sabato 3 ottobre 2026
venerdì 2 ottobre 2026
'L'amante di Gramigna' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘L’amante di Gramigna’, più che un racconto, sembra una leggenda raccolta ‘pei viottoli dei campi’: è una di quelle storie un po’ vaghe, di cui non si conoscono bene i fatti, che la gente racconta con meraviglia, magari arricchendola ogni volta di qualche particolare. Verga la porta come esempio di un suo ragionamento che fa all’amico Salvatore Farina, all’inizio del racconto. Dice appunto che ha voluto raccogliere questa storia dalla voce popolare e che l’ha scritta quasi con le stesse parole semplici e pittoresche usate dalla gente. A Verga non interessa scrivere racconti con intrecci complessi e avvincenti; egli rinuncia a descrivere ‘il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano e si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contraddittori’. Verga vuole raccontare ‘il semplice fatto umano [perché esso] farà pensare sempre e avrà sempre l’efficacia dell’esser accaduto davvero, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne’. Per questo lui cerca nelle sue opere di dare alla vicenda narrata ‘la sincerità della realtà’ e di renderne lo svolgimento armonioso e necessario; così la storia raccontata avrà l’impronta di un avvenimento reale sorto in modo spontaneo come un fatto naturale, e la mano dell’artista rimarrà invisibile. La storia dell’amante di Gramigna sa di leggenda. Peppa, una delle più belle ragazze di Licodia, deve sposare il possidente compare Finu, ‘un giovanotto grande e bello come il sole, che portava lo stendardo di Santa Margherita come fosse un pilastro, senza piegare le reni’. Ma Peppa ha una immaginazione romantica: rinuncia al matrimonio, perché, senza conoscerlo, si è innamorata del brigante Gramigna. ‘Per duecento miglia all’intorno, correva la leggenda delle sue gesta, del suo coraggio, della sua forza, di quella lotta disperata, lui solo contro mille, stanco, affamato, arso dalla sete, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno’. Peppa scappa di casa e si unisce al brigante. L’epilogo è triste, prevedibile e inevitabile.
mercoledì 30 settembre 2026
'Rosso Malpelo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Con ‘Rosso Malpelo’ Verga scrive una delle sue novelle più crude e dolorose. Descrive il suo personaggio con tanta obiettività, che il racconto sembra avere la freddezza di una cartella clinica, l’indifferenza di un rapporto di polizia. Verga accumula sulla testa di questo ragazzo, praticamente nato in una cava di rena, cento tratti negativi, che però non arrivano a cancellare o nascondere la sua sofferenza, la sua tortuosa capacità di voler bene, la sua istintiva generosità. L’unica persona che lo amasse era il padre, mastro Misciu, che muore soffocato dalla rena nella stessa cava dove lavorava col figlio. Rosso Malpelo è annichilito dalla morte del padre e quando, tempo dopo, viene ritrovato il suo corpo, il ragazzo recupera le sue scarpe e le custodisce ‘quasi fossero state le pantofole del papa’: la domenica le lustra e rimane a lungo a guardarle. Rosso Malpelo indossa i calzoni di fustagno quasi nuovi del genitore, ‘e gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del padre, che solevano accarezzargli i capelli’. Il figlio ha ereditato anche il piccone e la zappa paterni e, benché siano troppo pesanti per la sua età, usa solo quegli attrezzi per lavorare, e rifiuta di venderli, anche se glieli avrebbero pagati come nuovi. La sua vita alla cava era durissima per le condizioni di lavoro, ma anche penosissima perché, torvo, ringhioso e selvatico com’era, tutti lo schivavano come un cane rognoso, e quando a mezzogiorno gli operai mangiavano in crocchio la loro minestra e facevano un po’ di ricreazione, lui si rincantucciava in un angolo ‘come fanno le bestie sue pari’, e ciascuno lo canzonava e gli tirava dei sassi, finché il caposquadra lo rimandava al lavoro con una pedata. ‘Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi, colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane o la minestra’. Malpelo non si lamentava mai, però si vendicava di nascosto, a tradimento, con qualche tiro diabolico. Veniva punito anche quando non era colpevole, ma rifiutava di discolparsi o di giustificarsi. ‘A che giova? Sono malpelo!’. E non si capiva se il suo sdegno di discolparsi e sottrarsi ai castighi fosse effetto di fiero orgoglio o di disperata rassegnazione. Quando tornava a casa il sabato sera, trovava solo l’indifferenza della madre, e una sorella che lo accoglieva a scapaccioni, per togliergli la voglia di non consegnarle intera la sua misera paga. Malpelo prende a proteggere un ragazzetto venuto a lavorare nella cava, così macilento che lo avevano soprannominato Ranocchio. Ma la sua protezione è davvero strana: lo tormenta in cento modi e lo picchia. La sua era una solidarietà fra disperati: picchia per abituarlo a resistere, a non aver paura di nulla e a reagire. Ma quando Ranocchio si ammala, Malpelo gli dà i soldi per comprare del vino e una minestra calda e gli dà anche i suoi calzoni quasi nuovi. La solidarietà rude e disperata ma profondamente sentita che prova per Ranocchio, Malpelo la prova anche per il povero asino grigio che lavora nella cava: sente che le loro vite si assomigliano e che li aspetta lo stesso destino. Quando l’asino grigio muore di stenti e viene gettato in fondo a un burrone, Malpelo va a visitare la sua carcassa, portandosi dietro anche Ranocchio. Vuole insegnargli che ‘a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa, bella o brutta’. Il paesaggio formato dalla lava pietrificata è l’immagine concreta di questo stato d’animo di rassegnata disperazione. ‘La sciara si stendeva malinconica e deserta, fin dove giungeva la vista, e saliva e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse, o un un uccello che venisse a cantarci. Non si udiva nulla, nemmeno i colpi di piccone di coloro che lavoravano sotterra’. Questo mondo sembra condannato all’immobilità; non c’è nessun movimento: solo lavorare e morire come un asino. Il racconto di Verga va ben oltre la denuncia dello sfruttamento del lavoro minorile e degli operai in genere. E’ una condizione a cui non si sfugge, che non conosce alcuna dialettica fra padroni e lavoratori: il padrone è un’entità astratta, presente ma inafferrabile. La vita di Malpelo finisce fatalmente nella cava. Bisognava esplorare una zona nuova nel labirinto di cunicoli sotterranei. Nessun padre di famiglia voleva andarci. I capi pensarono a Malpelo, e lui accettò. ‘Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui’. La sua vita si conclude come in una favola, e la sua fine è la metafora di un rapporto reale: la miniera ingoia Malpelo, e lui, orgoglioso di esserci nato, si lascia ingoiare.
lunedì 28 settembre 2026
'Jeli il pastore' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘Jeli il pastore’ è un racconto che ha un carattere religioso ed è scritto con la stessa semplicità del Vangelo. Nonostante la primitività del suo lavoro e la lentezza dei suoi pensieri, nonostante che non sappia né leggere né scrivere, Jeli vive in una dimensione spirituale che lo differenzia dall’ambiente rustico ed elementare che lo circonda, e lo rende sereno anche nella solitudine, al pascolo con i suoi animali, immerso estate e inverno in una natura che non sente mai ostile, ma che accetta sempre di buon grado e ammira con gioia. Jeli già a tredici anni faceva il guardiano di cavalli e sapeva arrampicarsi su alberi più alti del campanile del paese e saltare sul dorso nudo di un cavallo ancora non domato acciuffandolo semplicemente per la criniera. Amava i cavalli che portava al pascolo ed era addolorato quando il padrone ne vendeva qualcuno. Sapeva fabbricare molte cose: gabbiette di canna, per i grilli, pipe intagliate, panierini di giunco. Sapeva anche lavorare con l’ago per rattoppare i suoi poveri indumenti. Purché avesse con sé, in una sacca di tela, i suoi modestissimi attrezzi per sopravvivere, non aveva bisogno di nessuno al mondo. Era continuamente in cammino coi suoi cavalli. ‘I viandanti lo vedevano sempre qua e là, come un cane senza padrone’, ma lui non soffriva mai di malinconia, ‘perché era avvezzo a stare coi cavalli e cogli uccelli che girovagavano a stormi, attorno a lui, tutto il tempo che il sole faceva il suo viaggio lento lento, sino a che le ombre si allungavano e poi si dileguavano’. Jeli conosce la natura; dalle nuvole e dal vento sa quando sta per piovere o per nevicare. Guarda tutto con curiosità: ‘ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno’. Prova un po’ di malinconia solo nei luoghi desolati, dove non ci sono né alberi né arbusti e quando fa caldo non vola nemmeno un uccello. Era un ragazzo servizievole coi vicini e onesto. Il padre, malato di malaria, gli dice di andare, dopo la sua morte, a riscuotere tre onze dal padrone. Jeli lo corregge: ‘No, sono soltanto due onze e quindici, perché avete lasciato le vacche che è più di un mese, e bisogna fare il conto giusto col padrone’. Poiché era vissuto in modo selvatico, aveva in sospetto ogni idea nuova ‘che gli picchiasse nella testa per entrare. Però non mostrava meraviglia di nulla al mondo’, e si proteggeva ‘con quella maschera d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano’. E’ analfabeta, ma ha l’immaginazione di un poeta-pastore. Diceva: ‘Uno che sappia scrivere è come uno che serbasse le parole nella scatola dell’acciarino, e potesse portarsele in tasca, ed anche mandarle di qua e di là’. Jeli è ingenuo e puro come un santo-contadino. Anche il suo amore per Mara, dapprima compagna di giochi poi signorinella bella e procace, si manifesta sempre con pudore e modestia. Mara è una ragazza vivace e allegra a cui piace essere corteggiata. Se la intende segretamente con don Alfonso, signorino di città, coetaneo e antico compagno di giochi di Jeli. Quando rimane incinta, Mara si offre per moglie a Jeli. ‘Se tu mi vuoi bene, io per me ti piglio volentieri’. Dopo la cerimonia, ‘Jeli se la condusse a casa, e gli parve che gli avessero dato tutto l’oro della Madonna’; e le disse: ‘Ora che siamo marito e moglie, posso dirtelo che non mi par vero come tu m’abbia voluto... mentre avresti potuto prenderne tanti meglio di me... così bella come tu sei!’. Ma Mara non è una buona moglie: non vuole seguire il marito alla ‘Salonia’, dove ora faceva il pecoraio e continua a tradirlo con don Alfonso. Qualcuno avverte Jeli, ma a lui pare impossibile che don Alfonso, vecchio compagno di giochi, gli faccia una simile birbonata. Poi però, dopo tanto tempo, lo rivede: era venuto alla ‘Salonia’ con una brigata di amici a fare una scampagnata. A rivederlo, bello, con la catena d’oro sul panciotto e la barba liscia che pareva d’oro anch’essa, Jeli sente come una botta allo stomaco. Inaspettatamente era venuta anche Mara, col pretesto che era incinta e aveva voglia di ricotta fresca. Si fa festa e si balla. Don Alfonso chiama Mara perché venga a ballare. ‘Non andare! non andare!’, dice Jeli alla moglie. Ma lei non lo ascolta e va a ballare tutta rossa e allegra, cogli occhi neri che sembrano due stelle. Ad un tratto Jeli, che sta tosando le pecore, si alza in piedi stringendo la lunga forbice; don Alfonso sta stringendosi al petto Mara per ballare e lei lo lascia fare, allora Jeli non ci vede più e gli taglia la gola, proprio come un capretto. Più tardi, mentre lo portano legato davanti al giudice, Jeli esclama: ‘Come! Non dovevo ucciderlo nemmeno? Se mi aveva preso la Mara!’. Con questo omicidio Jeli non perde la sua aureola di santità, ma applica la legge biblica del taglione: ‘occhio per occhio, dente per dente’. Lui è fuori del mondo moderno, compie un rito tribale, ma conserva la sua innocenza. L’efficacia espressiva di Verga, in questa scena rapidissima, è impressionante, mentre le sue descrizioni di paesaggio, semplici e lente, fanno sognare ed evocano un mondo antico. ‘Il sole toccava le rocce alte del poggio alla Croce; le chiome grigie degli ulivi sfumavano nel crepuscolo, e per la campagna vasta, lontan lontano, non si udiva altro che il campanaccio della ‘Bianca’ [la giumenta] nel silenzio che si allargava’.
domenica 27 settembre 2026
'Fantasticheria' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘Fantasticheria’ non è un vero racconto, ma una lettera che Verga immagina di scrivere ad una giovane amica bella, elegante e cosmopolita. La signora, una volta, vedendo dal treno il paese e la spiaggia di Aci-Trezza, colpita dalla sua bellezza, aveva espresso il desiderio di tornarci e di abitarci per un mese. Lei e l’autore della lettera ci erano poi tornati insieme, ma la donna, dopo appena quarantotto ore, ‘stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro’, era voluta scappare, esclamando: ‘Non capisco come si possa viver qui tutta la vita’. Per l’amico che ora le scrive è fin troppo facile rispondere che per vivere in quel villaggio di povere casupole sgangherate e pittoresche ‘basta non possedere centomila lire di entrata’. C’è un po’ di sarcasmo nei confronti della signora di città, ‘sazia di tutto, persino dell’adulazione’, ‘inebriata di feste e di fiori’, che trascorre la vita ‘in mezzo alle feste ardenti di un eterno carnevale’, e di conseguenza incapace di comprendere la vita dei pescatori di Aci-Trezza. Questo sarcasmo, per la verità, è piuttosto convenzionale e non ha un grande significato di critica sociale; la signora dalle belle calze azzurre e dal manicotto di volpe è usata solo per fare da contrasto alla descrizione veritiera e accorata della vita dei poveri abitanti del villaggio. ‘Fantasticheria’ è una breve rassegna di alcuni di questi personaggi che, nonostante la vita di stenti per i cattivi raccolti, per le burrasche sul mare, per le malattie, rimangono attaccati, come l’ostrica allo scoglio, ai loro quattro sassi, ‘di faccia a quel mare bello e traditore’; e tutti vorrebbero terminare la loro vita sulla terra che li ha visti nascere, nel loro cantuccio accanto al focolare, dove è trascorsa la loro vita di famiglia. Verga ha fatto per i contadini e i pescatori della sua terra quello che Gioachino Belli dice di aver voluto fare per il popolino romano: ‘Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma’. Verga scrive in ‘Fantasticheria’ parole solenni: ‘...il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa e sui sassi che la circondano, mi sembrano cose serissime e rispettabilissime’. In questa vita faticosa e povera, scrive ancora Verga, ci sono tuttavia sentimenti miti e semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. In questa esistenza elementare persino le irrequietudini della vita elegante e vagabonda potrebbero trovare una pace dolce e serena. Certo qui Verga idealizza la condizione dei suoi personaggi, ma è solo per un attimo, solo perché egli ammira la loro forza di resistenza, e ha saputo capire la fatale necessità che esiste ‘nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita’. Nello stesso tempo, però, vede anche le loro debolezze. Quando uno di quegli umili lavoratori, o per imprudenza, o per ambizione di migliorare, o per egoismo, vuole staccarsi dalla sua comunità e girare il mondo, il mondo, come un pesce vorace, se lo ingoia.
venerdì 25 settembre 2026
'La Lupa' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Se ‘Cavalleria rusticana’ sembra solida e compatta come una roccia, e i motivi erotici che portano alla sua tragica conclusione appaiono evidenti, concreti e, direi, sacrosanti a tutto il paese, il racconto ‘La Lupa’ è cupo e impressionante come un abisso di cui non si veda il fondo, e forte come un liquore ad altissima gradazione. Un tipo di donna demoniaca come la Lupa non doveva essere raro fra i contadini della Sicilia ottocentesca e forse fra i contadini in generale (credo che una eco di quelle pulsioni primitive sia in Federigo Tozzi e in Vasco Pratolini). Ma mi pare più interessante cercar di capire la personalità di Verga, notando la sua curiosità per un personaggio femminile così straordinario, e la precisione e la chiarezza con cui Verga trova le parole adatte per definire questa donna e la sua feroce ninfomania. Pina, la Lupa, non è più giovane ed è già madre di una ragazza da marito; è alta e magra, con un seno fermo e vigoroso, trecce superbe, labbra fresche e rosse ‘che vi mangiavano’, occhi neri come il carbone. Fin qui, sarebbe una normale bella donna. Poi Verga aggiunge che è pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e che ha ‘due occhi grandi così’. Queste espressioni così semplici bastano a dare l’idea di una natura esaltata e di un corpo irrequieto. Ma Verga continua ancora con una descrizione di una espressività erotica inaudita, quasi violenta, al limite del sadismo. Al villaggio gnà Pina era chiamata la Lupa perché era una donna insaziabile, andava in giro come una cagnaccia randagia e affamata in cerca di ragazzi e di mariti, che lei si spolpava, con le sue labbra rosse, in un batter d’occhio, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso. Verga ha nei confronti della Lupa la curiosità morbosa e la superiorità un po’ sprezzante che si prova per un oggetto erotico, e non riesce ad esprimere alcuna compassione. Però il racconto è potente, e la Lupa, che affronta impavida il genero che vuole ucciderla per liberarsi di lei, ne esce come un’eroina antica: va incontro all’uomo armato di scure senza chinare gli occhi, ‘con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri’.







