venerdì 16 ottobre 2026

''Cos'è il Re'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘Cos’è il Re’, più che un racconto, è un apologo un po’ artificioso, ma ciononostante molto espressivo e interessante, soprattutto, per capire il mondo artistico di Verga. Siamo al tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie; l’occasione è la sua visita a Caltagirone. La città è in festa e affollatissima di gente venuta per vedere il Re . Compare Cosimo, che trasporta persone con una lettiga portata da due mule, deve essere a disposizione del Re, l’indomani all’alba, per andare a Catania. Quella del Re sembra essere una semplice richiesta, più che un ordine, perché, non volendo restare obbligato né al Vescovo, né al sottointendente, ‘preferiva pagar di sua tasca, come uno qualunque’. Compare Cosimo non è contento e rinuncerebbe volentieri alle due onze del noleggio: è preoccupato che, durante il viaggio, dopo tanta pioggia, le mule possano scivolare e provocare una disgrazia. Naturalmente non può respingere la richiesta del Re, ma passa una notte agitata. Arriva il momento della partenza: ‘spuntava appena l’alba cenerognola, e la valle era tutta un mare di nebbia; eppure la folla era fitta come le mosche, col naso nel cappotto’. Le campane suonano impazzite e si sparano mortaretti: ‘arrivò correndo un’altra fiumana di gente, e si vide spuntare la carrozza del Re, la quale in mezzo alla folla pareva galleggiasse sulle teste’. Il Re ‘era un bel pezzo d’uomo, grande e grosso, coi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia’. Soltanto la regina sale sulla lettiga; il Re, prima di montare a cavallo, ‘parlava con questo e con quello, come se non fosse stato fatto suo, e accostandosi a compare Cosimo gli batté anche colla mano sulla spalla, e gli disse tale e quale, col suo parlare napoletano: - Bada che porti la tua regina! Ad un tratto si ode un grido disperato e la folla ondeggia come un mare di spighe’. Una giovinetta vestita da monaca si butta ai piedi del Re invocando la grazia per suo padre, condannato ad aver tagliata la testa per aver cospirato contro il governo. ‘Il Re disse una parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non tagliassero la testa al padre della ragazza. Durante il viaggio verso Catania, la regina, una donna piccolina, non faceva che parlare con una signora che era assieme a lei nella lettiga. ‘Guardava la campagna cogli occhi azzurri come il fiore del lino e appoggiava allo sportello una mano così piccina che pareva fatta apposta per non aver nulla da fare’. Quando, molti anni dopo, le autorità pignorarono, in nome del Re, le mule di compare Cosimo, perché non aveva potuto pagare le tasse, il lettighiere non si dava pace: quelle erano ancora le mule che avevano portato sana e salva la regina sua moglie. Rimpiange il tempo in cui non c’erano ancora le strade e i lettighieri avevano lavoro e potevano pagare i loro debiti. E quando, più tardi il Re gli prese il figlio Orazio per farlo artigliere, e la sua vecchia moglie piangeva come una fontana, compare Cosimo si ricordò della ragazza che si era buttata ai piedi del Re, chiedendo la grazia per il padre e il Re l’aveva accontentata con una parola. Compare Cosimo sperava che il Re graziasse anche suo figlio Orazio, ma non voleva capire che questo Re non era più quello di prima, che era un Re nuovo venuto da fuori. Il povero lettighiere diceva che se il Re fosse stato lì, li avrebbe mandati via contenti, lui e sua moglie, perché lui lo aveva conosciuto, coi suoi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia, e il Re gli aveva persino battuto sulla spalla. Il significato dell’apologo è chiarissimo: i re possono fare quello che vogliono, e questi due, Ferdinando e Vittorio Emanuele, sono egualmente tirannici. Con questa differenza, però: Ferdinando è abbastanza simpatico, con la sua sciabola appesa alla pancia e la sua affabilità napoletana; è abbastanza umano, perché non è insensibile alla preghiera della figlia del condannato; ed ha un certo amor proprio, perché vuole pagare il noleggio della lettiga con i suoi denari. Il re sabaudo, invece, è una entità astratta che non si mostra al popolo se non per mezzo della burocrazia e delle guardie, e non conosce clemenza.

mercoledì 14 ottobre 2026

'Il Reverendo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Dopo aver commentato di seguito quindici novelle di Verga, volevo fare una pausa e rileggere qualche bel romanzo di altro autore; così ho preso in mano ‘Splendori e miserie delle cortigiane’, ma sono bastate le prime due pagine di divagazioni a farmi provare nostalgia per la prosa aspra e serrata del Verga migliore. Ho preferito allora interrompere la lettura di Balzac e tornare alle ‘Novelle rusticane’. Ne ‘Il Reverendo’, la prima storia della raccolta, ho trovato subito quello che cercavo: una scrittura petrosa, se si può dire così, cioè dal ritmo breve, tutta concreta, concisa, dove ogni parola ha un suo significato denso e grave. Già le prime righe sono un piccolo monumento di pietra che riassume tutta la vita del personaggio: ‘Di reverendo non aveva più né la barba lunga, né lo scapolare di zoccolante, ora che si faceva radere ogni domenica, e andava a spasso con la sua bella sottana di panno fine, e il tabarro colle rivolte di seta sul braccio. Allorché guardava i suoi campi, e le sue vigne, e i suoi armenti, e i suoi bifolchi, colle mani in tasca e la pipetta in bocca, se si fosse rammentato del tempo in cui lavava le scodelle ai cappuccini, e che gli avevano messo il saio per carità, si sarebbe fatta la croce con la mano sinistra’. Il Reverendo viene da una condizione di estrema miseria. Quando era ragazzo, vedendo il fratello maggiore che si rompeva la schiena a zappare, la madre che filava al buio per risparmiare l’olio della lucerna e le sorelle ‘che non trovavano marito neanche a regalarle’, aveva deciso di diventare prete. Entra in convento e serve con abilità in tutti gli uffici più vili, e piano piano, sempre ‘cogli occhi bassi e le labbra cucite come un serafino’, determinato fino allo spasimo, raggiunge il suo scopo. Diventato prete, comincia ad accaparrare, disputando ai signori le terre del comune messe all’asta. Benché sia diventato ricco, tiene il fratello e la madre in una condizione servile, però prende in casa una nipote poverissima ma belloccia, a cui fa fare la regina. Alle donne che, nel confessionale, raccontavano ‘i peccati propri ed altrui’, il Reverendo strappava sempre qualche informazione utile per speculare sugli affari di campagna. Egli non pretendeva di essere un sant’uomo, perché i sant’uomini morivano di fame, come il vicario, che non sempre si faceva pagare le messe e andava attorno per le case dei pezzenti con una sottana tutta a brandelli. Il Reverendo è senza scrupoli: sfrutta i suoi contadini ‘peggio dell’anticristo’, ma nessuno ha il coraggio di litigare con lui, ‘perché a furia di intrighi e d’abilità era arrivato ad essere l’amico intrinseco del re, del giudice e del capitan d’armi’. Durante l’impresa dei Mille e finché la rivoluzione non si era calmata, il Reverendo aveva dovuto nascondersi in una grotta come un topo, perché i suoi contadini volevano fargli la pelle. A pericolo scampato, aveva continuato ad arricchirsi comprando, senza curarsi della scomunica del Papa, i beni che il nuovo Stato aveva espropriato alla Chiesa. Per il Reverendo, che prima del 1860 poteva fare il suo comodo indisturbato, dopo l’Unità d’Italia, cioè ‘dopo che era trionfata l’eresia’, le cose cambiano un poco, ma solo superficialmente. Lui, anzi, diventa ancora più ricco e ‘la legge era sempre come giovava a lui’. Solo l’atmosfera è cambiata. Qualche contadino ora impara a leggere e scrivere, e può quindi contestare i conti arruffati che il Reverendo fa quando li deve pagare. Ma la vita pubblica non migliora, anzi c’è un presagio di maggior corruzione, perché ‘i partiti si disputavano il municipio, e si spartivano la cuccagna senza un riguardo al mondo’. Nasce, sì, una opinione pubblica, animata dai giornali, ma questi sembrano orientati soprattutto a cancellare il ruolo e l’importanza dei preti. Il Reverendo, anche se nel nuovo Stato la sua personale posizione economica rimane solida e le sue azioni impunite, rimpiange il tempo in cui poteva contare sull’alleanza del giudice e del capitano d’armi e mandare in galera chi gli mancava di rispetto, e brontola: ‘Non c’è più religione, né giustizia, né nulla! I preti vorrebbero ridurli a sagrestani, dir messa e scopare la chiesa. La volontà di Dio non vogliono farla più, ecco cos’è!’. Un personaggio così ipocrita non sembra tipico dell’ambiente ecclesiastico, perché il vicario, uomo generoso e incurante del proprio interesse, appartiene allo stesso ambiente. Non si può nemmeno dire che nasca dal fango di una estrema povertà, perché i poveri di Verga sono quasi sempre innocenti. Un personaggio vile e ipocrita come il Reverendo si forma piuttosto in una condizione di ricchezza quando questa viene raggiunta con mezzi illeciti. L’ipocrisia e il vittimismo del Reverendo sono stati atteggiamenti costanti della vita pubblica nella storia d’Italia. Oggi, poi, che la società rigurgita di istituzioni, corporazioni e piccole e grandi burocrazie che spremono denaro dal popolo, l’ipocrisia e il vittimismo sono più vivi che mai.

martedì 6 ottobre 2026

'Il come, il quando ed il perché' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Non mi aspettavo che l’ultima novella della raccolta ‘Vita dei campi’, la più lunga, fosse anche la più brutta. Per essere un po’ scherzosi, si potrebbe usare il suo titolo, ‘Il come, il quando ed il perché’, come una domanda da rivolgere all’autore: ‘Come hai potuto, Maestro, dopo aver scritto racconti di intenso realismo, dilungarti tanto sulle effimere e frivole emozioni di una signora del bel mondo?’. Verga racconta la storia del corteggiamento, altalenante fra speranza e delusione, che il signor Polidori fa alla signora Maria, coniugata Rinaldi. Anche qui, come nei romanzi mondani e nelle prime novelle ‘galanti’, i personaggi sono appena abbozzati. Polidori è un ricco signore di grande fascino e gran ballerino. Sebbene abbia ‘una pessima reputazione di cattivo soggetto’, nella società elegante è molto ammirato e ricercato. Sicuramente ‘cattivo soggetto’ significa solo gran seduttore e tombeur de femmes. La signora Rinaldi, invece, è ‘una donnina vaporosa e leggiadra’. Ha un marito sempre assente, che però lavora come un matto per assicurarle una vita lussuosa. Lei non lo ha mai tradito, però è piena di fremiti e di curiosità come una piccola Bovary. Lei stessa pensa di sé: ‘Sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro se non un sogno... alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo; sento il bisogno d’aria... Non è colpa mia se non mi rassegno alla vita com’è... Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti’. La signora Rinaldi è un personaggio convenzionale descritto in modo convenzionale, e per questo resta una donna astratta e incomprensibile. Verga, contravvenendo alle convinzioni estetiche che aveva teorizzato ne L’amante di Gramigna, fa anche una approfondita analisi psicologica della signora Rinaldi, ma lei rimane comunque inafferrabile. ‘Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni che danno la curiosità dell’ignoto, l’attrattiva del male, il fascino dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili’. Questo genere di analisi psicologiche, apparentemente profonde, sono in realtà abbastanza facili, perché quelle emozioni sono comuni e si possono attribuire alla maggioranza delle persone. Quello che Verga, invece, non riesce a spiegare è come mai la signora Rinaldi, così ‘vaporosa e leggiadra’, arrivata spontaneamente un paio di volte sull’orlo dell’adulterio, si penta all’ultimo momento e si tiri indietro, lasciando il suo povero innamorato con un palmo di naso. Di Polidori, della sua vita e del suo carattere, Verga non dice niente; ci ha lasciato capire che è un gran dongiovanni, e questo deve bastarci. La conclusione del racconto sembra edificante: il signor Rinaldi, il marito, è economicamente rovinato e tenta il suicidio per il dolore di non poter più assicurare alla moglie la vita lussuosa a cui è abituata. La signora Maria lo salva, accetta le privazioni inevitabili e si accontenta di andare a vivere in un appartamento al quarto piano. Anche la prosa di Verga è sorprendentemente convenzionale, sia nella descrizione di paesaggi (‘la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche...’), sia quando descrive le qualità di ballerino del signor Polidori (‘nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d’ebbrezza color di rosa...’). Sembra che Verga, quando fa il suo ingresso nella società elegante, si trasformi e non sia più lui.

 

lunedì 5 ottobre 2026

'Pentolaccia' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘Pentolaccia’ è un bozzetto che racconta, in modo asciutto e breve, come un uomo, soprannominato appunto Pentolaccia, arriva ad uccidere, senza una parola di spiegazione, l’amante della moglie. Lui era un semplice contadino, ma aveva voluto sposare Venera, una giovane con delle pretese di eleganza e la voglia di vivere con qualche lusso. La mamma di lui gli ripeteva inutilmente: ‘Lascia star la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada’. La Venera doveva essere una ragazza manierata appartenente o aspirante alla piccolissima borghesia del paese, se il suo piede diventava una attrazione erotica, quando tutte le contadine andavano scalze. Pentolaccia, che non aveva ancora ricevuto ‘quel nomaccio’, era ossessionato dalle sue scarpette e da ‘quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori della mantellina’. Dopo il matrimonio, ‘la nuora, con quel suo bocchino melato, tanto disse e tanto fece che la suocera dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio’. Venera, rimasta padrona della casa, ‘colla briglia sul collo’, ne combina di tutti i colori e non solo domina e maltratta il marito, ma prende come amante don Liborio, il medico del paese. Fu allora che la gente cominciò a chiamare il marito ‘Pentolaccia’. Lui, quando lo sentiva, chiedeva spiegazioni alla moglie. Ma Venera rispondeva che non era vero niente. Allora il marito si rassicurava ed era contento come una pasqua. ‘A che giovava guastarsi il sangue?’. Quel soprannome il marito se lo meritava proprio, perché aveva la pentola sempre piena e mangiava e beveva sulle risorse di compare don Liborio, ‘meglio di un re di corona’. Con don Liborio facevano ormai una casa sola. C’era la pace, la dispensa piena e anche l’assistenza per la salute. E Venera, ‘bianca e rossa come una mela, poteva sfoggiare scarpe nuove e fazzoletti di seta’. Ma all’improvviso, a Pentolaccia, che non aveva mai avuto il viziaccio della gelosia, salta il ghiribizzo di fare il matto. Un giorno, verso l’ora del tramonto, poté ascoltare le chiacchiere dei contadini, che non s’erano accorti di lui, sdraiato a riposare dietro una siepe. Le cose ingiuriose che dicevano gli entrarono nell’anima come un chiodo: che era un becco e che mangiava e s’ingrassava come un maiale a spese di don Liborio. A un tratto Pentolaccia si rizzò senza dir nulla e prese a correre verso il paese come se l’avesse morso una tarantola: persino l’erba e i sassi gli sembravano rossi come il sangue. Sulla porta di casa, incontra don Liborio, che se ne andava tranquillamente. ‘Sentite, signor compare, se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio, vi faccio la festa!’. Don Liborio si meraviglia di queste parole, ma non si scompone: Pentolaccia aveva chiuso gli occhi per tanto tempo! Il marito ripete lo stesso avvertimento alla moglie, che lo spinge fuori dell’uscio con una stanga e gli risponde con insolenza che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva. Ma Pentolaccia ha ormai un’idea fissa in testa. Un sabato lascia il lavoro nel campo prima del consueto e torna a casa. La moglie lo strapazza come al solito, ma lui rimane imperterrito. Sta arrivando don Liborio; nella stradicciuola tranquilla si sente il passo lento del dottore. Pentolaccia si apposta dietro l’uscio con la stanga in mano, e appena don Liborio mette piede nella stanza, gli dà un colpo formidabile fra capo e collo, che l’ammazza come un bue. ‘Così fu che Pentolaccia andò a finire in galera’. La vicenda raccontata da Verga ha l’evidenza e l’efficacia drammatica del ‘fatto umano’ realmente accaduto, come egli teorizzava nella novella ‘L’amante di Gramigna’. Eppure, pur rifiutandosi di descrivere i pensieri  e le sensazioni segrete dei suoi personaggi, Verga qui, con pochi accenni, dà un ritratto potente della loro psicologia.

 

sabato 3 ottobre 2026

'Guerra di Santi' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Nel paese ci sono il quartiere alto e il quartiere basso. Gli abitanti del quartiere alto sono devoti di San Rocco; quelli del quartiere basso, invece, di San Pasquale. ‘Quell’anno i devoti di San Rocco avevano speso gli occhi della testa per fare le cose in grande; era venuta la banda della città, si erano sparati più di duemila mortaretti, e c’era persino uno stendardo nuovo, tutto ricamato d’oro. Tutto ciò urtava maledettamente i nervi ai devoti di San Pasquale’, che reagiscono con insulti e sberleffi. Le legnate cominciano a piovere ‘come pere fradicie’ e il sangue a scorrere a rigagnoli. ‘Certo, andare a dire «viva San Pasquale» sul mostaccio di San Rocco in persona è una provocazione bella e buona; è come venirvi a sputare in casa, o come uno che si diverta a dar dei pizzicotti alla donna che avete sottobraccio’. Compare Nino, contadino, devoto di San Rocco, è fidanzato con Saridda, sorella del conciapelli Turi e devota di San Pasquale. I due prossimi cognati si scambiano pugni ‘che avrebbero accoppato un bue’; e quando gli amici riescono a separarli, Saridda inveisce contro il fidanzato, e per poco non si prendono a ceffoni, ‘come fossero già stati marito e moglie’. Il fidanzamento si rompe e i due ex fidanzati cominciano a sparlare l’uno dell’altra. Lei va dicendo che non lo prenderebbe per marito ‘nemmeno se me lo danno vestito d’oro e d’argento’. Compare Nino, dal canto suo, dichiara: ‘Per me Saridda può far la muffa!’. Gli episodi comici fra le due fazioni continuano, rivelando, però, il sottofondo di motivi concreti che alimentano l’odio dei devoti di San Rocco  per quelli di San Pasquale. Questi ultimi, abitanti del quartiere basso, riuscivano a ottenere dal vescovo alcuni privilegi e qualche segno di distinzione, perché essi, che  tutti ricordavano senza scarpe ai piedi, ‘s’erano arricchiti come porci, colla nuova industria della concia delle pelli, e a questo mondo si sa che la giustizia si compra e vende come l’anima di Giuda’. Si fanno dei tentativi di pacificazione, e forse una festa si farà. ‘Sangue d’un cane! Che festa vogliono fare, se quest’anno morremo tutti di fame?’, esclamava compare Nino. ‘Sin dal mese di marzo non pioveva una goccia d’acqua, e i seminati, gialli, che scoppiettavano come l’esca, «morivano di sete»’. Si porta in processione San Pasquale in tutte le direzioni, ‘e l’affacciarono sul poggio a benedir la campagna, in una giornata afosa di maggio, tutta nuvoli, una di quelle giornate in cui i contadini si strappano i capelli dinanzi ai campi «bruciati», e le spighe chinano il capo proprio come se morissero’. Ma San Pasquale non fa il miracolo. ‘Nel quartiere alto era una desolazione: una di quelle annate lunghe, in cui la fame comincia a giugno, e le donne stanno sugli usci, spettinate e senza far nulla, coll’occhio fisso’. Compare Nino, per pagare l’affitto della terra che non aveva dato nulla, deve vendere la sua mula.A questa notizia, Saridda, l’ex fidanzata, ‘ si sentì sbollire la collera in un attimo, e mandò in fretta e furia suo fratello Turi, con quei soldi che avevano da parte, per aiutarlo’. Nino rifiuta il denaro, perché, dice, gli restano ancora le braccia per lavorare, e irride l’inutile San Pasquale. Un lato comico di questo dramma è che molti contadini del quartiere alto, devoti di San Rocco, erano andati alla processione di San Pasquale, ‘picchiandosi come asini, e colla corona di spine in capo, per amore del seminato’. Visto che il santo non aveva fatto nulla, ora si sfogavano in improperi. Nel paese arriva anche il colera. Secondo il sogno di una vecchia in odore di santità, sembrava che contro il colera dovesse intervenire San Rocco, ma anche San Rocco non fa niente, come San Pasquale. Quando compare Nino viene a sapere che Saridda si è ammalata, corre alla sua casa e la trova ‘nera e contraffatta’. Nino piange: ‘ci aveva due fontane ai suoi occhi’. Saridda lo guarda con certi occhi infossati ‘che ci voleva la lanterna a trovarli’. Ma la donna guarisce, e guariscono anche il fratello Turi e compare  Nino, che a sua volta s’era ammalato. La novella finisce con questi due convalescenti che, scaldandosi al sole, ‘si gettavano in viso l’un l’altro San Rocco e San Pasquale’. In questo breve racconto agrodolce Verga descrive una situazione paesana abbastanza umoristica, senza però perdere di vista la condizione sociale che fa da sfondo a conflitti così ridicoli. Dopo tante battaglie accanite e tante fanciullesche speranze deluse, solo l’arrivo del colera riconcilia un poco gli animi. 


 

venerdì 2 ottobre 2026

'L'amante di Gramigna' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘L’amante di Gramigna’, più che un racconto, sembra una leggenda raccolta ‘pei viottoli dei campi’: è una di quelle storie un po’ vaghe, di cui non si conoscono bene i fatti, che la gente racconta con meraviglia, magari arricchendola ogni volta di qualche particolare. Verga la porta come esempio di un suo ragionamento che fa all’amico Salvatore Farina, all’inizio del racconto. Dice appunto che ha voluto raccogliere questa storia dalla voce popolare e che l’ha scritta quasi con le stesse parole semplici e pittoresche usate dalla gente. A Verga non interessa scrivere racconti con intrecci complessi e avvincenti; egli rinuncia a descrivere ‘il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano e si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contraddittori’. Verga vuole raccontare ‘il semplice fatto umano [perché esso] farà pensare sempre e avrà sempre l’efficacia dell’esser accaduto davvero, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne’. Per questo lui cerca nelle sue opere di dare alla vicenda narrata ‘la sincerità della realtà’ e di renderne lo svolgimento armonioso e necessario; così la storia raccontata avrà l’impronta di un avvenimento reale sorto in modo spontaneo come un fatto naturale, e la mano dell’artista rimarrà invisibile. La storia dell’amante di Gramigna sa di leggenda. Peppa, una delle più belle ragazze di Licodia, deve sposare il possidente compare Finu, ‘un giovanotto grande e bello come il sole, che portava lo stendardo di Santa Margherita come fosse un pilastro, senza piegare le reni’. Ma Peppa ha una immaginazione romantica: rinuncia al matrimonio, perché, senza conoscerlo, si è innamorata del brigante Gramigna. ‘Per duecento miglia all’intorno, correva la leggenda delle sue gesta, del suo coraggio, della sua forza, di quella lotta disperata, lui solo contro mille, stanco, affamato, arso dalla sete, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno’. Peppa scappa di casa e si unisce al brigante. L’epilogo è triste, prevedibile e inevitabile.