domenica 8 novembre 2026
sabato 7 novembre 2026
''Di là del mare'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
E’ curioso che Verga abbia messo finora a conclusione di ogni raccolta la novella più brutta: nella prima, ‘Le storie del castello di Trezza’; poi, alla fine di ‘Vita dei campi’, ‘Il come, il quando ed il perché’; e ora, dopo undici novelle rusticane, questo racconto, ‘Di là del mare’, che è la negazione dello spirito e del carattere di quella raccolta. Non so quali possano essere le ragioni di questo fatto abbastanza singolare. Io mi accontento di constatarlo. ‘Di là del mare’ è un racconto liricheggiante, nel quale sono sublimati alcuni momenti del difficile e intenso amore di Verga per Giselda Fojanesi (1851-1946), moglie del poeta Mario Rapisardi. Purtroppo, quando Verga parla dei sentimenti di persone colte e agiate, adotta il loro linguaggio e si esprime sempre in modo convenzionale; crea situazioni di raffinata mondanità e usa gli aggettivi e i sostantivi che rispecchiano il carattere sognante e indeterminato delle persone di mondo quando vogliono sembrare serie e ispirate. Questa è una piccola antologia delle frasi eleganti della novella: lei ascoltava, avviluppata nella pelliccia; fissando i suoi grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare; aveva preso il braccio di lui mollemente; orizzonti sconfinati; calde emozioni; essi indugiavano a tarda sera, per veder morire il giorno sulle vette dei monti; al momento di lasciarlo pianse tutte le sue lagrime che egli bevve avidamente; sul tardi si trovarono nell’ombra dei grandi palmizi immobili; come era squisita e trepidante la gioia di quel momento; ecc. ecc. La sincerità di Verga nel rappresentare il proprio amore tormentato mi sembra fuori discussione, però la sincerità non basta a riscattare la debolezza del risultato artistico, anche se lui, protagonista del racconto, è consapevole della propria qualità di scrittore realista e non dimentica i racconti che ha scritto e li cita, ripensando ‘agli umili attori degli umili drammi con un’aspirazione vaga e incosciente di pace e d’oblio’. La scarsa qualità del racconto, nonostante l’alta coscienza di sé che Verga mantiene, si spiega forse col fatto che esso è probabilmente uno sfogo spontaneo e immediato, una concessione all’emozione dei sentimenti. Tuttavia in alcune brevi descrizioni di paesaggio c’è ancora la forza poetica di un osservatore straordinariamente sensibile. Il treno che esce dalla città incontra ‘‘il sobborgo festante di brigatelle allegre’’. Dal vapore che da Napoli porta verso sud la coppia di amanti si può già vedere la terra: ‘Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri [...] All’improvviso, nella lunga linea della costa che sembrava unita, si aperse lo stretto come un fiume turchino, e al di là il mare che si allargava nuovamente, sterminato’. Quando Verga descrive la semplicità, la concretezza e la spontaneità della natura o degli uomini, non è mai convenzionale.
giovedì 5 novembre 2026
'Libertà' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969







