sabato 31 ottobre 2026
'I galantuomini' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
'I galantuomini' racconta qualche episodio della vita di alcuni proprietari impoveriti, ex ricconi che si ostinano a conservare abitudini da galantuomini. Verga è molto sarcastico con loro e sbeffeggia il fatto che tutta la loro qualità si riduca a saper leggere e scrivere e che, anche dopo la rovina economica, continuino a sentirsi importanti e a provare i sentimenti di chi è nato col 'don' davanti al nome. Della novella io salvo solo la descrizione della lava che avanza e ricopre i poderi. Il fuoco ‘‘oggi aveva preso la vigna del tale, domani sarebbe entrato nel campo del tal altro, ora minacciava il ponte della strada, più tardi circondava la casetta a mano destra’’. I proprietari e i loro contadini si affaccendavano ‘‘a levar tegole, imposte, mobili, a sgomberar le camere, a salvar quello che si poteva, perdendo la testa nella fretta e nella disperazione, come un formicaio in scompiglio’’. La moglie del custode della vigna di don Marco pianta, al limite del terreno, le cannucce con le immagini dei santi e, man mano che si accendono come fiammiferi, le sposta all’indietro; ‘‘piangeva spaventata, davanti a quella rovina, pensando che il padrone non aveva più bisogno di custode, e li avrebbe licenziati’’. La montagna nera sopra la vigna fumava e franava qua e là, ‘con un acciottolìo come se si fracassasse un monte di stoviglie, spaccandosi per lasciar vedere il fuoco rosso che bolliva dentro. Da lontano, prima ancora che fossero raggiunti, gli alberi più alti s’agitavano e stormivano nell’aria quieta; poi fumavano e scricchiolavano; ad un tratto avvampavano e facevano una fiammata sola. Sembravano delle torce che s’accendessero ad una ad una nel tenebrore della campagna silenziosa’’. Il sarcasmo con cui Verga descrive i proprietari rovinati è troppo facile e superficiale. Questo tipo di atteggiamento Verga non riesce ad esprimerlo in modo artistico: lo si è visto anche nel racconto ‘‘Gli orfani’’. La sua inclinazione più autentica è la comprensione dei poveri, e la sua più alta dote di scrittore è la rappresentazione drammatica del loro dolore. Con il suo sarcasmo Verga riesce solo a far sembrare delle macchiette i suoi galantuomini decaduti. Costoro la domenica, nonostante tutto, vanno ancora a ‘‘ciaramellare’’ al circolo di conversazione con gli altri galantuomini, dandosi delle arie da benestanti, e, dovendo ormai lavorare insieme ai contadini, si dolgono non di aver preso la malaria, ma di essere trattati a tu per tu, senza più il ‘don’. Don Piddu, ex galantuomo, soffre più per la vergogna che la figlia Marina se la intenda di nascosto col ragazzo di stalla, che non per la propria misera condizione economica. La battuta finale che Verga suggerisce al confessore di don Piddu è ancora inutilmente sarcastica: voi galantuomini potete esprimere il vostro dolore a voce alta perché siete istruiti; invece i poveri, per la stessa disgrazia, stanno zitti, perché sono poveri e non sanno di lettere, e possono sfogarsi solo coll’andare in galera. Il sarcasmo di Verga non solo è troppo facile, ma è fazioso. Visto da un’altra prospettiva, il fatto che un uomo sia più addolorato per i propri principi calpestati che per la sua rovina economica, può essere considerato sublime.
giovedì 29 ottobre 2026
'Pane nero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘Pane nero’ racconta la vita di una famiglia di contadini colpita da una lunga serie di sventure, tutte così serrate e prevedibili, che la storia ne risulta piuttosto noiosa e meccanica, anche se i personaggi sono vivi e alcune situazioni poetiche. Il capofamiglia, compare Nanni, muore di malaria, lasciando una moglie vecchia e malaticcia e tre figli. La famiglia è ora in miseria, perché i buoi, le pecore e la provvista del grano se ne sono andati per la malattia di compare Nanni. Santo, il figlio maggiore, è sposato con Nena, soprannominata la Rossa, e ha già dei figliuoli. Il fratello minore, Carmenio, è ancora un ragazzo, e se ne va lontano a fare il pastore sotto padrone. La sorella Lucia rimane in casa, perché Santo non vuole che vada a servizio, ma lei non ha dote e non può sperare di trovare qualcuno che la sposi. La descrizione di come la Rossa aveva conquistato Santo è vibrante di tenera sensualità. I genitori di lui lo avevano sconsigliato. Il padre gli diceva: «Lascia stare la Nena, che non ha dote, né tetto, né terra». E la madre: «Cerca di innamorarti della vedova di massaro Mariano, che è ricca, e non avrà molte pretese, perché è sciancata». Ma la Nena era sempre alle costole di Santo ed era con lui premurosa e gentile. Nessuno la voleva per la sua povertà, ma lei si levava il pane di bocca per regalargli una berretta di seta nera o per fargli trovare un fiasco di vino o un pezzo di formaggio. Lui si schermiva: non voleva che lei, così povera, si privasse di qualcosa di buono, ma lei insisteva: «Io son più contenta se l’avete voi». E diceva anche: «Io lo so che non ho nulla e che nessuno vorrà togliersi addosso il peso di una moglie senza dote». ‘‘Ella aveva però la nuca bianca, come l’hanno le rosse; e mentre teneva il capo chino, con tutti quei pensieri dentro, il sole le indorava dietro alle orecchie i capelli color d’oro, e le guance che ci avevano la peluria fine come le pesche; e Santo le guardava gli occhi celesti come il fiore del lino, e il petto che gli riempiva il busto, e faceva l’onda al par del seminato’’. Una sera Santo aveva incontrato la Rossa, che coglieva asparagi lungo il sentiero, e le propone di fare la strada insieme. Lei dice di no, perché le donne sono impicci. «Io vi porterei sulle braccia, comare Nena, vi porterei». Dopo sposati, vengono cinque figli. Il padre glielo ripeteva di continuo, a Santo: «Pensa che il pane è scarso, e che i figliuoli vengono presto». Forse le gentilezze della Rossa potevano sembrare le moine di una ragazza leggera in cerca di un uomo da abbindolare; invece lei, nelle avversità che sopraggiungono, dimostra di essere una donna forte, lavoratrice, sincera, affettuosa e pragmatica: il personaggio più simpatico della novella. Lei e Santo, ora che sono sposati, hanno sempre nella testa e dinanzi agli occhi, come un pensiero fisso, il loro campo: ‘’prima giallo, ammelmato dal gran piovere; poi quando ricominciava a pigliar fiato, le erbacce, che Nena ci si era ridotte le mani una pietà per strapparle ad una ad una, bocconi, con tanto di pancia [...] Santo camminando pesantemente dietro la sua compagna, curva sotto il sacco dello strame per le bestie, e con tanto di pancia, sentivasi il cuore gonfio di tenerezza per la poveretta’’. La povertà, però, inaspriva gli animi e creava malumore fra i due coniugi. Marito e moglie si voltavano le spalle ingrugnati, litigavano ogni volta che la Rossa domandava i denari per la spesa, e anche in altre occasioni c’erano musi lunghi, parolacce e persino busse. Ma poi facevano la pace. C’erano liti anche fra cognate, perché la Rossa rimproverava a Lucia di non far nulla per aiutare in casa; e Lucia rimbeccava che, senza aver marito, gli erano toccati i guai dei figliuoli altrui. Lucia, bella ragazza senza dote, è corteggiata da lontano, con occhiate e canzonette, da Pino il Tomo, ‘un pezzo di giovanotto senza risparmio’, che vive cacciando e vendendo rane. La ragazza è lusingata e, a sua volta, lancia delle occhiate furtive al giovane. Lui allora la domenica si avvicina all’uscio di lei e, ‘malizioso peggio di un asino rosso’, dice, per cominciare una conversazione: «Ci vuol la pioggia pei seminati!», oppure: «Le olive saranno scarse quest’anno». E poi, chiamandola ‘sorella mia’, le spiega che se i raccolti non sono buoni, nessuno comprerà le sue rane. ‘‘Alla ragazza quel ‘sorella mia’ le scendeva al cuore dolce come il miele, e ci ripensava tutta la sera, mentre filava zitta accanto al lume’’. All’improvviso Pino il Tomo sparisce, senza spiegazioni. Solo più tardi si viene a sapere che si è accompagnato con la vedova di massaro Mariano e che volevano sposarsi. Lei, benché sciancata, aveva roba da pigliarsi il marito che gli pareva e piaceva. Il giovanotto torna a cercare Lucia, dinanzi all’uscio di casa, per giustificarsi: è stata colpa della cattiva annata. Ma la ragazza è severa: «Questo solo voglio dirvi: che qui non ci avete a metter più piede». Ora Pino il Tomo può bighellonare ben vestito, ben pasciuto, con le scarpe ai piedi e le mani dietro la schiena. Anche la Rossa, che è una lavoratrice, lo disprezza: «Quello è il suo mestiere, di fare il vagabondo!». Santo e la moglie sono un po’ abbrutiti dalla fatica e dalla miseria, ma conservano una fondamentale generosità. A Santo non importa di spendere in medicine per curare la sua vecchia mamma. «Ha lavorato anch’essa la sua parte, quand’era tempo; e allorché saremo vecchi, i nostri figli faranno altrettanto per noi», dice un po’ troppo saggiamente. La Rossa ogni mattina portava con sé nel campo la bimba più piccina dentro le bisacce, sulla schiena, e la più grandicella per mano. Gli altri tre figli li lasciava a casa, a far disperare la cognata. Quando le bimbe strillavano per il freddo dell’alba, la mamma si fermava per scaldare col fiato le manine paonazze della piccina, oppure tirava fuori dalla bisaccia la lattante e le dava la poppa, seguitando a camminare. A soli ventisette anni, il suo seno aveva perso il suo fascino sensuale: ora lei ‘lo buttava fuori al sole e al gelo, come roba che non serve ad altro che a dar latte, tale e quale come una giumenta’. La Rossa era ‘una vera bestia da lavoro, a zappare, a mietere e a seminare, meglio di un uomo’. Moglie e marito ‘si aiutavano l’un l’altro come due buoi dello stesso aratro. Questo era adesso il matrimonio’. Il fratello minore di Santo, Carmenio, che faceva il pecoraio sotto padrone, prende la malaria e, dopo una serie di penose disavventure, torna in famiglia. Don Venerando, un ricco possidente che stava di casa lì vicino, lo prende per le sue pecore di Santa Margherita. In realtà lui mira a prendere Lucia a servizio in casa sua, perché la vedeva dal suo terrazzino e sperava di approfittare delle sue grazie. Carmenio porta con sé nel podere lontano la vecchia madre malata. Al momento della partenza, sia la Rossa che Lucia piangono insieme, riappacificate, tenendosi abbracciate. Santo, che sembra fare sempre la parte del coro, commenta: siamo troppo poveri per volerci sempre bene: ‘‘le galline quando non hanno nulla da beccare nella stia, si beccano fra di loro’’. Lucia entra, dunque, nella casa di don Venerando, che comincia subito a insidiarla, promettendole denaro, gioielli, vestiti. Lei resiste. Si innamora dello sguattero, Brasi, ‘piccolo, ricciuto, col muso fino e malizioso di can volpino’. Lucia vorrebbe farsi sposare, perché pensa che fra due o tre anni potrebbe avere un gruzzoletto. Brasi da quell’orecchio non ci sente, però Lucia gli piace, coi suoi occhi di carbone, e la grazia di Dio che ci aveva addosso. Le schermaglie fra i due giovani, lo sguattero e la serva, sono una pagina brillante del racconto, tenera e divertente. Poiché non c’è alcuna via d’uscita dalla sua condizione, Lucia cede alle voglie del padrone, e, ora che porta orecchini d’oro e venti onze di dote, Brasi si sbraccia a mostrarsi servizievole e premuroso quasi lei fosse diventata un’altra padrona. Ora è pronto a sposarla: con le venti onze aprirà una piccola osteria: lui in cucina e lei al banco. La conclusione sarà proprio questa, e siccome la Rossa chiude la novella con una frase soddisfatta di approvazione, sembra quasi un lieto fine. Invece è solo l’inizio di un’altra serie di sventure, che, anche se taciute, sono del tutto prevedibili. Lucia è una ragazza sensibile e fondamentalmente seria: non può rispettare un marito ruffiano. Cominceranno presto a disprezzarsi. Pino il Tomo, quando avrà saputo della relazione fra Lucia e don Venerando, non mancherà di gironzolarle intorno con mille seduzioni per farla cadere un’altra volta. E lei, sentendosi sola e già colpevole, sarà una preda facile. Il determinismo di Verga, applicato a tante sventure che si succedono tutte, in modo serrato, una dopo l’altra, nell’arco breve di una novella, ha qualcosa di soffocante. E l’apparente lieto fine non è una boccata di ossigeno.
martedì 27 ottobre 2026
'Storia dell'asino di San Giuseppe' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Il protagonista del racconto è un asino che passa da un padrone all’altro, e finisce stroncato dalla fatica e dalle bastonate. La storia di quest’asino non ha un valore di metafora: l’asino rappresenta solo se stesso, un disgraziato animale sfruttato oltre le sue forze. Ma i vari padroni che hanno approfittato della povera bestia non se la passano molto meglio. Anche loro hanno una vita difficile e dura. L’inizio del racconto, con la farsa della contrattazione del prezzo per l’asino ancora giovane, ha uno spunto di comicità ed è una interessante descrizione di una fiera del bestiame. Il ragazzo che si affeziona all’asino e lo va a trovare quando cambia padrone è un tratto vero e umano, che fa risaltare ancora di più la solitudine dell’asinello, dimenticato anche dalla madre.
lunedì 26 ottobre 2026
'La roba' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘La roba’ è forse, assieme a ‘Cavalleria rusticana’, la novella più nota di Verga. E’ una favola fuori del tempo, che racconta in poche pagine intense la storia di Mazzarò. Costui, accolto, da ragazzo, nudo e crudo e per carità, nella fattoria di un barone, riesce a mettere insieme una proprietà terriera sconfinata, usando la sua testa, che era come un brillante. Nelle terre che ora gli appartengono, lui ‘veniva prima da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano’. Anche il protagonista della novella ‘Il Reverendo’ si era arricchito cominciando da ragazzo a fare i lavori più vili nel convento dove lo avevano accolto per carità. Ma quel racconto, concretamente realistico, descrive anche il modo con cui il Reverendo si arricchisce, la natura dei suoi affari, le istituzioni con cui si allea, il legame che ha con il giudice e il capitano d’armi e il declino del suo prestigio sociale dopo l’Unità d’Italia. ‘La Roba’, invece, narra una vicenda, si può dire, purissima, che si potrebbe svolgere in un tempo e in un luogo qualsiasi, anche in un paese immaginario, perché descrive in modo poetico una patologia dell’uomo: l’ambizione, l’avidità, la crudele avarizia, e infine l’esito drammatico del suo egoismo. Quando Mazzarò sente che deve morire e lasciare tutto quello che ha conquistato, esce nel cortile come un pazzo, barcollando, e comincia ad ammazzare a bastonate le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: «Roba mia, vientene con me!». Per questa conclusione dolorosa e immorale a cui l’amore per la ‘roba’ può portare, il racconto può essere considerato una parabola lirica. Già dall’inizio del racconto si respira un’aria favolosa senza tempo. Il viandante che cammina, in una vasta zona della provincia di Catania, lungo campi di stoppe riarse, aranceti sempre verdi, boschi di sugheri, pascoli deserti, ‘‘se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora che i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: «Qui di chi è?», sentiva rispondersi: «Di Mazzarò»’’. Ancora il viandante ‘cammina e cammina’ (proprio come in una favola), passa davanti a una fattoria grande come un paese, con magazzini che sembrano chiese, attraversa vigne, uliveti e campi, incontra lunghe file di aratri e ‘le immense macchie biancastre di mandrie’. Tutta roba di Mazzarò. ‘Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo, nel bosco’. Camminando per le sue terre sterminate, si poteva immaginare che Mazzarò fosse un gigante, invece era un ometto che non gli avreste dato un baiocco, e benché fosse ‘ricco come un maiale’, mangiava appena due soldi di pane e un pezzetto di formaggio. Non beveva vino, non fumava, non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. L’unica donna che avesse avuto ‘sulle spalle’, era stata sua madre, che gli era costata anche dodici tarì quando l’aveva seppellita. A Mazzarò non importava il denaro; lui amava solo la roba e usava il denaro per comprare altra terra. Però sapeva, per averlo provato, quanto fosse duro guadagnare ‘i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva quattordici ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento’. Mazzarò non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Lui era fatto per la roba, e la roba era fatta per lui, perché la roba vuole stare con chi sa tenerla e non la sciupa. Indubbiamente Mazzarò è un personaggio straordinario ed evoca i grandi avari creati da Balzac e da Dickens. Tuttavia nell’atmosfera di favola in cui si muove, Mazzarò, come uomo, è un personaggio statico e poco interessante, che non ha assunto il significato emblematico di papà Grandet o di Gobseck o di Scrooge, personaggi di Balzac e di Dickens. Dell’eroe verghiano sono descritte le azioni passate, ma lui nel racconto non agisce, se non con quell’ultimo gesto disperato di ammazzare i suoi animali a bastonate. E’ un personaggio forte per ciò che ha realizzato, ma separato dalle sue proprietà, non è più nulla.
sabato 24 ottobre 2026
''Gli orfani'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
‘Gli orfani’ è un raccontino minore delle ‘Novelle rusticane’, scritto con una ironia elementare e insistita che rende troppo evidente ed esemplare il contrasto fra apparenza e realtà. Il protagonista, perciò, è un uomo senza veri sentimenti, se non quelli legati al suo carattere di macchietta. Compare Meno, che ha appena perduto la seconda moglie, si mostra inconsolabile e copre di lodi sperticate la defunta, così dedita alla famiglia e alla casa e così economa, che ‘non si lavava per non sporcare l’acqua’, e, pur moribonda, non voleva che si chiamasse il medico per non spendere e non dover comprare medicine. Il vedovo afflitto ricorda con le comari del vicinato, che lo compiangono e lo incoraggiano a cercare subito un’altra moglie, come la consorte non aprisse mai bocca per dire ‘datemi’. Eppure aveva portato una bella dote, che ora, purtroppo, il marito dovrà restituire perché da lei non ha avuto figli.
venerdì 23 ottobre 2026
''Malaria'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
Giovanni Verga ha scritto questa novella non con il suo solito crudo e concreto realismo, ma con uno slancio lirico che rende poetico il mondo desolato del racconto. L’asprezza e il dolore di questo mondo, pur rappresentato con grande ricchezza di particolari, appaiono perciò distanti e sfumati come in un sogno o in una favola, come le mogli ammazzate di Barbablù. Il paesaggio, le piante e gli animali sono animati quasi più degli esseri umani. I paesi (Lentini, Francofonte e Paternò) ‘‘invano cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle’’. Nell’atmosfera di alcune descrizioni c’è forse una sorgente della nostra migliore poesia novecentesca. ‘‘Sull’aia screpolata, all’ombra delle alte biche di paglia dormono le galline con la testa sotto l’ala, e l’asino lascia cascare il capo, colla bocca ancora piena di paglia, e il cane si rizza sospettoso, e abbaia roco al sasso che si stacca dall’intonaco, alla lucertola che striscia, alla foglia che si muove nella campagna inerte’’. Le persone che la malaria lascia stecchite sul pagliericcio di granturco, vengono caricate sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell’asino, o su una scala, con la faccia coperta da un sacco, ‘e si va a deporle alla chiesuola solitaria sotto i fichidindia spinosi, di cui nessuno perciò mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando’. Attorno a queste tragedie umane, però, la natura è rigogliosa: ‘‘in giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c’entra il vomero in novembre’’. A compare Carmine, che ha un’osteria sul lago di Lentini, la malaria ha portato via, uno dopo l’altro, cinque figli, tre maschi e due femmine. ‘‘Pazienza le femmine!’’, ma i maschi morivano proprio quando avevano l’età di guadagnarsi il pane. La madre è diventata curva come un gancio dai crepacuori, e il padre sta sempre sull’uscio, per non vedere quelle stanzacce vuote, dove prima cantavano e lavoravano i suoi ragazzi. Ma la malaria non ce l’ha contro tutti. Cirino lo scimunito, per esempio, sopravvive a ogni attacco, anche se la malaria gli ha mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli è entrata tutta nella pancia gonfia come un otre. Particolari, questi, che vanno ben oltre il realismo: sembrano presi da una favola horror. E da una favola nera sembra venire anche il soprannome di ‘Ammazzamogli’ con cui veniva chiamato l’oste, che aveva perduto quattro mogli a causa della malaria. Un’altra piccola pennellata da favola horror, è la rapida ed enigmatica osservazione di Verga: ‘‘non avreste immaginato come quell’uomo lì ci avesse anche lui il suo bravo omicidio sulle spalle’’. L’oste ha ormai due soli nemici: la malaria che gli porta via le mogli, e la ferrovia, costruita nelle vicinanze, che gli ruba gli avventori. Prima della ferrovia, gli affari andavano bene; ora compare Carmine, ‘‘ogni volta che da lontano vede passare il treno sbuffante nella malaria’’, gli inveisce contro.
Come succede al lettighiere della novella ‘Cos’è il Re’, anche per compare Carmine il ‘progresso’ rappresenta la rovina. Quando non può più pagare l’affitto dell’osteria, viene sfrattato dal padrone e cerca lavoro nella ferrovia come cantoniere. Allora, stanco di correre su e giù lungo le rotaie, rifinito dagli anni e dai malanni, guarda passare due volte al giorno il lungo treno pieno di viaggiatori: allegre brigate di cacciatori, belle signore eleganti. Sembra che un pezzo di città gli sfili davanti agli occhi, con la luminaria delle strade, e le botteghe sfavillanti. Poi il treno si perde nella vasta nebbia della sera. Il mondo bello e felice rimane un miraggio, mentre lui è condannato a restare nell’inferno della povertà e della malattia. Seduto su una panchina per far riposare i piedi, borbotta: ‘‘Ah! Per questi qui non c’è proprio la malaria!’’.
mercoledì 21 ottobre 2026
'Il Mistero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Il Sacro Mistero, che con la regia e lo sforzo organizzativo del pievano Don Angelino, viene rappresentato nella piazzetta della chiesa da attori contadini, è la Fuga in Egitto. Compare Nanni, piccolo di statura e accuratamente sbarbato, recita la parte di Maria Santissima, indossando una sottana di cotonina celeste imprestatagli dalla vedova comare Venera. La gente assiste allo spettacolo con grande partecipazione e si immedesima nell’azione, perché i gesti e il comportamento dei personaggi evocano e ricordano le vicende dolorose che ciascuno ha vissuto. Quando appare la Madonna portando in collo Gesù Bambino, che è il figlio di comare Menica, e dice ai ladri che vogliono rapirlo per portarlo a Erode: ‘Ecco il mio sangue!’, la gente si picchia il petto coi sassi e tutti gridano insieme: ‘Miseremini mei, Vergine Santa!’. Il ruolo di ladri è impersonato da Janu e mastro Cola, due uomini che avevano veramente un cuore di sasso: scelta naturale di Don Angelino, duro e avido come loro. I due furfanti sono talmente rozzi che hanno dimenticato la parte e devono aspettare le battute suggerite dal pievano, nascosto dietro una tenda. Poi entra in scena San Giuseppe, e comincia la finzione della fuga della Sacra Famiglia inseguita dai due rapitori. Il pubblico si emoziona. Comare Filippa, vedendo San Giuseppe inseguito dai ladri peggio di un coniglio, pensa a suo marito quando era inseguito dai gendarmi ed era arrivato a casa tutto trafelato, e le aveva detto: ‘Dammi un sorso d’acqua. Non ne posso più!’. Comare Filippa piange ora come una fontana. Il marito era stato condannato per avere ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna, che gli rubava i fichidindia. In carcere, prima del processo, i capelli gli erano diventati tutti grigi; e quando ‘se l’erano portato via per mare, legato coi compagni di galera, a resta come le cipolle, si era voltato a guardarla per l’ultima volta’. E di lui non si è saputo più nulla. Ora comare Filippa è in ginocchio e piange. ‘Ella sola poteva sapere che razza di angoscia doveva esserci nel cuore della Madonna, in quel momento che i ladri erano lì lì per agguantare San Giuseppe pel mantello’. Per paura che ci riuscano davvero, le comari si mettono a strillare e gli uomini a lanciare sassi ‘per rompere il grugno a quei due birbanti di Janu e di compare Cola’. Don Angelino, invece, esortava a lasciarli fare, perché così era detto nella parte, che aveva inventata e scritta lui. Il pievano, infatti, era un uomo che ‘avrebbe messo Cristo in croce colle sue mani per chiappargli i tre tarì della messa’; secondo alcuni, aveva organizzato il Mistero perché, ornando la scena con tanti rami d’albero, si era fatta la provvista della legna e per incamerare i soldi delle elemosine. Nel finale di questo brevissimo racconto, la prospettiva si rovescia. Nella prima parte, la gente comune si commuove davanti ad un Sacro Mistero che, nella finzione, rappresenta il ricordo o il timore delle sue sventure. Nella seconda parte, il sacro mistero è vissuto da una madre reale, in carne ed ossa, che piange disperata il figlio morto ammazzato, mentre la gente è indifferente. Compare Nanni e mastro Cola frequentano la vedova Venera, che ha capricci d’amore. Ma Nanni, che non conosce il suo rivale, gli tende una trappola di notte. ‘Nanni aspettava, nell’ombra, solo in mezzo alla piazza tutta bianca di luna, e in un silenzio che si udiva suonare ogni quarto d’ora l’orologio di Viagrande, e il trotterellare dei cani che frugavano col muso nella spazzatura’. Quando Nanni vede un’ombra alla porta di comare Venera, tira una schioppettata, e mastro Cola cade gridando: ‘ Mamma mia! Mi hanno ammazzato!’. ‘Soltanto la madre, all’udir la schioppettata, si sentì colpita nelle viscere, e corse come si trovava, a raccattare Cola dall’uscio della vedova, gridando: «Figlio mio! figlio mio!» [...] Buttata lì davanti a quel lettuccio come un sacco di cenci, disfatta, diventata decrepita tutta in una volta, coi capelli grigi, pendenti di qua e di là della faccia. Non vedeva altro che quegli occhi appannati del figliuolo e quel naso affilato’. Fuori splende il sole e il raccolto è stato buono. 'Nella sua casa sola si piangeva! ora che tutti erano contenti!'. Verga, che pure dà un nome a tutti i suoi personaggi, anche a quelli che appaiono solo per un attimo, lascia senza nome questa donna, che è solo una madre che piange il figlio morente, come una madonna addolorata. La pietà di Verga è quasi superata dal suo sarcasmo amaro e quasi feroce. Tutto il paese gioca al lotto i numeri di quel fatto di sangue. Solo comare Venera vince l’ambo; e avrebbe preso il terno, se avesse giocato anche il numero del sangue che mastro Cola ferito aveva versato sulla piazzetta. Compare Nanni, l’assassino, dopo molto girovagare, viene preso, processato e portato di là dal mare. Verga l’accompagna con quest’ultima considerazione piuttosto cinica: ‘Se non avesse pensato di farsi prestare dalla «scomunicata» (come ora chiamavano comare Venera) la gonnella celeste per fare la Beata Vergine!’.
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