venerdì 23 ottobre 2026

''Malaria'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

Giovanni Verga ha scritto questa novella non con il suo solito crudo e concreto realismo, ma con uno slancio lirico che rende poetico il mondo desolato del racconto. L’asprezza e il dolore di questo mondo, pur rappresentato con grande ricchezza di particolari, appaiono perciò distanti e sfumati come in un sogno o in una favola, come le mogli ammazzate di Barbablù. Il paesaggio, le piante e gli animali sono animati quasi più degli esseri umani. I paesi (Lentini, Francofonte e Paternò) ‘‘invano cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle’’. Nell’atmosfera di alcune descrizioni c’è forse una sorgente della nostra migliore poesia novecentesca. ‘‘Sull’aia screpolata, all’ombra delle alte biche di paglia dormono le galline con la testa sotto l’ala, e l’asino lascia cascare il capo, colla bocca ancora piena di paglia, e il cane si rizza sospettoso, e abbaia roco al sasso che si stacca dall’intonaco, alla lucertola che striscia, alla foglia che si muove nella campagna inerte’’. Le persone che la malaria lascia stecchite sul pagliericcio di granturco, vengono caricate sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell’asino, o su una scala, con la faccia coperta da un sacco, ‘e si va a deporle alla chiesuola solitaria sotto i fichidindia spinosi, di cui nessuno perciò mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando’. Attorno a queste tragedie umane, però, la natura è rigogliosa: ‘‘in giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c’entra il vomero in novembre’’. A compare Carmine, che ha un’osteria sul lago di Lentini, la malaria ha portato via, uno dopo l’altro, cinque figli, tre maschi e due femmine. ‘‘Pazienza le femmine!’’, ma i maschi morivano proprio quando avevano l’età di guadagnarsi il pane. La madre è diventata curva come un gancio dai crepacuori, e il padre sta sempre sull’uscio, per non vedere quelle stanzacce vuote, dove prima cantavano e lavoravano i suoi ragazzi. Ma la malaria non ce l’ha contro tutti. Cirino lo scimunito, per esempio, sopravvive a ogni attacco, anche se la malaria gli ha mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli è entrata tutta nella pancia gonfia come un otre. Particolari, questi, che vanno ben oltre il realismo: sembrano presi da una favola horror. E da una favola nera sembra venire anche il soprannome di ‘Ammazzamogli’ con cui veniva chiamato l’oste, che aveva perduto quattro mogli a causa della malaria. Un’altra piccola pennellata da favola horror, è la rapida ed enigmatica osservazione di Verga: ‘‘non avreste immaginato come quell’uomo lì ci avesse anche lui il suo bravo omicidio sulle spalle’’. L’oste ha ormai due soli nemici: la malaria che gli porta via le mogli, e la ferrovia, costruita nelle vicinanze, che gli ruba gli avventori. Prima della ferrovia, gli affari andavano bene; ora compare Carmine, ‘‘ogni volta che da lontano vede passare il treno sbuffante nella malaria’’, gli inveisce contro. Come succede al lettighiere della novella ‘Cos’è il Re’, anche per compare Carmine il ‘progresso’ rappresenta la rovina. Quando non può più pagare l’affitto dell’osteria, viene sfrattato dal padrone e cerca lavoro nella ferrovia come cantoniere. Allora, stanco di correre su e giù lungo le rotaie, rifinito dagli anni e dai malanni, guarda passare due volte al giorno il lungo treno pieno di viaggiatori: allegre brigate di cacciatori, belle signore eleganti. Sembra che un pezzo di città gli sfili davanti agli occhi, con la luminaria delle strade, e le botteghe sfavillanti. Poi il treno si perde nella vasta nebbia della sera. Il mondo bello e felice rimane un miraggio, mentre lui è condannato a restare nell’inferno della povertà e della malattia. Seduto su una panchina per far riposare i piedi, borbotta: ‘‘Ah! Per questi qui non c’è proprio la malaria!’’.

mercoledì 21 ottobre 2026

'Il Mistero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il Sacro Mistero, che con la regia e lo sforzo organizzativo del pievano Don Angelino, viene rappresentato nella piazzetta della chiesa da attori contadini, è la Fuga in Egitto. Compare Nanni, piccolo di statura e accuratamente sbarbato, recita la parte di Maria Santissima, indossando una sottana di cotonina celeste imprestatagli dalla vedova comare Venera. La gente assiste allo spettacolo con grande partecipazione e si immedesima nell’azione, perché i gesti e il comportamento dei personaggi evocano e ricordano le vicende dolorose che ciascuno ha vissuto. Quando appare la Madonna portando in collo Gesù Bambino, che è il figlio di comare Menica, e dice ai ladri che vogliono rapirlo per portarlo a Erode: ‘Ecco il mio sangue!’, la gente si picchia il petto coi sassi e tutti gridano insieme: ‘Miseremini mei, Vergine Santa!’. Il ruolo di ladri è impersonato da Janu e mastro Cola, due uomini che avevano veramente un cuore di sasso: scelta naturale di Don Angelino, duro e avido come loro. I due furfanti sono talmente rozzi che hanno dimenticato la parte e devono aspettare le battute suggerite dal pievano, nascosto dietro una tenda. Poi entra in scena San Giuseppe, e comincia la finzione della fuga della Sacra Famiglia inseguita dai due rapitori. Il pubblico si emoziona. Comare Filippa, vedendo San Giuseppe inseguito dai ladri peggio di un coniglio, pensa a suo marito quando era inseguito dai gendarmi ed era arrivato a casa tutto trafelato, e le aveva detto: ‘Dammi un sorso d’acqua. Non ne posso più!’. Comare Filippa piange ora come una fontana. Il marito era stato condannato per avere ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna, che gli rubava i fichidindia. In carcere, prima del processo, i capelli gli erano diventati tutti grigi; e quando ‘se l’erano portato via per mare, legato coi compagni di galera, a resta come le cipolle, si era voltato a guardarla per l’ultima volta’. E di lui non si è saputo più nulla. Ora comare Filippa è in ginocchio e piange. ‘Ella sola poteva sapere che razza di angoscia doveva esserci nel cuore della Madonna, in quel momento che i ladri erano lì lì per agguantare San Giuseppe pel mantello’. Per paura che ci riuscano davvero, le comari si mettono a strillare e gli uomini a lanciare sassi ‘per rompere il grugno a quei due birbanti di Janu e di compare Cola’. Don Angelino, invece, esortava a lasciarli fare, perché così era detto nella parte, che aveva inventata e scritta lui. Il pievano, infatti, era un uomo che ‘avrebbe messo Cristo in croce colle sue mani per chiappargli i tre tarì della messa’; secondo alcuni, aveva organizzato il Mistero perché, ornando la scena con tanti rami d’albero, si era fatta la provvista della legna e per incamerare i soldi delle elemosine. Nel finale di questo brevissimo racconto, la prospettiva si rovescia. Nella prima parte, la gente comune si commuove davanti ad un Sacro Mistero che, nella finzione, rappresenta il ricordo o il timore delle sue sventure. Nella seconda parte, il sacro mistero è vissuto da una madre reale, in carne ed ossa, che piange disperata il figlio morto ammazzato, mentre la gente è indifferente. Compare Nanni e mastro Cola frequentano la vedova Venera, che ha capricci d’amore. Ma Nanni, che non conosce il suo rivale, gli tende una trappola di notte. ‘Nanni aspettava, nell’ombra, solo in mezzo alla piazza tutta bianca di luna, e in un silenzio che si udiva suonare ogni quarto d’ora l’orologio di Viagrande, e il trotterellare dei cani che frugavano col muso nella spazzatura’. Quando Nanni vede un’ombra alla porta di comare Venera, tira una schioppettata, e mastro Cola cade gridando: ‘ Mamma mia! Mi hanno ammazzato!’. ‘Soltanto la madre, all’udir la schioppettata, si sentì colpita nelle viscere, e corse come si trovava, a raccattare Cola dall’uscio della vedova, gridando: «Figlio mio! figlio mio!» [...] Buttata lì davanti a quel lettuccio come un sacco di cenci, disfatta, diventata decrepita tutta in una volta, coi capelli grigi, pendenti di qua e di là della faccia. Non vedeva altro che quegli occhi appannati del figliuolo e quel naso affilato’. Fuori splende il sole e il raccolto è stato buono. 'Nella sua casa sola si piangeva! ora che tutti erano contenti!'. Verga, che pure dà un nome a tutti i suoi personaggi, anche a quelli che appaiono solo per un attimo, lascia senza nome questa donna, che è solo una madre che piange il figlio morente, come una madonna addolorata. La pietà di Verga è quasi superata dal suo sarcasmo amaro e quasi feroce. Tutto il paese gioca al lotto i numeri di quel fatto di sangue. Solo comare Venera vince l’ambo; e avrebbe preso il terno, se avesse giocato anche il numero del sangue che mastro Cola ferito aveva versato sulla piazzetta. Compare Nanni, l’assassino, dopo molto girovagare, viene preso, processato e portato di là dal mare. Verga l’accompagna con quest’ultima considerazione piuttosto cinica: ‘Se non avesse pensato di farsi prestare dalla «scomunicata» (come ora chiamavano comare Venera) la gonnella celeste per fare la Beata Vergine!’.

sabato 17 ottobre 2026

''Don Licciu Papa'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘‘Don Licciu Papa’’, racconto privo di un vero protagonista, presenta una breve serie di episodi di vita paesana, slegati fra loro, ma uniti dal fatto che in ogni circostanza c’è l’intervento della guardia, don Licciu Papa, che accorre sempre ‘colla tracolla dello sciabolotto attraverso la pancia, gridando da lontano come un ossesso: - Largo alla Giustizia! largo alla Giustizia!’; oppure intimando a qualche malcapitato: - Fermo alla Giustizia! Fermo alla Giustizia! - La figura di don Licciu è del tutto comica, con la sua pancia, il suo sciabolotto e la sua boria di rappresentante della Giustizia, con la G maiuscola. Però le situazioni in cui interviene, pur nella loro dimensione paesana e quasi condominiale, si concludono per i protagonisti sempre in modo amaro e a volte drammatico. Non c’è alcun contrasto fra la comicità degli operatori della giustizia e l’ottusa insensibilità con cui l’amministrano. Al di sopra di don Licciu Papa, dall’aspetto e le maniere ridicole, c’è un giudice che sta ‘seduto al tavolino, che pareva Ponzio Pilato’. Una Giustizia ingiusta, infatti, non può essere amministrata che da personaggi ridicoli. Nel primo episodio la zia Santa rincorre lo zio Masi, che le ha preso una porcellina. Lui ha avuto dal sindaco l’incarico di sequestrare gli animali domestici che circolano per strada. La donna lo scongiura di renderle l’animale, da cui si aspetta un guadagno che le è indispensabile, ma lo zio Masi, zitto, a capo chino, col cuore più duro di un sasso, se ne va ‘colla maialina di traverso sulle spalle, che grugniva rivolta al cielo. Allora la zia Santa, disperata, per salvare la porcellina, gli assestò un solenne calcio nella schiena, e lo fece andare ruzzoloni’. Questo gesto comico non ha niente di ridicolo, ma sembra, anzi, giusto e appropriato, perché nasce da una reazione energica e insospettata della donna e punisce l’arroganza dello zio Masi in un modo plebeo e umiliante. ‘Le comari della strada, appena videro lo zio Masi in mezzo al fango, gli furono addosso con le rocche e con le ciabatte, e volevano fargli la festa per tutti i porci e le galline che aveva sulla coscienza’. Ma il linciaggio è impedito dall’arrivo di don Licciu con il suo sciabolotto. Comare Santa è condannata alla multa e alle spese e può evitare il carcere solo per un cavillo: il suo calcio non rappresenta un caso di ribellione, perché quel giorno lo zio Masi non portava il berretto col gallone del municipio. Il formalismo di una Giustizia senza anima e senza ragione questa volta ha giovato. Da allora in poi, le galline rimangono chiuse in casa, ma non sono più buone chiocce; e i maiali, legati per un piede accanto al letto, ‘parevano tante anime del purgatorio’. Nel secondo episodio il giudice, che sta seduto come Ponzio Pilato, fa pignorare la mula di compare Vito perché non può pagare l’affitto della terra a massaro Venerando. Ma quella terra non rende niente, e ora, senza la mula, compare Vito non avrà più nessuna speranza. Alla fine dell’udienza che lo ha visto vincitore, grazie anche all’avvocato che ‘parlava per lui’, massaro Venerando se ne va lieto, ‘dondolandosi dentro gli stivaloni come un’anitra ingrassata’. Compare Vito vuole parlare ancora e chiedere qualcosa, ma il giudice ‘che si soffiava il naso, prima di passare a un altro affare’, gli impone silenzio. Per poter parlare, compare Vito sarebbe dovuto venire anche lui con l’avvocato. Quando vede che la sua mula veniva offerta in vendita, sulla piazza, dal banditore, fuori di sé dalla disperazione, Vito si mette a gridare sul naso a massaro Venerando, e ‘voleva levargli il battesimo dalla testa’, ma arriva anche qui don Licciu, collo sciabolotto e il berretto gallonato: - Fermo alla Giustizia! Fermo alla Giustizia! Nel terzo episodio, compare Arcangelo è in lotta col Reverendo, che vuole comprare per forza la sua casuccia per allargare la propria. ‘Tutti gli dicevano: - Che siete matto a pigliarvela col Reverendo? E’ la storia della brocca contro il sasso! Il Reverendo coi suoi denari si affitta la meglio lingua d’avvocato, e vi riduce povero e pazzo. La lite è lunga e complicata. Il giudice e il cancelliere fanno degli accurati sopralluoghi, ‘guardavano con gli occhiali sul naso, e pigliavano misure’, ma la lite finisce come la voce popolare aveva profetizzato. Alla fine, il povero compare Arcangelo, che, dopo tante spese giudiziarie, non aveva più soldi nemmeno per comprare la corda per impiccarsi, è costretto a cedere la casa al Reverendo. La storia poteva finire qui, ma ha un epilogo ancora più triste. Nina, la figlia di Arcangelo, non vuole seguire il padre nella nuova casa, al Garramone, dove aveva le sue pecore. Lei ha un innamorato, un «signorino» misterioso che va a trovarla di sera, quando il padre è in campagna con i suoi animali. ‘Voi andatevene dove volete, che io me ne sto qui dove sono’. E’ un boccone troppo amaro per l’animo avvilito e impotente di compare Arcangelo, e ‘appena incontrò il «signorino», che gli fumava la pipa sul naso, gli spaccò la testa come una noce con una legnata’. Il tribunale gli dà un avvocato d’ufficio che riesce a dimostrare, come quattro e quattro fanno otto, che lui non l’aveva fatto apposta, di cercare d’ammazzare il «signorino» con un randello di pero selvatico, perché quel randello era un attrezzo del suo lavoro e serviva per tenere buoni i montoni. Così compare Arcangelo è condannato soltanto a cinque anni. Anche qui la mitezza della pena è dovuta ai cavilli e ai formalismi; la cosa più importante è avere un buon avvocato che sappia sfruttarli.

venerdì 16 ottobre 2026

''Cos'è il Re'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘Cos’è il Re’, più che un racconto, è un apologo un po’ artificioso, ma ciononostante molto espressivo e interessante, soprattutto, per capire il mondo artistico di Verga. Siamo al tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie; l’occasione è la sua visita a Caltagirone. La città è in festa e affollatissima di gente venuta per vedere il Re . Compare Cosimo, che trasporta persone con una lettiga portata da due mule, deve essere a disposizione del Re, l’indomani all’alba, per andare a Catania. Quella del Re sembra essere una semplice richiesta, più che un ordine, perché, non volendo restare obbligato né al Vescovo, né al sottointendente, ‘preferiva pagar di sua tasca, come uno qualunque’. Compare Cosimo non è contento e rinuncerebbe volentieri alle due onze del noleggio: è preoccupato che, durante il viaggio, dopo tanta pioggia, le mule possano scivolare e provocare una disgrazia. Naturalmente non può respingere la richiesta del Re, ma passa una notte agitata. Arriva il momento della partenza: ‘spuntava appena l’alba cenerognola, e la valle era tutta un mare di nebbia; eppure la folla era fitta come le mosche, col naso nel cappotto’. Le campane suonano impazzite e si sparano mortaretti: ‘arrivò correndo un’altra fiumana di gente, e si vide spuntare la carrozza del Re, la quale in mezzo alla folla pareva galleggiasse sulle teste’. Il Re ‘era un bel pezzo d’uomo, grande e grosso, coi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia’. Soltanto la regina sale sulla lettiga; il Re, prima di montare a cavallo, ‘parlava con questo e con quello, come se non fosse stato fatto suo, e accostandosi a compare Cosimo gli batté anche colla mano sulla spalla, e gli disse tale e quale, col suo parlare napoletano: - Bada che porti la tua regina! Ad un tratto si ode un grido disperato e la folla ondeggia come un mare di spighe’. Una giovinetta vestita da monaca si butta ai piedi del Re invocando la grazia per suo padre, condannato ad aver tagliata la testa per aver cospirato contro il governo. ‘Il Re disse una parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non tagliassero la testa al padre della ragazza. Durante il viaggio verso Catania, la regina, una donna piccolina, non faceva che parlare con una signora che era assieme a lei nella lettiga. ‘Guardava la campagna cogli occhi azzurri come il fiore del lino e appoggiava allo sportello una mano così piccina che pareva fatta apposta per non aver nulla da fare’. Quando, molti anni dopo, le autorità pignorarono, in nome del Re, le mule di compare Cosimo, perché non aveva potuto pagare le tasse, il lettighiere non si dava pace: quelle erano ancora le mule che avevano portato sana e salva la regina sua moglie. Rimpiange il tempo in cui non c’erano ancora le strade e i lettighieri avevano lavoro e potevano pagare i loro debiti. E quando, più tardi il Re gli prese il figlio Orazio per farlo artigliere, e la sua vecchia moglie piangeva come una fontana, compare Cosimo si ricordò della ragazza che si era buttata ai piedi del Re, chiedendo la grazia per il padre e il Re l’aveva accontentata con una parola. Compare Cosimo sperava che il Re graziasse anche suo figlio Orazio, ma non voleva capire che questo Re non era più quello di prima, che era un Re nuovo venuto da fuori. Il povero lettighiere diceva che se il Re fosse stato lì, li avrebbe mandati via contenti, lui e sua moglie, perché lui lo aveva conosciuto, coi suoi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia, e il Re gli aveva persino battuto sulla spalla. Il significato dell’apologo è chiarissimo: i re possono fare quello che vogliono, e questi due, Ferdinando e Vittorio Emanuele, sono egualmente tirannici. Con questa differenza, però: Ferdinando è abbastanza simpatico, con la sua sciabola appesa alla pancia e la sua affabilità napoletana; è abbastanza umano, perché non è insensibile alla preghiera della figlia del condannato; ed ha un certo amor proprio, perché vuole pagare il noleggio della lettiga con i suoi denari. Il re sabaudo, invece, è una entità astratta che non si mostra al popolo se non per mezzo della burocrazia e delle guardie, e non conosce clemenza.

mercoledì 14 ottobre 2026

'Il Reverendo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Dopo aver commentato di seguito quindici novelle di Verga, volevo fare una pausa e rileggere qualche bel romanzo di altro autore; così ho preso in mano ‘Splendori e miserie delle cortigiane’, ma sono bastate le prime due pagine di divagazioni a farmi provare nostalgia per la prosa aspra e serrata del Verga migliore. Ho preferito allora interrompere la lettura di Balzac e tornare alle ‘Novelle rusticane’. Ne ‘Il Reverendo’, la prima storia della raccolta, ho trovato subito quello che cercavo: una scrittura petrosa, se si può dire così, cioè dal ritmo breve, tutta concreta, concisa, dove ogni parola ha un suo significato denso e grave. Già le prime righe sono un piccolo monumento di pietra che riassume tutta la vita del personaggio: ‘Di reverendo non aveva più né la barba lunga, né lo scapolare di zoccolante, ora che si faceva radere ogni domenica, e andava a spasso con la sua bella sottana di panno fine, e il tabarro colle rivolte di seta sul braccio. Allorché guardava i suoi campi, e le sue vigne, e i suoi armenti, e i suoi bifolchi, colle mani in tasca e la pipetta in bocca, se si fosse rammentato del tempo in cui lavava le scodelle ai cappuccini, e che gli avevano messo il saio per carità, si sarebbe fatta la croce con la mano sinistra’. Il Reverendo viene da una condizione di estrema miseria. Quando era ragazzo, vedendo il fratello maggiore che si rompeva la schiena a zappare, la madre che filava al buio per risparmiare l’olio della lucerna e le sorelle ‘che non trovavano marito neanche a regalarle’, aveva deciso di diventare prete. Entra in convento e serve con abilità in tutti gli uffici più vili, e piano piano, sempre ‘cogli occhi bassi e le labbra cucite come un serafino’, determinato fino allo spasimo, raggiunge il suo scopo. Diventato prete, comincia ad accaparrare, disputando ai signori le terre del comune messe all’asta. Benché sia diventato ricco, tiene il fratello e la madre in una condizione servile, però prende in casa una nipote poverissima ma belloccia, a cui fa fare la regina. Alle donne che, nel confessionale, raccontavano ‘i peccati propri ed altrui’, il Reverendo strappava sempre qualche informazione utile per speculare sugli affari di campagna. Egli non pretendeva di essere un sant’uomo, perché i sant’uomini morivano di fame, come il vicario, che non sempre si faceva pagare le messe e andava attorno per le case dei pezzenti con una sottana tutta a brandelli. Il Reverendo è senza scrupoli: sfrutta i suoi contadini ‘peggio dell’anticristo’, ma nessuno ha il coraggio di litigare con lui, ‘perché a furia di intrighi e d’abilità era arrivato ad essere l’amico intrinseco del re, del giudice e del capitan d’armi’. Durante l’impresa dei Mille e finché la rivoluzione non si era calmata, il Reverendo aveva dovuto nascondersi in una grotta come un topo, perché i suoi contadini volevano fargli la pelle. A pericolo scampato, aveva continuato ad arricchirsi comprando, senza curarsi della scomunica del Papa, i beni che il nuovo Stato aveva espropriato alla Chiesa. Per il Reverendo, che prima del 1860 poteva fare il suo comodo indisturbato, dopo l’Unità d’Italia, cioè ‘dopo che era trionfata l’eresia’, le cose cambiano un poco, ma solo superficialmente. Lui, anzi, diventa ancora più ricco e ‘la legge era sempre come giovava a lui’. Solo l’atmosfera è cambiata. Qualche contadino ora impara a leggere e scrivere, e può quindi contestare i conti arruffati che il Reverendo fa quando li deve pagare. Ma la vita pubblica non migliora, anzi c’è un presagio di maggior corruzione, perché ‘i partiti si disputavano il municipio, e si spartivano la cuccagna senza un riguardo al mondo’. Nasce, sì, una opinione pubblica, animata dai giornali, ma questi sembrano orientati soprattutto a cancellare il ruolo e l’importanza dei preti. Il Reverendo, anche se nel nuovo Stato la sua personale posizione economica rimane solida e le sue azioni impunite, rimpiange il tempo in cui poteva contare sull’alleanza del giudice e del capitano d’armi e mandare in galera chi gli mancava di rispetto, e brontola: ‘Non c’è più religione, né giustizia, né nulla! I preti vorrebbero ridurli a sagrestani, dir messa e scopare la chiesa. La volontà di Dio non vogliono farla più, ecco cos’è!’. Un personaggio così ipocrita non sembra tipico dell’ambiente ecclesiastico, perché il vicario, uomo generoso e incurante del proprio interesse, appartiene allo stesso ambiente. Non si può nemmeno dire che nasca dal fango di una estrema povertà, perché i poveri di Verga sono quasi sempre innocenti. Un personaggio vile e ipocrita come il Reverendo si forma piuttosto in una condizione di ricchezza quando questa viene raggiunta con mezzi illeciti. L’ipocrisia e il vittimismo del Reverendo sono stati atteggiamenti costanti della vita pubblica nella storia d’Italia. Oggi, poi, che la società rigurgita di istituzioni, corporazioni e piccole e grandi burocrazie che spremono denaro dal popolo, l’ipocrisia e il vittimismo sono più vivi che mai.

martedì 6 ottobre 2026

'Il come, il quando ed il perché' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Non mi aspettavo che l’ultima novella della raccolta ‘Vita dei campi’, la più lunga, fosse anche la più brutta. Per essere un po’ scherzosi, si potrebbe usare il suo titolo, ‘Il come, il quando ed il perché’, come una domanda da rivolgere all’autore: ‘Come hai potuto, Maestro, dopo aver scritto racconti di intenso realismo, dilungarti tanto sulle effimere e frivole emozioni di una signora del bel mondo?’. Verga racconta la storia del corteggiamento, altalenante fra speranza e delusione, che il signor Polidori fa alla signora Maria, coniugata Rinaldi. Anche qui, come nei romanzi mondani e nelle prime novelle ‘galanti’, i personaggi sono appena abbozzati. Polidori è un ricco signore di grande fascino e gran ballerino. Sebbene abbia ‘una pessima reputazione di cattivo soggetto’, nella società elegante è molto ammirato e ricercato. Sicuramente ‘cattivo soggetto’ significa solo gran seduttore e tombeur de femmes. La signora Rinaldi, invece, è ‘una donnina vaporosa e leggiadra’. Ha un marito sempre assente, che però lavora come un matto per assicurarle una vita lussuosa. Lei non lo ha mai tradito, però è piena di fremiti e di curiosità come una piccola Bovary. Lei stessa pensa di sé: ‘Sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro se non un sogno... alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo; sento il bisogno d’aria... Non è colpa mia se non mi rassegno alla vita com’è... Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti’. La signora Rinaldi è un personaggio convenzionale descritto in modo convenzionale, e per questo resta una donna astratta e incomprensibile. Verga, contravvenendo alle convinzioni estetiche che aveva teorizzato ne L’amante di Gramigna, fa anche una approfondita analisi psicologica della signora Rinaldi, ma lei rimane comunque inafferrabile. ‘Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni che danno la curiosità dell’ignoto, l’attrattiva del male, il fascino dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili’. Questo genere di analisi psicologiche, apparentemente profonde, sono in realtà abbastanza facili, perché quelle emozioni sono comuni e si possono attribuire alla maggioranza delle persone. Quello che Verga, invece, non riesce a spiegare è come mai la signora Rinaldi, così ‘vaporosa e leggiadra’, arrivata spontaneamente un paio di volte sull’orlo dell’adulterio, si penta all’ultimo momento e si tiri indietro, lasciando il suo povero innamorato con un palmo di naso. Di Polidori, della sua vita e del suo carattere, Verga non dice niente; ci ha lasciato capire che è un gran dongiovanni, e questo deve bastarci. La conclusione del racconto sembra edificante: il signor Rinaldi, il marito, è economicamente rovinato e tenta il suicidio per il dolore di non poter più assicurare alla moglie la vita lussuosa a cui è abituata. La signora Maria lo salva, accetta le privazioni inevitabili e si accontenta di andare a vivere in un appartamento al quarto piano. Anche la prosa di Verga è sorprendentemente convenzionale, sia nella descrizione di paesaggi (‘la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche...’), sia quando descrive le qualità di ballerino del signor Polidori (‘nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d’ebbrezza color di rosa...’). Sembra che Verga, quando fa il suo ingresso nella società elegante, si trasformi e non sia più lui.

 

lunedì 5 ottobre 2026

'Pentolaccia' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘Pentolaccia’ è un bozzetto che racconta, in modo asciutto e breve, come un uomo, soprannominato appunto Pentolaccia, arriva ad uccidere, senza una parola di spiegazione, l’amante della moglie. Lui era un semplice contadino, ma aveva voluto sposare Venera, una giovane con delle pretese di eleganza e la voglia di vivere con qualche lusso. La mamma di lui gli ripeteva inutilmente: ‘Lascia star la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada’. La Venera doveva essere una ragazza manierata appartenente o aspirante alla piccolissima borghesia del paese, se il suo piede diventava una attrazione erotica, quando tutte le contadine andavano scalze. Pentolaccia, che non aveva ancora ricevuto ‘quel nomaccio’, era ossessionato dalle sue scarpette e da ‘quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori della mantellina’. Dopo il matrimonio, ‘la nuora, con quel suo bocchino melato, tanto disse e tanto fece che la suocera dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio’. Venera, rimasta padrona della casa, ‘colla briglia sul collo’, ne combina di tutti i colori e non solo domina e maltratta il marito, ma prende come amante don Liborio, il medico del paese. Fu allora che la gente cominciò a chiamare il marito ‘Pentolaccia’. Lui, quando lo sentiva, chiedeva spiegazioni alla moglie. Ma Venera rispondeva che non era vero niente. Allora il marito si rassicurava ed era contento come una pasqua. ‘A che giovava guastarsi il sangue?’. Quel soprannome il marito se lo meritava proprio, perché aveva la pentola sempre piena e mangiava e beveva sulle risorse di compare don Liborio, ‘meglio di un re di corona’. Con don Liborio facevano ormai una casa sola. C’era la pace, la dispensa piena e anche l’assistenza per la salute. E Venera, ‘bianca e rossa come una mela, poteva sfoggiare scarpe nuove e fazzoletti di seta’. Ma all’improvviso, a Pentolaccia, che non aveva mai avuto il viziaccio della gelosia, salta il ghiribizzo di fare il matto. Un giorno, verso l’ora del tramonto, poté ascoltare le chiacchiere dei contadini, che non s’erano accorti di lui, sdraiato a riposare dietro una siepe. Le cose ingiuriose che dicevano gli entrarono nell’anima come un chiodo: che era un becco e che mangiava e s’ingrassava come un maiale a spese di don Liborio. A un tratto Pentolaccia si rizzò senza dir nulla e prese a correre verso il paese come se l’avesse morso una tarantola: persino l’erba e i sassi gli sembravano rossi come il sangue. Sulla porta di casa, incontra don Liborio, che se ne andava tranquillamente. ‘Sentite, signor compare, se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio, vi faccio la festa!’. Don Liborio si meraviglia di queste parole, ma non si scompone: Pentolaccia aveva chiuso gli occhi per tanto tempo! Il marito ripete lo stesso avvertimento alla moglie, che lo spinge fuori dell’uscio con una stanga e gli risponde con insolenza che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva. Ma Pentolaccia ha ormai un’idea fissa in testa. Un sabato lascia il lavoro nel campo prima del consueto e torna a casa. La moglie lo strapazza come al solito, ma lui rimane imperterrito. Sta arrivando don Liborio; nella stradicciuola tranquilla si sente il passo lento del dottore. Pentolaccia si apposta dietro l’uscio con la stanga in mano, e appena don Liborio mette piede nella stanza, gli dà un colpo formidabile fra capo e collo, che l’ammazza come un bue. ‘Così fu che Pentolaccia andò a finire in galera’. La vicenda raccontata da Verga ha l’evidenza e l’efficacia drammatica del ‘fatto umano’ realmente accaduto, come egli teorizzava nella novella ‘L’amante di Gramigna’. Eppure, pur rifiutandosi di descrivere i pensieri  e le sensazioni segrete dei suoi personaggi, Verga qui, con pochi accenni, dà un ritratto potente della loro psicologia.