sabato 7 novembre 2026
giovedì 5 novembre 2026
'Libertà' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

La prima cosa che colpisce in questo racconto è lo stile nuovo, mai visto nelle precedenti novelle. Verga scrive in una prosa sincopata che dà una impressione di immediatezza e di velocità. La folla inferocita si muove come il mare in tempesta; spumeggia e ondeggia davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicano. I contadini urlano il loro odio contro il barone, che li faceva frustare dai suoi campieri; contro il prete, prete del diavolo, che ha succhiato l’anima alla povera gente; contro lo sbirro, che è stato severo solo con chi non aveva niente; contro il guardaboschi, che ha venduto l’anima ai padroni per due tarì al giorno. Le scene di violenza della folla sono descritte con parole che hanno l’efficacia e la velocità di un film. ‘‘Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede’’. Una sorte ben peggiore tocca a don Paolo, che torna dalla vigna sul suo somaro. La moglie lo vede cadere dinanzi al portone di casa. ‘‘Il primo [assalitore] lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello’’. Il notaio viene massacrato e suo figlio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro, viene travolto dalla folla: ‘‘il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e gliel’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia con le mani. Non voleva morire, no... Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni - e tremava come una foglia’’. Nella esaltazione del massacro, non si pensava più alla fame, alle bastonate, ai soprusi sofferti, ma si era spinti solo dall’odio per i signori, per tutti i ‘cappelli’. Le donne erano le più feroci e si accanivano contro le signore eleganti. ‘‘Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d’inginocchiarti accanto alla povera gente!... Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d’oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure’’. Verga non ha alcuna simpatia per i signori e comprende i patimenti e l’odio della folla. Ma nelle sue descrizioni così espressive ed efficaci della violenza popolare il realismo del grande artista sembra intriso di un sadismo che Verga aveva già mostrato in qualche novella (per esempio, La Lupa). La scena dei contadini che ‘sbrandellavano’ sugli usci delle case e sui ciottoli della strada la carne dei signori a colpi di scure sembra tratta da un film horror. Altrettanto terribili sono le scene di violenza sulla baronessa e sui suoi figli. I ribelli ‘‘volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono’’.
Uno dei suoi figli viene calpestato: ‘‘gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati’’. Dopo questo delirio di violenza, i contadini cominciano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Il giorno dopo, domenica, si ritrovano sul sagrato della chiesa smarriti e sospettosi l’uno dell’altro, scontenti che non ci sia la messa domenicale. I galantuomini sono nascosti nelle loro case, e i contadini ora non sanno dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. L’indomani arrivano ‘a far giustizia’ i garibaldini al comando del generale famoso ‘che faceva tremare la gente’. I contadini non reagiscono e aspettano passivamente. Il generale ordina subito ‘‘che gliene fucilassero cinque o sei’’, i primi che capitavano. Così, solo per dare un esempio all’ingrosso, per raddrizzare il paese e rimetterlo sulle sue antiche gambe, per sfogare la sua naturale ferocia. Verga, così comprensivo dei patimenti e delle ragioni dei contadini, non sposa la loro protesta. I contadini sono troppo individualisti e la loro ribellione è soprattutto uno sfogo fisico del loro odio, che è scoppiato solo quando hanno ascoltato e preso per buone le promesse di liberazione e di libertà dei capi garibaldini. Inoltre, a rendere meno credibile la loro ribellione, c’è la presenza anche fra i contadini di ambiziosi arroganti, come Nino Bestia e Ramurazzo, che pretenderebbero di continuare le prepotenze dei ‘cappelli’. Dopo le fucilazioni ordinate dal generale, arrivano i giudici veri, ‘‘dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio’’. Il sarcasmo con cui Verga li descrive, che nella novella ‘I galantuomini’ sembrava superficiale e fazioso, qui è ben calibrato e giustificato. I contadini incarcerati vengono condotti in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Mentre gli ex ribelli stanno in carcere, al loro paese torna la normalità. I galantuomini non possono lavorare le loro terre con le proprie mani, e la povera gente non può vivere senza i galantuomini. Perciò fanno la pace. Ai compaesani in carcere ormai nessuno pensa più, tranne qualche madre e qualche vecchietto. Quando si tiene il processo, a rivedere i compaesani stipati nella gabbia degli accusati va quasi tutto il paese, come a una festa: testimoni, parenti, curiosi. La scena del processo descritta da Verga sembra una stampa satirica di Daumier: gli avvocati armeggiano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti; i giudici sonnecchiano dietro le lenti dei loro occhiali; i dodici giurati, tutti galantuomini, siedono stanchi e annoiati, grattandosi la barba o ciangottando fra loro. La sentenza è sfavorevole agli accusati. Uno di loro, mentre tornano a mettergli le manette, balbetta: ‘‘Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!’’. Con questa ultima frase della novella, Verga mette una pietra tombale sulle illusioni di libertà che accompagnarono l’impresa dei Mille e sulla retorica di vita nuova con cui i Savoia giustificarono la loro politica di conquista.
sabato 31 ottobre 2026
'I galantuomini' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
'I galantuomini' racconta qualche episodio della vita di alcuni proprietari impoveriti, ex ricconi che si ostinano a conservare abitudini da galantuomini. Verga è molto sarcastico con loro e sbeffeggia il fatto che tutta la loro qualità si riduca a saper leggere e scrivere e che, anche dopo la rovina economica, continuino a sentirsi importanti e a provare i sentimenti di chi è nato col 'don' davanti al nome. Della novella io salvo solo la descrizione della lava che avanza e ricopre i poderi. Il fuoco ‘‘oggi aveva preso la vigna del tale, domani sarebbe entrato nel campo del tal altro, ora minacciava il ponte della strada, più tardi circondava la casetta a mano destra’’. I proprietari e i loro contadini si affaccendavano ‘‘a levar tegole, imposte, mobili, a sgomberar le camere, a salvar quello che si poteva, perdendo la testa nella fretta e nella disperazione, come un formicaio in scompiglio’’. La moglie del custode della vigna di don Marco pianta, al limite del terreno, le cannucce con le immagini dei santi e, man mano che si accendono come fiammiferi, le sposta all’indietro; ‘‘piangeva spaventata, davanti a quella rovina, pensando che il padrone non aveva più bisogno di custode, e li avrebbe licenziati’’. La montagna nera sopra la vigna fumava e franava qua e là, ‘con un acciottolìo come se si fracassasse un monte di stoviglie, spaccandosi per lasciar vedere il fuoco rosso che bolliva dentro. Da lontano, prima ancora che fossero raggiunti, gli alberi più alti s’agitavano e stormivano nell’aria quieta; poi fumavano e scricchiolavano; ad un tratto avvampavano e facevano una fiammata sola. Sembravano delle torce che s’accendessero ad una ad una nel tenebrore della campagna silenziosa’’. Il sarcasmo con cui Verga descrive i proprietari rovinati è troppo facile e superficiale. Questo tipo di atteggiamento Verga non riesce ad esprimerlo in modo artistico: lo si è visto anche nel racconto ‘‘Gli orfani’’. La sua inclinazione più autentica è la comprensione dei poveri, e la sua più alta dote di scrittore è la rappresentazione drammatica del loro dolore. Con il suo sarcasmo Verga riesce solo a far sembrare delle macchiette i suoi galantuomini decaduti. Costoro la domenica, nonostante tutto, vanno ancora a ‘‘ciaramellare’’ al circolo di conversazione con gli altri galantuomini, dandosi delle arie da benestanti, e, dovendo ormai lavorare insieme ai contadini, si dolgono non di aver preso la malaria, ma di essere trattati a tu per tu, senza più il ‘don’. Don Piddu, ex galantuomo, soffre più per la vergogna che la figlia Marina se la intenda di nascosto col ragazzo di stalla, che non per la propria misera condizione economica. La battuta finale che Verga suggerisce al confessore di don Piddu è ancora inutilmente sarcastica: voi galantuomini potete esprimere il vostro dolore a voce alta perché siete istruiti; invece i poveri, per la stessa disgrazia, stanno zitti, perché sono poveri e non sanno di lettere, e possono sfogarsi solo coll’andare in galera. Il sarcasmo di Verga non solo è troppo facile, ma è fazioso. Visto da un’altra prospettiva, il fatto che un uomo sia più addolorato per i propri principi calpestati che per la sua rovina economica, può essere considerato sublime.
giovedì 29 ottobre 2026
'Pane nero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘Pane nero’ racconta la vita di una famiglia di contadini colpita da una lunga serie di sventure, tutte così serrate e prevedibili, che la storia ne risulta piuttosto noiosa e meccanica, anche se i personaggi sono vivi e alcune situazioni poetiche. Il capofamiglia, compare Nanni, muore di malaria, lasciando una moglie vecchia e malaticcia e tre figli. La famiglia è ora in miseria, perché i buoi, le pecore e la provvista del grano se ne sono andati per la malattia di compare Nanni. Santo, il figlio maggiore, è sposato con Nena, soprannominata la Rossa, e ha già dei figliuoli. Il fratello minore, Carmenio, è ancora un ragazzo, e se ne va lontano a fare il pastore sotto padrone. La sorella Lucia rimane in casa, perché Santo non vuole che vada a servizio, ma lei non ha dote e non può sperare di trovare qualcuno che la sposi. La descrizione di come la Rossa aveva conquistato Santo è vibrante di tenera sensualità. I genitori di lui lo avevano sconsigliato. Il padre gli diceva: «Lascia stare la Nena, che non ha dote, né tetto, né terra». E la madre: «Cerca di innamorarti della vedova di massaro Mariano, che è ricca, e non avrà molte pretese, perché è sciancata». Ma la Nena era sempre alle costole di Santo ed era con lui premurosa e gentile. Nessuno la voleva per la sua povertà, ma lei si levava il pane di bocca per regalargli una berretta di seta nera o per fargli trovare un fiasco di vino o un pezzo di formaggio. Lui si schermiva: non voleva che lei, così povera, si privasse di qualcosa di buono, ma lei insisteva: «Io son più contenta se l’avete voi». E diceva anche: «Io lo so che non ho nulla e che nessuno vorrà togliersi addosso il peso di una moglie senza dote». ‘‘Ella aveva però la nuca bianca, come l’hanno le rosse; e mentre teneva il capo chino, con tutti quei pensieri dentro, il sole le indorava dietro alle orecchie i capelli color d’oro, e le guance che ci avevano la peluria fine come le pesche; e Santo le guardava gli occhi celesti come il fiore del lino, e il petto che gli riempiva il busto, e faceva l’onda al par del seminato’’. Una sera Santo aveva incontrato la Rossa, che coglieva asparagi lungo il sentiero, e le propone di fare la strada insieme. Lei dice di no, perché le donne sono impicci. «Io vi porterei sulle braccia, comare Nena, vi porterei». Dopo sposati, vengono cinque figli. Il padre glielo ripeteva di continuo, a Santo: «Pensa che il pane è scarso, e che i figliuoli vengono presto». Forse le gentilezze della Rossa potevano sembrare le moine di una ragazza leggera in cerca di un uomo da abbindolare; invece lei, nelle avversità che sopraggiungono, dimostra di essere una donna forte, lavoratrice, sincera, affettuosa e pragmatica: il personaggio più simpatico della novella. Lei e Santo, ora che sono sposati, hanno sempre nella testa e dinanzi agli occhi, come un pensiero fisso, il loro campo: ‘’prima giallo, ammelmato dal gran piovere; poi quando ricominciava a pigliar fiato, le erbacce, che Nena ci si era ridotte le mani una pietà per strapparle ad una ad una, bocconi, con tanto di pancia [...] Santo camminando pesantemente dietro la sua compagna, curva sotto il sacco dello strame per le bestie, e con tanto di pancia, sentivasi il cuore gonfio di tenerezza per la poveretta’’. La povertà, però, inaspriva gli animi e creava malumore fra i due coniugi. Marito e moglie si voltavano le spalle ingrugnati, litigavano ogni volta che la Rossa domandava i denari per la spesa, e anche in altre occasioni c’erano musi lunghi, parolacce e persino busse. Ma poi facevano la pace. C’erano liti anche fra cognate, perché la Rossa rimproverava a Lucia di non far nulla per aiutare in casa; e Lucia rimbeccava che, senza aver marito, gli erano toccati i guai dei figliuoli altrui. Lucia, bella ragazza senza dote, è corteggiata da lontano, con occhiate e canzonette, da Pino il Tomo, ‘un pezzo di giovanotto senza risparmio’, che vive cacciando e vendendo rane. La ragazza è lusingata e, a sua volta, lancia delle occhiate furtive al giovane. Lui allora la domenica si avvicina all’uscio di lei e, ‘malizioso peggio di un asino rosso’, dice, per cominciare una conversazione: «Ci vuol la pioggia pei seminati!», oppure: «Le olive saranno scarse quest’anno». E poi, chiamandola ‘sorella mia’, le spiega che se i raccolti non sono buoni, nessuno comprerà le sue rane. ‘‘Alla ragazza quel ‘sorella mia’ le scendeva al cuore dolce come il miele, e ci ripensava tutta la sera, mentre filava zitta accanto al lume’’. All’improvviso Pino il Tomo sparisce, senza spiegazioni. Solo più tardi si viene a sapere che si è accompagnato con la vedova di massaro Mariano e che volevano sposarsi. Lei, benché sciancata, aveva roba da pigliarsi il marito che gli pareva e piaceva. Il giovanotto torna a cercare Lucia, dinanzi all’uscio di casa, per giustificarsi: è stata colpa della cattiva annata. Ma la ragazza è severa: «Questo solo voglio dirvi: che qui non ci avete a metter più piede». Ora Pino il Tomo può bighellonare ben vestito, ben pasciuto, con le scarpe ai piedi e le mani dietro la schiena. Anche la Rossa, che è una lavoratrice, lo disprezza: «Quello è il suo mestiere, di fare il vagabondo!». Santo e la moglie sono un po’ abbrutiti dalla fatica e dalla miseria, ma conservano una fondamentale generosità. A Santo non importa di spendere in medicine per curare la sua vecchia mamma. «Ha lavorato anch’essa la sua parte, quand’era tempo; e allorché saremo vecchi, i nostri figli faranno altrettanto per noi», dice un po’ troppo saggiamente. La Rossa ogni mattina portava con sé nel campo la bimba più piccina dentro le bisacce, sulla schiena, e la più grandicella per mano. Gli altri tre figli li lasciava a casa, a far disperare la cognata. Quando le bimbe strillavano per il freddo dell’alba, la mamma si fermava per scaldare col fiato le manine paonazze della piccina, oppure tirava fuori dalla bisaccia la lattante e le dava la poppa, seguitando a camminare. A soli ventisette anni, il suo seno aveva perso il suo fascino sensuale: ora lei ‘lo buttava fuori al sole e al gelo, come roba che non serve ad altro che a dar latte, tale e quale come una giumenta’. La Rossa era ‘una vera bestia da lavoro, a zappare, a mietere e a seminare, meglio di un uomo’. Moglie e marito ‘si aiutavano l’un l’altro come due buoi dello stesso aratro. Questo era adesso il matrimonio’. Il fratello minore di Santo, Carmenio, che faceva il pecoraio sotto padrone, prende la malaria e, dopo una serie di penose disavventure, torna in famiglia. Don Venerando, un ricco possidente che stava di casa lì vicino, lo prende per le sue pecore di Santa Margherita. In realtà lui mira a prendere Lucia a servizio in casa sua, perché la vedeva dal suo terrazzino e sperava di approfittare delle sue grazie. Carmenio porta con sé nel podere lontano la vecchia madre malata. Al momento della partenza, sia la Rossa che Lucia piangono insieme, riappacificate, tenendosi abbracciate. Santo, che sembra fare sempre la parte del coro, commenta: siamo troppo poveri per volerci sempre bene: ‘‘le galline quando non hanno nulla da beccare nella stia, si beccano fra di loro’’. Lucia entra, dunque, nella casa di don Venerando, che comincia subito a insidiarla, promettendole denaro, gioielli, vestiti. Lei resiste. Si innamora dello sguattero, Brasi, ‘piccolo, ricciuto, col muso fino e malizioso di can volpino’. Lucia vorrebbe farsi sposare, perché pensa che fra due o tre anni potrebbe avere un gruzzoletto. Brasi da quell’orecchio non ci sente, però Lucia gli piace, coi suoi occhi di carbone, e la grazia di Dio che ci aveva addosso. Le schermaglie fra i due giovani, lo sguattero e la serva, sono una pagina brillante del racconto, tenera e divertente. Poiché non c’è alcuna via d’uscita dalla sua condizione, Lucia cede alle voglie del padrone, e, ora che porta orecchini d’oro e venti onze di dote, Brasi si sbraccia a mostrarsi servizievole e premuroso quasi lei fosse diventata un’altra padrona. Ora è pronto a sposarla: con le venti onze aprirà una piccola osteria: lui in cucina e lei al banco. La conclusione sarà proprio questa, e siccome la Rossa chiude la novella con una frase soddisfatta di approvazione, sembra quasi un lieto fine. Invece è solo l’inizio di un’altra serie di sventure, che, anche se taciute, sono del tutto prevedibili. Lucia è una ragazza sensibile e fondamentalmente seria: non può rispettare un marito ruffiano. Cominceranno presto a disprezzarsi. Pino il Tomo, quando avrà saputo della relazione fra Lucia e don Venerando, non mancherà di gironzolarle intorno con mille seduzioni per farla cadere un’altra volta. E lei, sentendosi sola e già colpevole, sarà una preda facile. Il determinismo di Verga, applicato a tante sventure che si succedono tutte, in modo serrato, una dopo l’altra, nell’arco breve di una novella, ha qualcosa di soffocante. E l’apparente lieto fine non è una boccata di ossigeno.
martedì 27 ottobre 2026
'Storia dell'asino di San Giuseppe' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Il protagonista del racconto è un asino che passa da un padrone all’altro, e finisce stroncato dalla fatica e dalle bastonate. La storia di quest’asino non ha un valore di metafora: l’asino rappresenta solo se stesso, un disgraziato animale sfruttato oltre le sue forze. Ma i vari padroni che hanno approfittato della povera bestia non se la passano molto meglio. Anche loro hanno una vita difficile e dura. L’inizio del racconto, con la farsa della contrattazione del prezzo per l’asino ancora giovane, ha uno spunto di comicità ed è una interessante descrizione di una fiera del bestiame. Il ragazzo che si affeziona all’asino e lo va a trovare quando cambia padrone è un tratto vero e umano, che fa risaltare ancora di più la solitudine dell’asinello, dimenticato anche dalla madre.
lunedì 26 ottobre 2026
'La roba' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘La roba’ è forse, assieme a ‘Cavalleria rusticana’, la novella più nota di Verga. E’ una favola fuori del tempo, che racconta in poche pagine intense la storia di Mazzarò. Costui, accolto, da ragazzo, nudo e crudo e per carità, nella fattoria di un barone, riesce a mettere insieme una proprietà terriera sconfinata, usando la sua testa, che era come un brillante. Nelle terre che ora gli appartengono, lui ‘veniva prima da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano’. Anche il protagonista della novella ‘Il Reverendo’ si era arricchito cominciando da ragazzo a fare i lavori più vili nel convento dove lo avevano accolto per carità. Ma quel racconto, concretamente realistico, descrive anche il modo con cui il Reverendo si arricchisce, la natura dei suoi affari, le istituzioni con cui si allea, il legame che ha con il giudice e il capitano d’armi e il declino del suo prestigio sociale dopo l’Unità d’Italia. ‘La Roba’, invece, narra una vicenda, si può dire, purissima, che si potrebbe svolgere in un tempo e in un luogo qualsiasi, anche in un paese immaginario, perché descrive in modo poetico una patologia dell’uomo: l’ambizione, l’avidità, la crudele avarizia, e infine l’esito drammatico del suo egoismo. Quando Mazzarò sente che deve morire e lasciare tutto quello che ha conquistato, esce nel cortile come un pazzo, barcollando, e comincia ad ammazzare a bastonate le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: «Roba mia, vientene con me!». Per questa conclusione dolorosa e immorale a cui l’amore per la ‘roba’ può portare, il racconto può essere considerato una parabola lirica. Già dall’inizio del racconto si respira un’aria favolosa senza tempo. Il viandante che cammina, in una vasta zona della provincia di Catania, lungo campi di stoppe riarse, aranceti sempre verdi, boschi di sugheri, pascoli deserti, ‘‘se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora che i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: «Qui di chi è?», sentiva rispondersi: «Di Mazzarò»’’. Ancora il viandante ‘cammina e cammina’ (proprio come in una favola), passa davanti a una fattoria grande come un paese, con magazzini che sembrano chiese, attraversa vigne, uliveti e campi, incontra lunghe file di aratri e ‘le immense macchie biancastre di mandrie’. Tutta roba di Mazzarò. ‘Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo, nel bosco’. Camminando per le sue terre sterminate, si poteva immaginare che Mazzarò fosse un gigante, invece era un ometto che non gli avreste dato un baiocco, e benché fosse ‘ricco come un maiale’, mangiava appena due soldi di pane e un pezzetto di formaggio. Non beveva vino, non fumava, non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. L’unica donna che avesse avuto ‘sulle spalle’, era stata sua madre, che gli era costata anche dodici tarì quando l’aveva seppellita. A Mazzarò non importava il denaro; lui amava solo la roba e usava il denaro per comprare altra terra. Però sapeva, per averlo provato, quanto fosse duro guadagnare ‘i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva quattordici ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento’. Mazzarò non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Lui era fatto per la roba, e la roba era fatta per lui, perché la roba vuole stare con chi sa tenerla e non la sciupa. Indubbiamente Mazzarò è un personaggio straordinario ed evoca i grandi avari creati da Balzac e da Dickens. Tuttavia nell’atmosfera di favola in cui si muove, Mazzarò, come uomo, è un personaggio statico e poco interessante, che non ha assunto il significato emblematico di papà Grandet o di Gobseck o di Scrooge, personaggi di Balzac e di Dickens. Dell’eroe verghiano sono descritte le azioni passate, ma lui nel racconto non agisce, se non con quell’ultimo gesto disperato di ammazzare i suoi animali a bastonate. E’ un personaggio forte per ciò che ha realizzato, ma separato dalle sue proprietà, non è più nulla.
sabato 24 ottobre 2026
''Gli orfani'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
‘Gli orfani’ è un raccontino minore delle ‘Novelle rusticane’, scritto con una ironia elementare e insistita che rende troppo evidente ed esemplare il contrasto fra apparenza e realtà. Il protagonista, perciò, è un uomo senza veri sentimenti, se non quelli legati al suo carattere di macchietta. Compare Meno, che ha appena perduto la seconda moglie, si mostra inconsolabile e copre di lodi sperticate la defunta, così dedita alla famiglia e alla casa e così economa, che ‘non si lavava per non sporcare l’acqua’, e, pur moribonda, non voleva che si chiamasse il medico per non spendere e non dover comprare medicine. Il vedovo afflitto ricorda con le comari del vicinato, che lo compiangono e lo incoraggiano a cercare subito un’altra moglie, come la consorte non aprisse mai bocca per dire ‘datemi’. Eppure aveva portato una bella dote, che ora, purtroppo, il marito dovrà restituire perché da lei non ha avuto figli.
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