lunedì 22 giugno 2026
domenica 31 maggio 2026
Corpo e anima
Rileggendo
‘I promessi sposi’ mi sono confermato nella convinzione che i giudizi estetici
più sinceri e veritieri si basano, in prima istanza, sulla reazione del corpo e
non sul complesso, magari molto grande, di nozioni e di idee astratte che il
lettore può possedere. La bellezza e la verità di una descrizione o l’inutilità
e il carattere falso di una sentenza o di una riflessione si percepiscono
immediatamente con il corpo, proprio come le dimensioni armoniose o
sproporzionate di un edificio o il ritmo avvincente o noioso di un film. Questo
corpo, pur così materiale, non deve, però, vivere in una condizione statica e
grezza, staccato dall’interiorità del soggetto, ma dovrebbe essere continuamente
educato dallo spirito per svolgere il ruolo fondamentale di reagente e di
tramite delle impressioni estetiche. Il male del mondo consiste nel fatto che
la maggior parte degli uomini ha uno spirito fiacco o maligno, e il corpo,
lasciato al suo stato bruto, preferisce la retorica della bruttezza alla verità
della bellezza, che non sa conoscere.
giovedì 30 aprile 2026
Benjamin Constant (1767-1830). Adolphe. Garnier-Flammarion, 1965
Accanto a molti pregi, questo romanzo ha anche molti
limiti. E' un romanzo astratto, dove tutto è detto ma niente è rappresentato attraverso
situazioni concrete. Dei personaggi, solo il narratore acquista consistenza, perché
può descrivere ogni oscillazione dell’amore
che prova per Ellénore. Il pregio del romanzo è in questa costante e implacabile analisi, condotta con
prosa limpida e oggettiva, che il protagonista fa dei propri sentimenti. Però
anche l’autoanalisi di Adolphe ha dei limiti. Lui è lucido quando parla dell’amore
e delle vanità, delle finzioni e dei sentimenti di oppressione che l’accompagnano,
però dimostra di non saper vedere,
quando si dichiara sinceramente convinto di avere le capacità per cominciare
una carriera prestigiosa che gli dia onore e gloria. “Non avendo mai utilizzato
le mie forze, io le immaginavo illimitate”. Il barone di T***, amico del padre,
gli conferma: “A voi sono aperte tutte le strade: le lettere, le armi,
l’amministrazione”. Queste convinzioni,
dopo la morte di Ellénore, si riveleranno pure velleità ed egli non farà nulla
delle cose che sognava di fare quando si sentiva oppresso dal suo amore. Le sue continue oscillazioni e la sua fondamentale debolezza lo
rendono un antenato di quei personaggi di Čechov che sognano grandi imprese,
fanno accesi discorsi sulle cose buone da realizzare, ma vivono soffocati nella
pigrizia e nell’irresolutezza. Solo dopo la morte di Ellénore, Adolphe trova
accenti di sincero dolore, però solo per se stesso. “Come mi pesava quella
libertà che io avevo tanto rimpianto! Quanto mancava al mio cuore quella
dipendenza che spesso mi aveva spinto a ribellarmi! Allora tutte le mie azioni
avevano uno scopo; con ogni mio gesto ero sicuro di risparmiarle una pena o di
darle una gioia: allora me ne lamentavo; mi irritava che un occhio amico scrutasse
ogni mio gesto, che la felicità di un altro essere dipendesse dalle mie azioni.
Nessuno ora osservava più quello che facevo; il mio operato non interessava a
nessuno; nessuno esigeva più il mio tempo, le mie ore; nessuna voce mi
richiamava quando stavo per uscire. Ero veramente libero, non ero più amato:
ero diventato un estraneo per tutti”. Qui Adolphe è veramente umano e non più
un prodotto convenzionale di una società aristocratica. L’amore di Ellénore,
invece, non si sa di che cosa sia fatto, quali contenuti abbia; perciò è
sorprendente e a volte fastidioso che sia sempre descritto come così grande da
riempire tutta la vita. Ellénore vive unicamente dell’amore di Adolphe: se lui cessa di amarla, lei non ha
più ragione di vivere. La figura di Ellénore, “nobile e espressiva, energica e
fiera”, sembra più un concetto, una idea generale, che non una persona viva. L’astrattezza
dei personaggi e l’assenza di situazioni concrete rendono il romanzo più simile
a un saggio che non ad una narrazione drammatica. Ne è una conferma
l’attitudine e il gusto di Constant di comporre massime morali e ricavare dai
propri casi personali verità psicologiche valide per tutti. Specialmente
parlando di sé Adolphe esprime i sentimenti più veri (Rousseau aveva scritto: “Ascolto
il mio cuore e conosco gli uomini”). Ellénore non è ancora morta, ma già
Adolphe, con una tipica oscillazione, sente di essere afferrato dalla
solitudine. “L’aria che respiravo mi sembrava più pesante, le facce degli
uomini che incontravo più indifferenti; tutta la natura sembrava dirmi che fra
poco non sarei più stato amato da nessuno”. Non ci sono qui episodi
indimenticabili come la scena in cui Julien Sorel prende la mano di Madame de Rênal
per saggiarne la disponibilità. L’analisi che Adolphe fa delle proprie
incertezze è abbastanza ossessiva, alleggerita da poche descrizioni di
paesaggio (visto sempre come proiezione dei propri sentimenti) e da alcuni
bellissimi paragoni. La crisi fra i due amanti è già dichiarata, ma
sopravvivono abitudini e ricordi “che in un attimo ci riportavano al passato e
che ci riempivano di una tenerezza involontaria, come i lampi attraversano il
buio della notte senza però dissiparlo”.
domenica 26 aprile 2026
Una nazione di estranei
La
pittura di Hopper, con quelle figure umane così isolate l’una dall’altra, con quegli
ambienti vuoti e quell’aria di sospensione e di attesa, credo che potrebbe
servire da illustrazione al libro di Vance Packard “Una nazione di estranei”. L’America
è questa: una nazione di estranei senza storia e senza radici. Avendo cancellato la vera storia
alla base della nazione (un genocidio) e volendo nascondere la vera natura
della sua politica mondiale, gli americani hanno inventato e continuano a
inventare leggende fasulle e spumeggianti di retorica. Un simbolo puerile e
opprimente di questa fatica patriottica è che non c’è filmetto hollywoodiano che
non ci mostri continuamente la bandiera a stelle e strisce, anche in formato da
taschino, nei luoghi più impensati.
martedì 14 aprile 2026
Junichiro Tanizaki (1886-1965). La chiave. Edizione CDE, 1984
Quest’opera è uno strano romanzo epistolare, fatto dei diari che un marito e una moglie tengono separatamente e, in apparenza, all’insaputa l’una dell’altro. In realtà ciascuno dei due conosce l’esistenza del diario del coniuge e lo legge furtivamente. La moglie, Ikuko, bella donna di 44 anni, scrivendo nel suo diario anche cose false e inventate, cerca di influenzare il marito, un professore già anziano, e di indirizzarlo secondo i suoi desideri. Questo schema di rapporti, da solo, prescindendo cioè dalla loro natura, non può che svilupparsi con un ritmo incalzante pieno di suspense. Il loro contenuto, poi, è costituito dalla materia effervescente di desideri erotici così furiosi e distruttivi, che il racconto crea inevitabilmente l’attesa di un esito drammatico. In questo quadro moderno, più ristretto e molto più rarefatto, si respira l’aria soffocante, priva di sincerità, del settecentesco “Les liaisons dangereuses” di Choderlos de Laclos. Benché i quattro protagonisti (Ikuko e il professore, la loro figlia ‘in età da marito’ Toshiko e l’amico di famiglia Kimura) siano persone istruite e di un ottimo livello sociale, nelle annotazioni sul diario non c’è mai la minima allusione ad una conversazione di idee: dominano le pulsioni erotiche, con solo brevi accenni alle uscite per compere, al mangiare, ai fiori, al 'badare alla casa', alla salute. Sembra singolare, ma rientra invece nell'intenzione di creare un'atmosfera astratta, che in un’opera letteraria in cui il desiderio e l’attenzione sono esclusivamente rivolti al corpo umano, manchi quasi completamente una descrizione fisica dei personaggi, e quel poco che se ne dice sembra riguardare soprattutto caratteristiche psicologiche. Ikuko scrive del marito che a volte il solo vederlo le dà la nausea e che non può guardarlo a lungo senza provare repulsione. Eppure dice di amarlo, nonostante tutto. Vuole essere una buona moglie compiacente, perché ha avuto una educazione molto tradizionalista; è introversa e tiene nascosti i propri sentimenti. Fa all’amore con il marito al buio, sotto le coperte, senza mostrargli il proprio corpo nudo e senza mai dire una parola. Il professore si rammarica di essere un amante fiacco e inadeguato, che non riesce a soddisfare le voglie smisurate della moglie. Nasce così una idea ossessiva, sadica e voyeuristica che il marito mette in atto parecchie volte: invitare Ikuko a bere liquore finché non cada svenuta per portarla a letto con l’aiuto dell’onnipresente amico Kimura; durante la notte, poi, con tutte le luci accese, godere della vista del suo corpo e congiungersi con lei, immaginando che non sia del tutto priva di sensi. Poiché Ikuko durante l’amplesso pronuncia il nome di Kimura, il professore, eccitato dalla gelosia, comincia, con vari pretesti, ad attirare l’amico in un triangolo erotico. Solo in questo modo, e anche assumendo delle droghe che lo porteranno alla morte, il marito riuscirà per breve tempo a soddisfare la grande sensualità della moglie. Il pregio del romanzo è di descrivere con impassibilità e, direi, con castità, la passione erotica e l’ubriacatura per il corpo umano quando esse prevalgono e si dilatano a dismisura coprendo tutti gli altri sentimenti. L'obiettività e l'asciuttezza con cui Tanizaki parla del sesso, delle sue bugie e simulazioni nascono dall'intento molto serio di capire le proprie ossessioni e di rappresentarle in modo chiaro ed efficace.
martedì 3 marzo 2026
Augustin Cochin (1876-1916). Lo spirito del giacobinismo. Le 'società di pensiero' e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese. Tascabili Bompiani, 1989
Questo smilzo libretto contiene alcune conferenze e saggi del più misconosciuto storico della Rivoluzione francese (così l’ha definito François Furet). Cochin era uno di
quei convinti cattolici per i quali
cultura e vita morale vanno strettamente insieme e si alimentano reciprocamente;
il suo punto di vista di studioso, però, era assolutamente laico. Tuttavia egli
rimane sconosciuto o dimenticato. Non credo che la ragione sia la sua morte precoce nella
prima guerra mondiale, prima di poter scrivere un opus magnum che ne
consacrasse il nome nell’ambiente accademico; credo piuttosto che sia stato
rimosso dal dibattito storico a causa dei suoi brevi testi di critica al
giacobinismo, che, con una prosa serrata, risplendono di una intelligenza abbagliante,
pieni di acute analisi sociologiche e di immagini ironiche e fulminanti. Cochin
polemizza con F. A. Aulard (1849-1928), acclamato storico della Rivoluzione.
Questo studioso tutto favorevole ai rivoluzionari, aveva cercato di demolire ‘con
il piccone e la zappa’ l’opera antigiacobina di Hippolyte Taine “Le origini della
Francia contemporanea”, affermando che la sua erudizione è inconsistente e che egli
non ha aggiunto nulla agli opuscoli monarchici della Restaurazione. Cochin
prima smonta tecnicamente le critiche di Aulard, e poi fa una lunga serie di
considerazioni storiche. Senza l’opera di Hippolyte Taine, scrive, noi saremmo
ancora alle “generose illusioni del 1789”, agli “eccessi” del 1793, a questa
letteratura storica misurata, di buon senso, liberale, che da cent’anni a poco
a poco corregge, abbiglia, attenua un ricordo sconvolgente, crescendo sulla
Rivoluzione come il muschio sulle rovine. Taine e Aulard usano fonti assai
diverse. Aulard scarta le memorie, le corrispondenze, le storie locali.
Utilizza solo gli autori e le fonti patriottiche: verbali di associazioni
rivoluzionarie, atti e corrispondenza del governo, propaganda patriottica,
opuscoli, discorsi, petizioni, circolari, giornali patriottici. Mentre Taine
affronta la Rivoluzione sul fatto, nella pratica e rovescia i princìpi per
provarne l’astrattezza e la retorica, Aulard è proprio ai princìpi e alla loro facciata
ufficiale che bada. Taine vuole scendere fino all’anima del popolo vero, Aulard
invece annota i gesti del partito popolare. Taine fa la storia dell’opinione
secondo ciò che effettivamente accade, Aulard costruisce la sua storia sulla base
di ciò che si pubblica. L’uno si rivolge agli esseri reali, ai francesi del
1789, l’altro si rivolge a un’astrazione come i Diritti dell’Uomo, a finzioni
come il Popolo sovrano e la Volontà generale. Quello di Aulard è un lavoro di
“Difesa repubblicana”. Questa repubblica viene considerata dai rivoluzionari
come l’incarnazione del Popolo libero e sovrano, che è però molto diverso dal
popolo reale, una pura astrazione. La libertà di principio attribuita al
Popolo sovrano non è di questo mondo, e quindi non può essere salvaguardata se
non con la frode e la forza. E’ nata in un mondo a parte, il mondo delle
società di pensiero, logge, club, società popolari, ecc. che costituiscono la
Piccola Città, una piccola repubblica perfettamente democratica, isolata e
chiusa, dove si fa una politica lontana dagli affari, si costruisce una morale
lontana dall’azione, dove tutto il bagaglio della vita reale (esperienza,
credenze, interessi, doveri) non deve entrare. Nella Piccola Città si viene
solo per pensare ed elaborare teorie, non per agire e vivere. Solo qui possono
prosperare le chimere di Jean-Jacques Rousseau che fuori, nel mondo reale, saranno
sempre in pericolo. E’ per questo che la patria giacobina, per conservarsi,
deve essere sempre sulla difensiva: al primo allentamento della sorveglianza e
della costrizione, la folla tornerebbe spontaneamente agli ‘interessi
particolari’, cioè alla vita reale. Il popolo vero, dice Cochin, ha la libertà
di una locomotiva sui binari. Nella storia ufficiale di Aulard, tutta basata su
fonti patriottiche, c’è una spiegazione per ogni episodio, per ogni massacro,
per ogni atto del Popolo. La causa dell’attacco alla Bastiglia? i movimenti
delle truppe. Le giornate di ottobre? la cena delle guardie del corpo. I
massacri di settembre? l’arrivo dei prussiani a Verdun. La guerra ai preti e ai
nobili? la loro cospirazione. Non una parola sulla ghigliottina, sulle
fucilazioni e gli affogamenti in Vandea. Lione si rivolta? è gelosia contro la
capitale. Taine ha rovesciato l’idolo rappresentato dal Popolo, il gran
feticcio della Rivoluzione. La sua opera rimarrà come un esempio di libertà di
spirito e di probità intellettuale, un modello di storia sincera. Il merito di
Aulard sarà invece quello opposto: un magistrale documento di ortodossìa
giacobina. Il lungo saggio su Aulard e Taine è solo una esemplificazione: una
verifica pratica delle lucide analisi che Cochin fa, nelle altre parti del
libro, dello spirito giacobino e dei suoi metodi di potere. Io, però, non mi
dilungo oltre. Sottolineo solo il valore profetico sia di Taine che di Cochin:
i personaggi descritti nelle loro opere circolano ancora fra noi. Il
giacobinismo non è mai morto: ha attraversato l’Ottocento, il nostro cattivo
Risorgimento e il Novecento. I suoi metodi insinuanti sono praticati
ancora oggi, non più per i ‘nobili scopi’ della politica, ma,
modestamente, solo per occupare posti di potere nella società. Per chi ricorda
che nell’Unione Sovietica, negli anni bui dello stalinismo, bisognava avere un
viso dall’espressione serena e possibilmente soddisfatta per non passare dei
guai come nemico del Popolo, sarà forse una sorpresa apprendere che, invece, al
tempo del governo giacobino bisognava avere un’aria preoccupata, perché la
preoccupazione era il segno stesso del patriottismo. Chi appariva spensierato era
sospetto.
sabato 21 febbraio 2026
Albert Mathiez - Georges Lefebvre. La Rivoluzione francese. Piccola biblioteca Einaudi, 1963
Per uno scrupolo di studente diligente mi sono sorbito con buona volontà le
mille pagine di questa storia della Rivoluzione; però, arrivato con fatica a
metà dell’opera, mi sono sentito schiacciato dalla pesante erudizione sia di
Mathiez che di Lefebvre, che fanno lunghi elenchi di singoli episodi avvenuti
in piccole e grandi località dell’immensa provincia francese, con personaggi
che appaiono sulla scena solo per un attimo, in applicazione o infrazione di leggi
citate ciascuna ogni volta puntigliosamente con la doppia data del calendario
rivoluzionario e di quello gregoriano. Mathiez e Lefebvre non trascurano nemmeno
di accennare continuamente agli infiniti incontri, conciliaboli, dichiarazioni,
simpatie, inimicizie, tradimenti, atti di guerra, ritirate, avanzate, discorsi,
incarichi, sostituzioni, ecc. dei tanti personaggi della storia, tutti avvenimenti,
doverosamente corredati dalla doppia
data, che passano velocemente davanti agli occhi del lettore come un
incomprensibile flusso di coscienza, come il pastone politico di un giornale
quotidiano, che fa solo una frettolosa cronaca dei fatti del giorno. Se ogni
tre o quattro pagine i due autori non dessero, in poche righe, una sintetica
interpretazione di quello che hanno raccontato in minutissimi brevi dettagli,
il lettore sarebbe molto disorientato e avrebbe
sprecato completamente il suo tempo e la sua fatica. Nell’ultima pagina di
copertina l’editore scrive, con mia meraviglia, che questa è un’opera storica
“per molti aspetti insuperata”. Io posso dire che, a mia conoscenza, solo Albert
Soboul ha fatto peggio.
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