
Il racconto comincia come una fiaba. C’erano una volta due buoni e bravi ragazzi. Uno si chiamava Corsi, l’altro Donati. Erano due anime gemelle, amici fin dall’infanzia, Oreste e Pilade dell’Amministrazione ferroviaria. Corsi era ingegnere, Donati disegnatore. Abitavano nella medesima casa, e andavano sempre insieme. Erano stati soprannominati i Fratelli Siamesi. Ad un certo momento, quasi all’insaputa dell’amico, Corsi sposa una ragazza, Lina, che va a vivere con i due uomini. Lei ha un dolce sorriso e maniere gentili e carezzevoli, ed entra in modo tranquillo nell’intimità dei due amici. Nel giro di pochi mesi diventano tre compagni inseparabili; passeggiate, giochi, conversazioni: sempre insieme. Lina si dà da fare per trovar moglie a Donati, ma lui risponde sempre che sta bene così, che gli piace la vita con lei e il marito. Ciononostante Lina lo compiange, perché immagina che, senza una donna, la vita di lui sia monotona e melanconica. Perciò, pur in mezzo alla sua felicità coniugale, ‘così piena, così completa’ (è l’unico accenno a una presunta felicità coniugale della coppia), Lina prova un cruccio, un dolore per la solitudine di Donati, e comincia a provare un delicato sentimento di protezione e di affetto fraterno. Verga è un acuto psicologo nel descrivere le occhiate, le premure, i gesti, le situazioni (che io tralascio) attraverso le quali l’affetto fraterno di Lina diventa un sentimento d’amore. Questo amore, pur rimanendo inespresso, si comunica un poco, in qualche modo inconsapevole, a Donati. Infatti lui fa un sogno rivelatore: che Lina, vestita in maschera durante una festa religiosa, era seduta con lui ad un tavolino di caffè, e ‘ad un tratto ella s’era lasciata scivolare il manto sulle spalle, fissandolo sempre con quegli occhi indiavolati, rossa come non l’aveva mai vista, e afferrandogli il capo per le tempie gli aveva avventato in faccia un bacio caldo e febbrile’. Donati, senza malizia, ridendo con ingenuità, racconta a Lina il sogno che ha fatto. Lei accoglie con freddo imbarazzo questa rivelazione, e da quel momento i loro rapporti cambiano, e cambia anche l’atmosfera delle serate trascorse insieme in famiglia, che diventano silenziose e fredde. Lui coglie ancora degli sguardi di lei, che gli fanno rimescolare il sangue dai piedi alla testa: ‘uno sguardo che non le aveva mai visto, profondo, in cui brillava dell’amarezza, una curiosità insolita, acre e pungente’. Qualche tentativo di spiegazione fatto da Donati non serve a niente. Anche il marito è diventato freddo e ostile, e alla fine la coppia trasloca senza neppure salutare. Passa un anno, e torna la festa religiosa che permette alle donne di mascherarsi e, per qualche ora, di circolare libere per le strade e parlare con chi si vuole. Donati, nella folla, è preso per un braccio da una donna mascherata e portato a un tavolino di caffè. E’ Lina. Lui dice: ‘Non so darmi pace!... Non so comprendere io stesso perché... cosa sia avvenuto per...’. ‘Non lo sapete?’. ‘No, per l’anima mia!’. ‘E’ accaduto... che vi ho amato’. ‘Voi! voi!’. ‘Perché mi avete raccontato quel sogno dunque?’. - Il racconto finisce così, con questa domanda sospesa, e non è detto, credo, che la storia fra i due sia conclusa e che non possa incominciare fra loro una nuova storia in segreto. Se questa vicenda, invece che in un ambiente di media borghesia istruita, si fosse svolta in un signorile ambiente alto borghese, molto più disinibito, l’amore di Lina per Donati non avrebbe incontrato nessun ostacolo. Qui invece è un ostacolo il fatto che Lina sia sposata, anche se il marito è puramente astratto e virtuale, e i vincoli che lui rappresenta non sono mai né rappresentati né accennati. Il marito non è mai presente sulla scena, e la sua assenza impoverisce il racconto in modo decisivo e rende debole la sua riuscita artistica, sebbene l’analisi psicologica che Verga fa dei rapporti fra la donna e l’amico sia magistrale. Verga però non ci dice niente su quale sia il legame fra il marito e la moglie. Così, la vicenda fra Lina e Donati si riduce solo all’espressione di uno slancio di pura sensualità, direi di sensualità astratta, senza alcuna altra seria implicazione. Manca ogni descrizione fisica dei due uomini, e il lettore non può nemmeno immaginarseli. Della donna si dice appena qualcosa dei suoi sguardi, delle mani tremanti e, incidentalmente, della sua statura. La paginetta iniziale che filosofeggia sui lettori a cui il racconto è destinato (‘... per i chimici e gli alchimisti che da 5000 anni passano il loro tempo a cercare il punto preciso dove il sogno finisce e comincia la realtà...’) mi sembra una forzatura per dare un significato nobile a una storia di ordinaria, domestica e spesso meschina esistenza. Anton Čechov ha scritto una novella simile a questa, intitolata ‘Dell’amore’. Pubblicata quando lo scrittore russo aveva 38 anni, ha un respiro molto più ampio di questo racconto, scritto da un Verga quasi coetaneo ma ancora un po’ acerbo. Lì il marito, il giudice Dmitrij Luganovič, è sempre presente, e l’amore segreto che il suo amico Alëchin Kostantinyč prova per la sua bella moglie Anna Alekseevna, è pieno di sensi di colpa, di rispetto e di pena per l’amico giudice, e in tutto il racconto c’è un sentimento dei rapporti umani ben più profondo e complesso.