descritto da
Flaubert, l’eroe che trionfa, e il romanzo si chiude con la notizia che lui, ormai,
dopo essere riuscito a far fallire tutti i successori di Bovary, esercita (abusivamente) l’attività di medico
per una vastissima clientela, e che “gli è stata appena conferita la Legion
d’Onore”. Anche Emma Bovary non ha mai un pensiero o un gesto che siano espressione
spontanea della sua natura. In lei gesti e pensieri sono sempre imitazioni dei
modelli suggeriti dalla letteratura. In questo senso tutto esteriore, Madame
Bovary potrebbe essere paragonata a don Chisciotte. Però all’hidalgo della
Mancia i romanzi cavallereschi hanno ispirato sentimenti elevati e lo hanno
fatto sentire, come lui dice di sé,
“valoroso, cortese, liberale, gentile, generoso, splendido, audace”,
ecc. Don Chisciotte, magnanimo qual è, afferma che bisogna essere assertori
della verità anche a prezzo della vita. E’ inspiegabile, perciò, che Erich
Auerbach, nei suoi saggi sul realismo,
minimizzi la sua follia privandola di ogni significato simbolico, e
attribuisca al cavaliere dalla triste figura una “saggezza normale e per così
dire media… di un uomo prudente ed equilibrato”. Dare la vita per difendere la
verità è un gesto folle (ma è una fortuna che a volte ci siano persone dotate
del coraggio di farlo), che va ben oltre la portata di un uomo prudente ed
equilibrato. Su Emma Bovary, invece, i romanzi hanno una influenza molto
diversa: alla stessa stregua dell’odierna pubblicità martellante e onnipervasiva
e di tutto il vasto insieme di miti fantastici creati da cinema e televisione, i
romanzi offrono ad Emma Bovary modelli
di comportamento, pensieri preconfezionati, aspirazioni stereotipate, che lei
assorbe avidamente e che, costituendo tutta la sua vita spirituale, finiscono
per allontanarla dalla realtà. Al giovane Léon, appena conosciuto, confida:
“Detesto i personaggi comuni e i sentimenti moderati, come quelli che si
incontrano nella realtà”. Quando le nasce una bambina, sviene per la delusione.
Desiderava un figlio maschio, che sarebbe stato “quasi una rivincita potenziale
di tutti i suoi fallimenti”. Qualche lettore vede in questa aspettativa di Emma
una iniziale consapevolezza femminista, ma a me sembra che anche qui lei dimostri
la sua personalità artificiosa, vagheggiando, in un figlio maschio, una figura
di uomo libero e avventuroso, che possa diventare un protagonista nel mondo
immaginario in cui lei vive. Anche per la scelta del nome da dare alla bambina,
Emma si comporta nel modo più banale: sceglie il nome ‘Berthe’ non perché le
piaccia, ma solo per averlo sentito pronunciare dalla marchesa al castello
della Vaubyessard (invitata occasionalmente al castello, anche lo zucchero le
era sembrato più fine e più bianco di come era abituata a vederlo). Alla figlia
non si affezionerà mai, la trascura e anzi, guardandola, pensa: “E’ strano come
sia brutta questa bambina”. Fallisce come madre, dopo aver fallito come moglie:
prova ripugnanza e odio per il marito, troppo mediocre, goffo e modesto per le
sue aspirazioni; lei sogna di ascoltare il suono delle arpe sui laghi, il canto
dei cigni, il cadere delle foglie al chiar di luna, e nello stesso tempo aspira
a una vita tumultuosa, piena di balli mascherati e di piaceri sfacciati. La sua
vita banale, con i vicini noiosi e stupidi, non le sembra la vita vera ma
un’eccezione, una situazione anormale in cui lei si trova presa per puro caso,
mentre, oltre i confini della sua piccola esistenza, si stende a perdita
d’occhio lo sterminato paese della felicità e delle passioni. Le giornate di
Emma scorrono uguali come le onde del mare, e non accade mai niente di nuovo;
lei si annoia e soffre orribilmente. “Come i marinai in pericolo, volgeva
sguardi disperati sulla solitudine della sua vita, cercando di scorgere una
vela bianca lontana fra le brume dell’orizzonte”. Emma smette di disegnare e di
suonare il piano. Vorrebbe imparare l’italiano, prova a leggere libri di storia
e di filosofia, ma si arrende subito. Non ha vere passioni né risorse intellettuali.
Il suo primo contatto col mondo arcano dell’aristocrazia avviene in un modo
volgare al quale il sarcasmo di Flaubert attribuisce il valore di un battesimo.
“All’età di tredici anni, suo padre la condusse con sé in città per metterla in
collegio. Scesero in un albergo e mangiarono in piatti dipinti che illustravano
la storia di madamigella La Vallière. Le leggende esplicative, tagliate qua e
là dai graffi dei coltelli, glorificavano tutte la religione, le gioie dello
spirito, e i fasti della corte”. Ad Emma non rimane, dunque, che l’adulterio
per illudersi di realizzare i suoi sogni romantici. Dopo aver ceduto a
Rodolphe, “andava ripetendosi: ‘Ho un amante! Ho un amante!’ e questa idea la
deliziava come se le avessero promesso una seconda adolescenza. Finalmente
avrebbe posseduto quelle famose gioie che dà l’amore, quella febbre di felicità
che non sperava più di provare. Stava per entrare in quel mondo meraviglioso
ove tutto è passione, estasi, delizia; un roseo universo la circondava, i più alti sentimenti
splendevano sfiorati dal suo pensiero, l’esistenza di ogni giorno era confinata
lontano, laggiù in fondo, nell’ombra”. Negli amori extra-coniugali Emma è
generosa, purché, però, questi amori corrispondano ai suoi sogni e si
mantengano al loro stesso livello; ma i suoi sogni sono artificiosi e, di
conseguenza, vuoti e irrealizzabili, e si concludono sempre con una delusione amarissima.
Il primo sogno che viene infranto (Rodolphe scappa dopo averle promesso di
fuggire insieme) provoca un dolore autentico e profondo che, però, invece di
guarire Emma dal suo romanticismo malato, la mantiene nelle stesse illusioni
della giovinezza. A teatro, a Rouen, per ascoltare, assieme al marito, l’opera
‘Lucia di Lammermoor’, sogna addirittura di diventare l’amante del tenore. “Si
sentì presa da una follia: Lagardy la guardava ne era sicura! Sentì il
desiderio di buttarglisi fra le braccia, per rifugiarsi nella sua forza come
nell’incarnazione stessa dell’amore, e di dirgli in un grido: ‘Rapiscimi!
Portami con te! Fuggiamo! A te, a te tutti i miei ardori, tutti i miei sogni!”.
Dopo la fuga di Rodolphe, Emma ha un nuovo amore con Léon, ritrovato per caso a
Rouen; poi c’è la catastrofe economica e infine il suicidio. Negli ultimi
giorni di vita, Emma, crollati tutti i sogni e le speranze, acquista una
autenticità che prima non aveva: il suo sdegno e il suo disprezzo sono veri,
sentiti, ispirati da una nuova fierezza. Al notaio Guillaumin che con il suo sorriso
dolciastro e ambiguo le chiede amore in
cambio del pagamento del suo debito, risponde: “Mi si può compiangere, ma non
sono in vendita!”. La signora Bovary ha tanti difetti, ma non è vile e non lo è
mai stata. Questo spiega perché Homais trionfa e lei, invece, soccombe. Flaubert
segue Emma passo passo, come un medico il suo paziente, e descrive i suoi stati
d’animo con la precisione di una cartella clinica. Il romanzo, nel complesso,
ha la perfezione di un manuale che illustri in modo sarcastico le ‘delizie’
della vita moderna. Charles Bovary, dopo il suicidio della moglie amatissima,
prova un immenso dolore che lo rende degno di rispetto. Oltre a lui, ci sono
soltanto due altri personaggi, due fuggevoli comparse, la vecchia contadina
Leroux e il dottor Larivière, che Flaubert descriva, con commozione la prima, e
con ammirazione il secondo. Catherine Leroux viene premiata alle Assemblee
Agricole per i suoi cinquantaquattro anni di servizio nella stessa fattoria. Flaubert
ne fa questo sublime ritratto, di cui dovette certo ricordarsi raccontando,
venti anni dopo, la storia di Félicité in “Un coeur simple”. “Si vide avanzare
sulla pedana una vecchietta dall’aria
spaurita che sembrava cercare di rimpicciolirsi nelle povere vesti. Calzava
grossi scarponi dalla suola di legno, e metà della sua figura era nascosta da
un grembiulone di legno. Il viso magro, circondato dalla cuffia priva di ala,
era più segnato dalle rughe di una mela renetta avvizzita, e dalle maniche
della camicetta rossa uscivano le mani lunghe con articolazioni nodose. La
polvere dei granai, la soda dei bucati, il grasso della lana le avevano
talmente incrostate, logorate, indurite, da farle sembrare sporche anche dopo
essere state lavate e rilavate; rimanevano abbandonate, quelle mani, quasi in
un gesto di rassegnazione, come se, dopo aver sempre servito gli altri,
volessero essere esse stesse l’umile testimonianza di tutte le sofferenze
sopportate”, ecc. Il dottor Larivière è un celebre medico chiamato al capezzale
di Emma morente. “Questi apparteneva alla grande scuola chirurgica uscita di
sotto il camice di Bichat, a quella generazione ormai scomparsa di
professionisti filosofi che, venerando la propria arte con un amore fanatico,
l’esercitavano con passione e sagacia… Il dottore era tanto stimato dagli
allievi, che essi si sforzavano di imitarlo il più possibile… Larivière
disdegnava croci, titoli e accademie, era ospitale, liberale e paterno con i
poveri, praticava la virtù senza credervi… Lo sguardo di lui, più tagliente del
suo bisturi, scendeva in fondo all’anima e scardinava ogni menzogna”, ecc. Con
l’incondizionata simpatia espressa per due persone così diverse, e soltanto per
queste due, Flaubert dà ragione a Pasolini, che diceva di amare solo le persone
semplici che avevano frequentato al massimo la terza elementare e le persone di
grande levatura per intelletto e preparazione, e dà ragione alla discreta
schiera di moralisti che aborriscono la mezza cultura, confusa e pretensiosa, come
quella dello speziale Homais. Flaubert ha capito fra i primi che il dominio
della borghesia (oggi diremmo delle banche e delle multinazionali) crea negli
uomini una falsa coscienza, indotta e artificiosa, che è causa di infelicità.
Quanto questo fenomeno sia oggi diventato universale, è un tema vasto a cui posso
solo alludere. Per dare un’idea della carica polemica e profetica di Flaubert,
cito da una sua lettera: “L’istruzione gratuita e obbligatoria non farà altro
che aumentare il numero degli imbecilli”. La profezia sta in questo: oggi che le
università sono forse raddoppiate di numero rispetto a 50 anni fa, l’incultura e
il conformismo dilagano. Benché le idee di Flaubert possano sembrare paradossali, in fondo ad
esse brilla una luce di verità. Del resto, come scrisse in una lettera, “l’arte
non è altro che una giustizia superiore”.
domenica 13 aprile 2025
Denis Mack Smith (1920 - 2017). Vittorio Emanuele II. Laterza, 1975
Sulle vicende del Risorgimento la macchina della propaganda aveva cominciato ad alterare la verità e a costruire un’aura di eroismo attorno ai suoi protagonisti quando gli avvenimenti erano ancora in corso. Ma dopo l’occupazione di Roma, nel 1870, e soprattutto dopo la morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, in un parossismo di retorica, si arrivò a descrivere il Risorgimento addirittura come “il fatto politico europeo più importante del XIX secolo”, e il re defunto come la sua guida suprema e infallibile, il più grande e glorioso sovrano dell’Europa cristiana. Gli storici ufficiali hanno voluto far credere che fossero autentiche la capacità militare e la finezza politica che il re millantava, ma coloro che lo conobbero bene, specialmente taluni stranieri che potevano parlare senza timore, lo definirono un carattere debole e pigro, un egoista preoccupato solo di sé, grossolano, mediocre e sleale. Il marchese toscano Pompeo Provenzali (1812-1900), che frequentò la corte di Torino, lo descrisse in modo lapidario: “uomo mediocrissimo, sovrano nullo”. Denis Mack Smith, senza sarcasmo e con pacata obiettività, documenta con fatti ed episodi concreti queste gravi colpe del re, facendo l’esatto contrario di quello che aveva fatto Benedetto Croce nella sua famosa ‘Storia d’Italia dal 1871 al 1915’. Il filosofo abruzzese, non contento di aver descritto la personalità del re con tanta compiacenza da farlo assomigliare a Tartarino di Tarascona, aggiunse con stupefacente disinvoltura il ricordo di un episodio dalle implicazioni gravissime. Nel 1873 Vittorio Emanuele fece un viaggio a Berlino, “dove, appena giunto, non lasciò di dichiarare all’imperatore Guglielmo che egli, nel ’70, era stato sul punto di sfoderare la spada contro di lui, se non glielo avessero impedito i suoi ministri: dichiarazione di un cavalleresco sovrano a un altro che aveva animo pari”. Le cose non si erano svolte esattamente come disse Vittorio Emanuele, però è vero che il re d’Italia si era cullato per molti mesi nel proposito di combattere contro la Prussia di Bismarck a fianco di Napoleone III. Se quel proposito velleitario e irresponsabile si fosse realizzato, non è difficile immaginare la brutta fine che avrebbero fatto i Savoia e l’Italia. Croce invece parla di spirito cavalleresco! Aveva ragione Salvemini di considerare il libro di Croce non un libro di storia ma un libro di favole. Lo studio dell’azione di Vittorio Emanuele e del suo tempo non è fine a se stesso, ma serve a capire gli sviluppi successivi della nostra storia. Al tempo del re piemontese, nella società italiana esistevano già le condizioni fondamentali per la nascita dell’Italietta umbertina, giolittiana, fascista, democristiana, di sinistra, pentastellata e di centro-destra. Molte situazioni di quel tempo sembrano preannunciare episodi analoghi che si verificheranno nei decenni successivi e che avranno un esito spesso catastrofico e un impatto profondo sempre negativo. La guerra del 1866, per esempio, fu voluta a tutti i costi, anche se l’Austria, in guerra con la Prussia, era disposta a cedere il Veneto pacificamente, in cambio della nostra neutralità. Ma “ci si pasceva di illusioni invece che di fatti”. Si sosteneva che “l’esercito era formidabile, che la marina aveva una superiorità inconfutabile e che avevamo tre generali che l’Europa ci poteva invidiare”. Con entusiasmo bellicoso, sicuri della vittoria, si proclamava che “non valeva la pena di prendere Venezia senza combattere”. Come si sa, andò molto male (anche se si ebbe il Veneto in regalo da Napoleone III) perché in realtà “l’esercito era irrimediabilmente debole, impreparato e male equipaggiato”. I non molti generali che conoscevano questa situazione, invece di renderla pubblica e di dissuadere il re dall’entrare in guerra, non parlarono per non rovinare la propria carriera. Il comando supremo era poco esperto e poco competente, male addestrato e dilaniato da gelosie e contrasti intestini. L’ammiraglio Persano, sconfitto ignominiosamente nella battaglia di Lissa, nel 1862 fu ministro della marina per otto mesi. Nel dicembre dovette lasciare la carica per la caduta del governo, ma nelle poche ore che gli restavano prima che le sue dimissioni fossero accolte, promosse se stesso da vice-ammiraglio ad ammiraglio. Sono azioni come questa che hanno formato la lunga tradizione militare e amministrativa a cui noi oggi siamo ormai assuefatti, anche se non tutti rassegnati. La voglia di guerreggiare e lo spirito assolutistico di Casa Savoia non vennero mai meno per tutto il regno di Vittorio Emanuele. Questi trasmise al figlio e al nipote un residuo di potere che permise loro d’intervenire con autorità nei momenti cruciali, e che essi esercitarono, non sempre utilmente, a sostegno di Crispi, Salandra, Mussolini e Badoglio. Sono giudizi pacati, questi, del fin troppo pacato Denis Mack Smith, che, comunque, molto lucidamente così conclude: “La sua [di Vittorio Emanuele] passione per la guerra, la sua incompetenza come comandante militare, la sua segreta e irresponsabile ostilità verso i suoi presidenti del consiglio, per non parlare di quella che Sir James Hudson chiamava la sua ‘predilezione per i furfanti’, furono tutti aspetti negativi del suo regno”.
sabato 29 marzo 2025
Dedicato a Ursula von der Leyen

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