‘Il bastione di Monforte’, prima novella della raccolta ‘Per le vie’, è una serie di brevi scene di strada, osservate da un occhio scettico e deluso. Raccolte insieme, formano una piccola metafora sulla vita che trascorre, dai primi amori fino al funerale, e sul contrasto fra l’inquieto presente cittadino e una serena libertà campagnola, ormai finita. Il lembo di cielo che s’intravede sopra gli alberi del viale appare, infatti, come ‘una visione di patria lontana’. La città, con il suo carattere convulso e menzognero, si presenta col passo affaccendato di qualche viandante [oggi lo chiameremmo pedone] e col lento vagabondaggio di una coppia furtiva che si scambia parole d’amore. Al passaggio di una carrozza, che procede lentamente, dondolando come una culla, con le tendine chiuse, la ragazza diventa rossa ricordando che fu in una carrozza simile che la penombra azzurra delle sue tende ‘addormentò le sue prime ritrosie’. Passano altri personaggi; poi arriva una carrozza elegante, ‘nella quale si adagia mollemente fra le piume e il velluto una forma bianca e vaporosa’, una dama bianca che guardando le nuvole ripensa all’ultimo ballo. Verga non solo si esprime col pudore di un gentiluomo, ma, come gli càpita quando descrive il bel mondo cittadino, non sa usare altro che il linguaggio convenzionale di società. Qui l’aggettivo molle e l’avverbio mollemente ricorrono ben quattro volte. La mollezza sembra una condizione permanente della donna di classe, mentre i ceti inferiori si concedono un po’ di mollezza solo nell’amore. Quando arriva la sera il viale risuona di canzoni avvinazzate che hanno le note rauche della rissa d’osteria e, fra molti altri sentimenti, ‘il richiamo caldo che cerca l’ora molle d’amore dopo la dura giornata dell’operaio’. Per aumentare l’effetto del brulichìo di vita della città, Verga fa passare per il viale anche il carrozzino postale, che ‘col suo trotto stracco passa barcollando, portando svogliatamente la noia quotidiana di tutte le faccenduole umane che va a raccogliere dalle cassette, e strascina sempre per la stessa via’. Questa descrizione, così annoiata e prosaica, non è però veritiera. Alla figura del postino è sempre stata legata una aspettativa di poco inferiore a quella di Babbo Natale. Dei personaggi che passano per il viale durante tutta la giornata, non c’è nessuno che rimanga veramente impresso, sono tutti stereotipati. C’è persino l’artista fallito, un personaggio caro a Verga, che ha passato la giovinezza in camerette nude e fredde, trascinandosi dietro bauli sconquassati pieni di scartafacci. La sera giunge, e l’ombra si allunga malinconica sul viale. Arriva anche l’inverno. Di tanto in tanto passa il carro funebre senza far rumore, come una macchia nera, ricamato di neve, quasi recasse la fioritura della morte. Queste ultime parole sono le uniche poetiche, come il lembo di cielo, all’inizio, che sembra una patria lontana. Forse nella conclusione del racconto, dopo una rassegna così delusa della vita quotidiana, c’è un guizzo di vivacità: il doganiere sbircia sospettoso il carro funebre per sventare un possibile contrabbando, ma intanto ‘fa quattro ciarle colla servotta dietro il muro’.
domenica 8 novembre 2026
sabato 7 novembre 2026
''Di là del mare'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
E’ curioso che Verga abbia messo finora a conclusione di ogni raccolta la novella più brutta: nella prima, ‘Le storie del castello di Trezza’; poi, alla fine di ‘Vita dei campi’, ‘Il come, il quando ed il perché’; e ora, dopo undici novelle rusticane, questo racconto, ‘Di là del mare’, che è la negazione dello spirito e del carattere di quella raccolta. Non so quali possano essere le ragioni di questo fatto abbastanza singolare. Io mi accontento di constatarlo. ‘Di là del mare’ è un racconto liricheggiante, nel quale sono sublimati alcuni momenti del difficile e intenso amore di Verga per Giselda Fojanesi (1851-1946), moglie del poeta Mario Rapisardi. Purtroppo, quando Verga parla dei sentimenti di persone colte e agiate, adotta il loro linguaggio e si esprime sempre in modo convenzionale; crea situazioni di raffinata mondanità e usa gli aggettivi e i sostantivi che rispecchiano il carattere sognante e indeterminato delle persone di mondo quando vogliono sembrare serie e ispirate. Questa è una piccola antologia delle frasi eleganti della novella: lei ascoltava, avviluppata nella pelliccia; fissando i suoi grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare; aveva preso il braccio di lui mollemente; orizzonti sconfinati; calde emozioni; essi indugiavano a tarda sera, per veder morire il giorno sulle vette dei monti; al momento di lasciarlo pianse tutte le sue lagrime che egli bevve avidamente; sul tardi si trovarono nell’ombra dei grandi palmizi immobili; come era squisita e trepidante la gioia di quel momento; ecc. ecc. La sincerità di Verga nel rappresentare il proprio amore tormentato mi sembra fuori discussione, però la sincerità non basta a riscattare la debolezza del risultato artistico, anche se lui, protagonista del racconto, è consapevole della propria qualità di scrittore realista e non dimentica i racconti che ha scritto e li cita, ripensando ‘agli umili attori degli umili drammi con un’aspirazione vaga e incosciente di pace e d’oblio’. La scarsa qualità del racconto, nonostante l’alta coscienza di sé che Verga mantiene, si spiega forse col fatto che esso è probabilmente uno sfogo spontaneo e immediato, una concessione all’emozione dei sentimenti. Tuttavia in alcune brevi descrizioni di paesaggio c’è ancora la forza poetica di un osservatore straordinariamente sensibile. Il treno che esce dalla città incontra ‘‘il sobborgo festante di brigatelle allegre’’. Dal vapore che da Napoli porta verso sud la coppia di amanti si può già vedere la terra: ‘Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri [...] All’improvviso, nella lunga linea della costa che sembrava unita, si aperse lo stretto come un fiume turchino, e al di là il mare che si allargava nuovamente, sterminato’. Quando Verga descrive la semplicità, la concretezza e la spontaneità della natura o degli uomini, non è mai convenzionale.
giovedì 5 novembre 2026
'Libertà' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969







