Questo volume, curato da Renzo Negri, studioso colto e sensibile scomparso nel 1978 a soli 45 anni, contiene le due redazioni della ‘Storia della colonna infame’. La prima è più chiara e discorsiva, la seconda più ampia e argomentata. Ma io, non avendo alcuna preoccupazione accademica, citando passi della prima e della seconda stesura, faccio a meno di indicarne la provenienza, come se le due redazioni formassero un’unica opera. Ho scoperto inaspettatamente la grandezza di Manzoni non leggendo ‘I Promessi Sposi’, come si potrebbe credere, ma il suo libro sulla Rivoluzione Francese, scritto fra i 78 e gli 82 anni, e pubblicato dopo la morte. Quel libro, che sfatava un mito, lo storico Luigi Salvatorelli non si è fatto scrupolo di bollarlo come una ‘operetta senile’, e invece oggi è più attuale che mai. La lettura, ora, della ‘Storia della colonna infame’ mi fa apprezzare ancora meglio il rigore del Manzoni, la chiarezza delle sue analisi, la fermezza delle sue critiche, il sarcasmo dei giudizi. La sua breve storia ricostruisce un famoso processo nella Milano del 1630, durante la peste: il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora vengono ingiustamente accusati di diffondere il contagio cospargendo i muri delle case con materiale immondo. I giudici, decisi a trovarli colpevoli, non vogliono credere alle loro proteste d’innocenza né alle prove che potrebbero scagionarli. Dopo aver sottoposto i due imputati alla tortura per estorcere la loro confessione, li condannano ad un supplizio crudelissimo. Fanno infine demolire la casa del barbiere ed erigono al suo posto una ‘colonna infame’ per ricordare l’orrendo crimine degli untori. Manzoni analizza i momenti del processo, dimostrando la colpevolezza dei giudici, ‘sofisti crudeli’. ‘Noi abbiam cercato di mettere in luce la verità, scrive Manzoni, di far vedere che que’ giudici condannaron degl’innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell’efficacia delle unzioni, e con una legislazione che [pur] ammetteva la tortura, potevano [tuttavia] riconoscere innocenti; e che anzi per trovarli colpevoli, per respingere la verità che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora come ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia’. Manzoni si chiede perché i giudici poterono commettere degli atti così iniqui, ispirati da passioni perverse. Forse erano spinti dalla rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un nemico, non voleva, dopo averlo afferrato, trovarlo innocente; la rabbia spietata per una lunga paura, diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavano di sfuggirle di mano. Forse erano anche spinti dalla paura di deludere una aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di sembrare meno abili se scoprivano degli innocenti, di diventare bersaglio delle grida della folla accecata, non dall’ignoranza, ma dalla malignità e dal furore. Se i giudici ‘non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa’. E le colpe furono queste: la menzogna, l’abuso di potere, la violazione delle leggi e delle regole in vigore, l’adoperare doppio peso e doppia misura. I giudici, per mantenere l’inganno fino alla fine, dovettero eludere le leggi, resistere all’evidenza, farsi gioco della probità, indurirsi alla compassione. Manzoni, senza mai perdere la sua severità e la sua fermezza, ha parole accorate di pietà per le vittime e per i loro famigliari, per le figlie e la moglie del barbiere; e parole di ammirazione per Gaspare Migliavacca, figlio dell’arrotino Girolamo, entrambi torturati e suppliziati. Il giovane Gaspare negò costantemente e tranquillamente il delitto immaginario che gli si voleva attribuire. Minacciatagli la tortura, rispose al suo inquisitore: ‘Facci quello che vole, che non dirò mai quello che non ho fatto, né mai condannerò l’anima mia, et è molto meglio ch’io patisca tre o quattr’hore di tormenti, che andar nell’inferno a patire eternamente’. Messo alla tortura, sollevato con la fune, squassato, replicò: ‘Non ho compagni, perché non ho commesso delitti, et voglio salvar l’anima mia, né voglio aggravare la mia coscienza’. Anche quest’opera, che è un grido d’allarme contro la violenza che può venire dalle istituzioni e dai loro uomini (‘burocrati del male’, li ha chiamati Leonardo Sciascia) ha avuto i suoi critici, tra i quali spiccano Benedetto Croce e il suo sodale Fausto Nicolini. Croce, come in altre occasioni, mostra di aver svolto, nella cultura italiana, la funzione di un grande setaccio che ha lasciato passare solo ciò che era conforme alla sua idea dell’Italia e della letteratura: corretta, composta, istituzionale; e ha bloccato e scartato ciò che era spontaneamente, autenticamente e liberamente umano. Il suo modo di procedere è davvero singolare: mentre cerca di far apparire umana la violenza proveniente dalle istituzioni (per esempio, descrive Vittorio Emanuele II come un re simpatico, un po’ rustico e alla mano), disumanizza con cieca ostinazione i cafoni meridionali insorti dopo la forzata annessione al Piemonte (li definisce ‘truci e osceni briganti’). Fausto Nicolini, sulla scia del Croce, più che un critico è stato un detrattore della ‘Storia della colonna infame’. Infatti, capovolgendo completamente i termini della questione, ha accusato l’autore di malafede: ‘resta dunque accertato che lo stato d’animo del Manzoni, nel farsi a studiare i documenti dell’istruttoria... era quello di chi aveva già in cuor suo condannato gl’inquirenti prima ancora d’ascoltarli’. Nicolini scrive: ‘i giudici del 1630 non furono affatto quei mostri di iniquità cosciente descritti dal Manzoni, ma magistrati di specchiata fama che operarono secondo le leggi, le procedure e le convinzioni scientifiche del loro tempo’. Ma Manzoni aveva già dimostrato, citando una lunga serie di giuristi, che la tortura, all’epoca dei fatti, era ammessa solo in casi eccezionali, fra i quali non rientravano le vicende degli imputati. Anche Nicolini, come Croce, giustifica la violenza dell’istituzione e condanna le vittime: Manzoni ha commesso, scrive, ‘un consapevole travisamento della realtà storica, sforzandosi di far passare per martiri o per agnelli innocenti individui che, se non erano untori, erano pur sempre della peggiore risma’. Leonardo Sciascia, che considerava la ‘Storia della colonna infame’ un vero capolavoro, smontò le affermazioni inconsistenti di Nicolini con un ragionamento lapalissiano: il fatto che gli imputati avessero dei precedenti e non fossero stinchi di santo, non li rendeva perciò colpevoli di un reato inesistente né attenuava la scelleratezza dei giudici, i quali agirono per puro opportunismo politico e viltà istituzionale; cercarono dei capri espiatori di cui la folla aveva bisogno; furono gli insensibili ministri di una ingiustizia di Stato. Concludendo la sua Storia, Manzoni passa in rassegna scrittori e poeti che nell’arco di circa 150 anni hanno ricordato la peste di Milano e il famoso processo agli untori, da Ripamonti a Muratori a Parini a Giannone. Queste pagine finali contengono giudizi taglienti e gustosi (specialmente su Giannone) e riflessioni profonde sul compito degli scrittori e dei poeti. La critica di costume più arguta e graziosa è questa. Dopo le arguzie affettate, i giuochi di parole, le iperboli strane del Seicento, comincia una nuova era. ‘E si è salutata come l’aurora della redenzione del senno umano quell’epoca in cui alcuni letterati, sazi di una moda che aveva fatto il suo corso, e sentendo il bisogno imperioso di minchionerie d’un altro genere, convennero tra loro che il miglior mezzo per disgustare le menti del frivolo, del falso e dello strano, e per ricondurle alla verità, all’importante e al sensato, era di scrivere sempre immaginando che essi fossero pastori di pecore in una parte del Peloponneso, nell’era del paganesimo e in un periodo della società che non è mai esistito!’.


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