lunedì 26 ottobre 2026

'La roba' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘La roba’ è forse, assieme a ‘Cavalleria rusticana’, la novella più nota di Verga. E’ una favola fuori del tempo, che racconta in poche pagine intense la storia di Mazzarò. Costui, accolto, da ragazzo, nudo e crudo e per carità, nella fattoria di un barone, riesce a mettere insieme una proprietà terriera sconfinata, usando la sua testa, che era come un brillante. Nelle terre che ora gli appartengono, lui ‘veniva prima da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano’. Anche il protagonista della novella ‘Il Reverendo’ si era arricchito cominciando da ragazzo a fare i lavori più vili nel convento dove lo avevano accolto per carità. Ma quel racconto, concretamente realistico, descrive anche il modo con cui il Reverendo si arricchisce, la natura dei suoi affari, le istituzioni con cui si allea, il legame che ha con il giudice e il capitano d’armi e il declino del suo prestigio sociale dopo l’Unità d’Italia. ‘La Roba’, invece, narra una vicenda, si può dire, purissima, che si potrebbe svolgere in un tempo e in un luogo qualsiasi, anche in un paese immaginario, perché descrive in modo poetico una patologia dell’uomo: l’ambizione, l’avidità, la crudele avarizia, e infine l’esito drammatico del suo egoismo. Quando Mazzarò sente che deve morire e lasciare tutto quello che ha conquistato, esce nel cortile come un pazzo, barcollando, e comincia ad ammazzare a bastonate le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: «Roba mia, vientene con me!». Per questa conclusione dolorosa e immorale a cui l’amore per la ‘roba’ può portare, il racconto può essere considerato una parabola lirica. Già dall’inizio del racconto si respira un’aria favolosa senza tempo. Il viandante che cammina, in una vasta zona della provincia di Catania, lungo campi di stoppe riarse, aranceti sempre verdi, boschi di sugheri, pascoli deserti, ‘‘se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora che i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: «Qui di chi è?», sentiva rispondersi: «Di Mazzarò»’’. Ancora il viandante ‘cammina e cammina’ (proprio come in una favola), passa davanti a una fattoria grande come un paese, con magazzini che sembrano chiese, attraversa vigne, uliveti e campi, incontra lunghe file di aratri e ‘le immense macchie biancastre di mandrie’. Tutta roba di Mazzarò. ‘Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo, nel bosco’. Camminando per le sue terre sterminate, si poteva immaginare che Mazzarò fosse un gigante, invece era un ometto che non gli avreste dato un baiocco, e benché fosse ‘ricco come un maiale’, mangiava appena due soldi di pane e un pezzetto di formaggio. Non beveva vino, non fumava, non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. L’unica donna che avesse avuto ‘sulle spalle’, era stata sua madre, che gli era costata anche dodici tarì quando l’aveva seppellita. A Mazzarò non importava il denaro; lui amava solo la roba e usava il denaro per comprare altra terra. Però sapeva, per averlo provato, quanto fosse duro guadagnare ‘i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva quattordici ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento’. Mazzarò non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Lui era fatto per la roba, e la roba era fatta per lui, perché la roba vuole stare con chi sa tenerla e non la sciupa. Indubbiamente Mazzarò è un personaggio straordinario ed evoca i grandi avari creati da Balzac e da Dickens. Tuttavia nell’atmosfera di favola in cui si muove, Mazzarò, come uomo, è un personaggio statico e poco interessante, che non ha assunto il significato emblematico di papà Grandet o di Gobseck o di Scrooge, personaggi di Balzac e di Dickens. Dell’eroe verghiano sono descritte le azioni passate, ma lui nel racconto non agisce, se non con quell’ultimo gesto disperato di ammazzare i suoi animali a bastonate. E’ un personaggio forte per ciò che ha realizzato, ma separato dalle sue proprietà, non è più nulla.

sabato 24 ottobre 2026

''Gli orfani'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘Gli orfani’ è un raccontino minore delle ‘Novelle rusticane’, scritto con una ironia elementare e insistita che rende troppo evidente ed esemplare il contrasto fra apparenza e realtà. Il protagonista, perciò, è un uomo senza veri sentimenti, se non quelli legati al suo carattere di macchietta. Compare Meno, che ha appena perduto la seconda moglie, si mostra inconsolabile e copre di lodi sperticate la defunta, così dedita alla famiglia e alla casa e così economa, che ‘non si lavava per non sporcare l’acqua’, e, pur moribonda, non voleva che si chiamasse il medico per non spendere e non dover comprare medicine. Il vedovo afflitto ricorda con le comari del vicinato, che lo compiangono e lo incoraggiano a cercare subito un’altra moglie, come la consorte non aprisse mai bocca per dire ‘datemi’. Eppure aveva portato una bella dote, che ora, purtroppo, il marito dovrà restituire perché da lei non ha avuto figli.

venerdì 23 ottobre 2026

''Malaria'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

Giovanni Verga ha scritto questa novella non con il suo solito crudo e concreto realismo, ma con uno slancio lirico che rende poetico il mondo desolato del racconto. L’asprezza e il dolore di questo mondo, pur rappresentato con grande ricchezza di particolari, appaiono perciò distanti e sfumati come in un sogno o in una favola, come le mogli ammazzate di Barbablù. Il paesaggio, le piante e gli animali sono animati quasi più degli esseri umani. I paesi (Lentini, Francofonte e Paternò) ‘‘invano cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle’’. Nell’atmosfera di alcune descrizioni c’è forse una sorgente della nostra migliore poesia novecentesca. ‘‘Sull’aia screpolata, all’ombra delle alte biche di paglia dormono le galline con la testa sotto l’ala, e l’asino lascia cascare il capo, colla bocca ancora piena di paglia, e il cane si rizza sospettoso, e abbaia roco al sasso che si stacca dall’intonaco, alla lucertola che striscia, alla foglia che si muove nella campagna inerte’’. Le persone che la malaria lascia stecchite sul pagliericcio di granturco, vengono caricate sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell’asino, o su una scala, con la faccia coperta da un sacco, ‘e si va a deporle alla chiesuola solitaria sotto i fichidindia spinosi, di cui nessuno perciò mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando’. Attorno a queste tragedie umane, però, la natura è rigogliosa: ‘‘in giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c’entra il vomero in novembre’’. A compare Carmine, che ha un’osteria sul lago di Lentini, la malaria ha portato via, uno dopo l’altro, cinque figli, tre maschi e due femmine. ‘‘Pazienza le femmine!’’, ma i maschi morivano proprio quando avevano l’età di guadagnarsi il pane. La madre è diventata curva come un gancio dai crepacuori, e il padre sta sempre sull’uscio, per non vedere quelle stanzacce vuote, dove prima cantavano e lavoravano i suoi ragazzi. Ma la malaria non ce l’ha contro tutti. Cirino lo scimunito, per esempio, sopravvive a ogni attacco, anche se la malaria gli ha mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli è entrata tutta nella pancia gonfia come un otre. Particolari, questi, che vanno ben oltre il realismo: sembrano presi da una favola horror. E da una favola nera sembra venire anche il soprannome di ‘Ammazzamogli’ con cui veniva chiamato l’oste, che aveva perduto quattro mogli a causa della malaria. Un’altra piccola pennellata da favola horror, è la rapida ed enigmatica osservazione di Verga: ‘‘non avreste immaginato come quell’uomo lì ci avesse anche lui il suo bravo omicidio sulle spalle’’. L’oste ha ormai due soli nemici: la malaria che gli porta via le mogli, e la ferrovia, costruita nelle vicinanze, che gli ruba gli avventori. Prima della ferrovia, gli affari andavano bene; ora compare Carmine, ‘‘ogni volta che da lontano vede passare il treno sbuffante nella malaria’’, gli inveisce contro. Come succede al lettighiere della novella ‘Cos’è il Re’, anche per compare Carmine il ‘progresso’ rappresenta la rovina. Quando non può più pagare l’affitto dell’osteria, viene sfrattato dal padrone e cerca lavoro nella ferrovia come cantoniere. Allora, stanco di correre su e giù lungo le rotaie, rifinito dagli anni e dai malanni, guarda passare due volte al giorno il lungo treno pieno di viaggiatori: allegre brigate di cacciatori, belle signore eleganti. Sembra che un pezzo di città gli sfili davanti agli occhi, con la luminaria delle strade, e le botteghe sfavillanti. Poi il treno si perde nella vasta nebbia della sera. Il mondo bello e felice rimane un miraggio, mentre lui è condannato a restare nell’inferno della povertà e della malattia. Seduto su una panchina per far riposare i piedi, borbotta: ‘‘Ah! Per questi qui non c’è proprio la malaria!’’.

mercoledì 21 ottobre 2026

'Il Mistero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il Sacro Mistero, che con la regia e lo sforzo organizzativo del pievano Don Angelino, viene rappresentato nella piazzetta della chiesa da attori contadini, è la Fuga in Egitto. Compare Nanni, piccolo di statura e accuratamente sbarbato, recita la parte di Maria Santissima, indossando una sottana di cotonina celeste imprestatagli dalla vedova comare Venera. La gente assiste allo spettacolo con grande partecipazione e si immedesima nell’azione, perché i gesti e il comportamento dei personaggi evocano e ricordano le vicende dolorose che ciascuno ha vissuto. Quando appare la Madonna portando in collo Gesù Bambino, che è il figlio di comare Menica, e dice ai ladri che vogliono rapirlo per portarlo a Erode: ‘Ecco il mio sangue!’, la gente si picchia il petto coi sassi e tutti gridano insieme: ‘Miseremini mei, Vergine Santa!’. Il ruolo di ladri è impersonato da Janu e mastro Cola, due uomini che avevano veramente un cuore di sasso: scelta naturale di Don Angelino, duro e avido come loro. I due furfanti sono talmente rozzi che hanno dimenticato la parte e devono aspettare le battute suggerite dal pievano, nascosto dietro una tenda. Poi entra in scena San Giuseppe, e comincia la finzione della fuga della Sacra Famiglia inseguita dai due rapitori. Il pubblico si emoziona. Comare Filippa, vedendo San Giuseppe inseguito dai ladri peggio di un coniglio, pensa a suo marito quando era inseguito dai gendarmi ed era arrivato a casa tutto trafelato, e le aveva detto: ‘Dammi un sorso d’acqua. Non ne posso più!’. Comare Filippa piange ora come una fontana. Il marito era stato condannato per avere ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna, che gli rubava i fichidindia. In carcere, prima del processo, i capelli gli erano diventati tutti grigi; e quando ‘se l’erano portato via per mare, legato coi compagni di galera, a resta come le cipolle, si era voltato a guardarla per l’ultima volta’. E di lui non si è saputo più nulla. Ora comare Filippa è in ginocchio e piange. ‘Ella sola poteva sapere che razza di angoscia doveva esserci nel cuore della Madonna, in quel momento che i ladri erano lì lì per agguantare San Giuseppe pel mantello’. Per paura che ci riuscano davvero, le comari si mettono a strillare e gli uomini a lanciare sassi ‘per rompere il grugno a quei due birbanti di Janu e di compare Cola’. Don Angelino, invece, esortava a lasciarli fare, perché così era detto nella parte, che aveva inventata e scritta lui. Il pievano, infatti, era un uomo che ‘avrebbe messo Cristo in croce colle sue mani per chiappargli i tre tarì della messa’; secondo alcuni, aveva organizzato il Mistero perché, ornando la scena con tanti rami d’albero, si era fatta la provvista della legna e per incamerare i soldi delle elemosine. Nel finale di questo brevissimo racconto, la prospettiva si rovescia. Nella prima parte, la gente comune si commuove davanti ad un Sacro Mistero che, nella finzione, rappresenta il ricordo o il timore delle sue sventure. Nella seconda parte, il sacro mistero è vissuto da una madre reale, in carne ed ossa, che piange disperata il figlio morto ammazzato, mentre la gente è indifferente. Compare Nanni e mastro Cola frequentano la vedova Venera, che ha capricci d’amore. Ma Nanni, che non conosce il suo rivale, gli tende una trappola di notte. ‘Nanni aspettava, nell’ombra, solo in mezzo alla piazza tutta bianca di luna, e in un silenzio che si udiva suonare ogni quarto d’ora l’orologio di Viagrande, e il trotterellare dei cani che frugavano col muso nella spazzatura’. Quando Nanni vede un’ombra alla porta di comare Venera, tira una schioppettata, e mastro Cola cade gridando: ‘ Mamma mia! Mi hanno ammazzato!’. ‘Soltanto la madre, all’udir la schioppettata, si sentì colpita nelle viscere, e corse come si trovava, a raccattare Cola dall’uscio della vedova, gridando: «Figlio mio! figlio mio!» [...] Buttata lì davanti a quel lettuccio come un sacco di cenci, disfatta, diventata decrepita tutta in una volta, coi capelli grigi, pendenti di qua e di là della faccia. Non vedeva altro che quegli occhi appannati del figliuolo e quel naso affilato’. Fuori splende il sole e il raccolto è stato buono. 'Nella sua casa sola si piangeva! ora che tutti erano contenti!'. Verga, che pure dà un nome a tutti i suoi personaggi, anche a quelli che appaiono solo per un attimo, lascia senza nome questa donna, che è solo una madre che piange il figlio morente, come una madonna addolorata. La pietà di Verga è quasi superata dal suo sarcasmo amaro e quasi feroce. Tutto il paese gioca al lotto i numeri di quel fatto di sangue. Solo comare Venera vince l’ambo; e avrebbe preso il terno, se avesse giocato anche il numero del sangue che mastro Cola ferito aveva versato sulla piazzetta. Compare Nanni, l’assassino, dopo molto girovagare, viene preso, processato e portato di là dal mare. Verga l’accompagna con quest’ultima considerazione piuttosto cinica: ‘Se non avesse pensato di farsi prestare dalla «scomunicata» (come ora chiamavano comare Venera) la gonnella celeste per fare la Beata Vergine!’.

sabato 17 ottobre 2026

''Don Licciu Papa'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘‘Don Licciu Papa’’, racconto privo di un vero protagonista, presenta una breve serie di episodi di vita paesana, slegati fra loro, ma uniti dal fatto che in ogni circostanza c’è l’intervento della guardia, don Licciu Papa, che accorre sempre ‘colla tracolla dello sciabolotto attraverso la pancia, gridando da lontano come un ossesso: - Largo alla Giustizia! largo alla Giustizia!’; oppure intimando a qualche malcapitato: - Fermo alla Giustizia! Fermo alla Giustizia! - La figura di don Licciu è del tutto comica, con la sua pancia, il suo sciabolotto e la sua boria di rappresentante della Giustizia, con la G maiuscola. Però le situazioni in cui interviene, pur nella loro dimensione paesana e quasi condominiale, si concludono per i protagonisti sempre in modo amaro e a volte drammatico. Non c’è alcun contrasto fra la comicità degli operatori della giustizia e l’ottusa insensibilità con cui l’amministrano. Al di sopra di don Licciu Papa, dall’aspetto e le maniere ridicole, c’è un giudice che sta ‘seduto al tavolino, che pareva Ponzio Pilato’. Una Giustizia ingiusta, infatti, non può essere amministrata che da personaggi ridicoli. Nel primo episodio la zia Santa rincorre lo zio Masi, che le ha preso una porcellina. Lui ha avuto dal sindaco l’incarico di sequestrare gli animali domestici che circolano per strada. La donna lo scongiura di renderle l’animale, da cui si aspetta un guadagno che le è indispensabile, ma lo zio Masi, zitto, a capo chino, col cuore più duro di un sasso, se ne va ‘colla maialina di traverso sulle spalle, che grugniva rivolta al cielo. Allora la zia Santa, disperata, per salvare la porcellina, gli assestò un solenne calcio nella schiena, e lo fece andare ruzzoloni’. Questo gesto comico non ha niente di ridicolo, ma sembra, anzi, giusto e appropriato, perché nasce da una reazione energica e insospettata della donna e punisce l’arroganza dello zio Masi in un modo plebeo e umiliante. ‘Le comari della strada, appena videro lo zio Masi in mezzo al fango, gli furono addosso con le rocche e con le ciabatte, e volevano fargli la festa per tutti i porci e le galline che aveva sulla coscienza’. Ma il linciaggio è impedito dall’arrivo di don Licciu con il suo sciabolotto. Comare Santa è condannata alla multa e alle spese e può evitare il carcere solo per un cavillo: il suo calcio non rappresenta un caso di ribellione, perché quel giorno lo zio Masi non portava il berretto col gallone del municipio. Il formalismo di una Giustizia senza anima e senza ragione questa volta ha giovato. Da allora in poi, le galline rimangono chiuse in casa, ma non sono più buone chiocce; e i maiali, legati per un piede accanto al letto, ‘parevano tante anime del purgatorio’. Nel secondo episodio il giudice, che sta seduto come Ponzio Pilato, fa pignorare la mula di compare Vito perché non può pagare l’affitto della terra a massaro Venerando. Ma quella terra non rende niente, e ora, senza la mula, compare Vito non avrà più nessuna speranza. Alla fine dell’udienza che lo ha visto vincitore, grazie anche all’avvocato che ‘parlava per lui’, massaro Venerando se ne va lieto, ‘dondolandosi dentro gli stivaloni come un’anitra ingrassata’. Compare Vito vuole parlare ancora e chiedere qualcosa, ma il giudice ‘che si soffiava il naso, prima di passare a un altro affare’, gli impone silenzio. Per poter parlare, compare Vito sarebbe dovuto venire anche lui con l’avvocato. Quando vede che la sua mula veniva offerta in vendita, sulla piazza, dal banditore, fuori di sé dalla disperazione, Vito si mette a gridare sul naso a massaro Venerando, e ‘voleva levargli il battesimo dalla testa’, ma arriva anche qui don Licciu, collo sciabolotto e il berretto gallonato: - Fermo alla Giustizia! Fermo alla Giustizia! Nel terzo episodio, compare Arcangelo è in lotta col Reverendo, che vuole comprare per forza la sua casuccia per allargare la propria. ‘Tutti gli dicevano: - Che siete matto a pigliarvela col Reverendo? E’ la storia della brocca contro il sasso! Il Reverendo coi suoi denari si affitta la meglio lingua d’avvocato, e vi riduce povero e pazzo. La lite è lunga e complicata. Il giudice e il cancelliere fanno degli accurati sopralluoghi, ‘guardavano con gli occhiali sul naso, e pigliavano misure’, ma la lite finisce come la voce popolare aveva profetizzato. Alla fine, il povero compare Arcangelo, che, dopo tante spese giudiziarie, non aveva più soldi nemmeno per comprare la corda per impiccarsi, è costretto a cedere la casa al Reverendo. La storia poteva finire qui, ma ha un epilogo ancora più triste. Nina, la figlia di Arcangelo, non vuole seguire il padre nella nuova casa, al Garramone, dove aveva le sue pecore. Lei ha un innamorato, un «signorino» misterioso che va a trovarla di sera, quando il padre è in campagna con i suoi animali. ‘Voi andatevene dove volete, che io me ne sto qui dove sono’. E’ un boccone troppo amaro per l’animo avvilito e impotente di compare Arcangelo, e ‘appena incontrò il «signorino», che gli fumava la pipa sul naso, gli spaccò la testa come una noce con una legnata’. Il tribunale gli dà un avvocato d’ufficio che riesce a dimostrare, come quattro e quattro fanno otto, che lui non l’aveva fatto apposta, di cercare d’ammazzare il «signorino» con un randello di pero selvatico, perché quel randello era un attrezzo del suo lavoro e serviva per tenere buoni i montoni. Così compare Arcangelo è condannato soltanto a cinque anni. Anche qui la mitezza della pena è dovuta ai cavilli e ai formalismi; la cosa più importante è avere un buon avvocato che sappia sfruttarli.

venerdì 16 ottobre 2026

''Cos'è il Re'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969

‘Cos’è il Re’, più che un racconto, è un apologo un po’ artificioso, ma ciononostante molto espressivo e interessante, soprattutto, per capire il mondo artistico di Verga. Siamo al tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie; l’occasione è la sua visita a Caltagirone. La città è in festa e affollatissima di gente venuta per vedere il Re . Compare Cosimo, che trasporta persone con una lettiga portata da due mule, deve essere a disposizione del Re, l’indomani all’alba, per andare a Catania. Quella del Re sembra essere una semplice richiesta, più che un ordine, perché, non volendo restare obbligato né al Vescovo, né al sottointendente, ‘preferiva pagar di sua tasca, come uno qualunque’. Compare Cosimo non è contento e rinuncerebbe volentieri alle due onze del noleggio: è preoccupato che, durante il viaggio, dopo tanta pioggia, le mule possano scivolare e provocare una disgrazia. Naturalmente non può respingere la richiesta del Re, ma passa una notte agitata. Arriva il momento della partenza: ‘spuntava appena l’alba cenerognola, e la valle era tutta un mare di nebbia; eppure la folla era fitta come le mosche, col naso nel cappotto’. Le campane suonano impazzite e si sparano mortaretti: ‘arrivò correndo un’altra fiumana di gente, e si vide spuntare la carrozza del Re, la quale in mezzo alla folla pareva galleggiasse sulle teste’. Il Re ‘era un bel pezzo d’uomo, grande e grosso, coi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia’. Soltanto la regina sale sulla lettiga; il Re, prima di montare a cavallo, ‘parlava con questo e con quello, come se non fosse stato fatto suo, e accostandosi a compare Cosimo gli batté anche colla mano sulla spalla, e gli disse tale e quale, col suo parlare napoletano: - Bada che porti la tua regina! Ad un tratto si ode un grido disperato e la folla ondeggia come un mare di spighe’. Una giovinetta vestita da monaca si butta ai piedi del Re invocando la grazia per suo padre, condannato ad aver tagliata la testa per aver cospirato contro il governo. ‘Il Re disse una parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non tagliassero la testa al padre della ragazza. Durante il viaggio verso Catania, la regina, una donna piccolina, non faceva che parlare con una signora che era assieme a lei nella lettiga. ‘Guardava la campagna cogli occhi azzurri come il fiore del lino e appoggiava allo sportello una mano così piccina che pareva fatta apposta per non aver nulla da fare’. Quando, molti anni dopo, le autorità pignorarono, in nome del Re, le mule di compare Cosimo, perché non aveva potuto pagare le tasse, il lettighiere non si dava pace: quelle erano ancora le mule che avevano portato sana e salva la regina sua moglie. Rimpiange il tempo in cui non c’erano ancora le strade e i lettighieri avevano lavoro e potevano pagare i loro debiti. E quando, più tardi il Re gli prese il figlio Orazio per farlo artigliere, e la sua vecchia moglie piangeva come una fontana, compare Cosimo si ricordò della ragazza che si era buttata ai piedi del Re, chiedendo la grazia per il padre e il Re l’aveva accontentata con una parola. Compare Cosimo sperava che il Re graziasse anche suo figlio Orazio, ma non voleva capire che questo Re non era più quello di prima, che era un Re nuovo venuto da fuori. Il povero lettighiere diceva che se il Re fosse stato lì, li avrebbe mandati via contenti, lui e sua moglie, perché lui lo aveva conosciuto, coi suoi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia, e il Re gli aveva persino battuto sulla spalla. Il significato dell’apologo è chiarissimo: i re possono fare quello che vogliono, e questi due, Ferdinando e Vittorio Emanuele, sono egualmente tirannici. Con questa differenza, però: Ferdinando è abbastanza simpatico, con la sua sciabola appesa alla pancia e la sua affabilità napoletana; è abbastanza umano, perché non è insensibile alla preghiera della figlia del condannato; ed ha un certo amor proprio, perché vuole pagare il noleggio della lettiga con i suoi denari. Il re sabaudo, invece, è una entità astratta che non si mostra al popolo se non per mezzo della burocrazia e delle guardie, e non conosce clemenza.

mercoledì 14 ottobre 2026

'Il Reverendo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Dopo aver commentato di seguito quindici novelle di Verga, volevo fare una pausa e rileggere qualche bel romanzo di altro autore; così ho preso in mano ‘Splendori e miserie delle cortigiane’, ma sono bastate le prime due pagine di divagazioni a farmi provare nostalgia per la prosa aspra e serrata del Verga migliore. Ho preferito allora interrompere la lettura di Balzac e tornare alle ‘Novelle rusticane’. Ne ‘Il Reverendo’, la prima storia della raccolta, ho trovato subito quello che cercavo: una scrittura petrosa, se si può dire così, cioè dal ritmo breve, tutta concreta, concisa, dove ogni parola ha un suo significato denso e grave. Già le prime righe sono un piccolo monumento di pietra che riassume tutta la vita del personaggio: ‘Di reverendo non aveva più né la barba lunga, né lo scapolare di zoccolante, ora che si faceva radere ogni domenica, e andava a spasso con la sua bella sottana di panno fine, e il tabarro colle rivolte di seta sul braccio. Allorché guardava i suoi campi, e le sue vigne, e i suoi armenti, e i suoi bifolchi, colle mani in tasca e la pipetta in bocca, se si fosse rammentato del tempo in cui lavava le scodelle ai cappuccini, e che gli avevano messo il saio per carità, si sarebbe fatta la croce con la mano sinistra’. Il Reverendo viene da una condizione di estrema miseria. Quando era ragazzo, vedendo il fratello maggiore che si rompeva la schiena a zappare, la madre che filava al buio per risparmiare l’olio della lucerna e le sorelle ‘che non trovavano marito neanche a regalarle’, aveva deciso di diventare prete. Entra in convento e serve con abilità in tutti gli uffici più vili, e piano piano, sempre ‘cogli occhi bassi e le labbra cucite come un serafino’, determinato fino allo spasimo, raggiunge il suo scopo. Diventato prete, comincia ad accaparrare, disputando ai signori le terre del comune messe all’asta. Benché sia diventato ricco, tiene il fratello e la madre in una condizione servile, però prende in casa una nipote poverissima ma belloccia, a cui fa fare la regina. Alle donne che, nel confessionale, raccontavano ‘i peccati propri ed altrui’, il Reverendo strappava sempre qualche informazione utile per speculare sugli affari di campagna. Egli non pretendeva di essere un sant’uomo, perché i sant’uomini morivano di fame, come il vicario, che non sempre si faceva pagare le messe e andava attorno per le case dei pezzenti con una sottana tutta a brandelli. Il Reverendo è senza scrupoli: sfrutta i suoi contadini ‘peggio dell’anticristo’, ma nessuno ha il coraggio di litigare con lui, ‘perché a furia di intrighi e d’abilità era arrivato ad essere l’amico intrinseco del re, del giudice e del capitan d’armi’. Durante l’impresa dei Mille e finché la rivoluzione non si era calmata, il Reverendo aveva dovuto nascondersi in una grotta come un topo, perché i suoi contadini volevano fargli la pelle. A pericolo scampato, aveva continuato ad arricchirsi comprando, senza curarsi della scomunica del Papa, i beni che il nuovo Stato aveva espropriato alla Chiesa. Per il Reverendo, che prima del 1860 poteva fare il suo comodo indisturbato, dopo l’Unità d’Italia, cioè ‘dopo che era trionfata l’eresia’, le cose cambiano un poco, ma solo superficialmente. Lui, anzi, diventa ancora più ricco e ‘la legge era sempre come giovava a lui’. Solo l’atmosfera è cambiata. Qualche contadino ora impara a leggere e scrivere, e può quindi contestare i conti arruffati che il Reverendo fa quando li deve pagare. Ma la vita pubblica non migliora, anzi c’è un presagio di maggior corruzione, perché ‘i partiti si disputavano il municipio, e si spartivano la cuccagna senza un riguardo al mondo’. Nasce, sì, una opinione pubblica, animata dai giornali, ma questi sembrano orientati soprattutto a cancellare il ruolo e l’importanza dei preti. Il Reverendo, anche se nel nuovo Stato la sua personale posizione economica rimane solida e le sue azioni impunite, rimpiange il tempo in cui poteva contare sull’alleanza del giudice e del capitano d’armi e mandare in galera chi gli mancava di rispetto, e brontola: ‘Non c’è più religione, né giustizia, né nulla! I preti vorrebbero ridurli a sagrestani, dir messa e scopare la chiesa. La volontà di Dio non vogliono farla più, ecco cos’è!’. Un personaggio così ipocrita non sembra tipico dell’ambiente ecclesiastico, perché il vicario, uomo generoso e incurante del proprio interesse, appartiene allo stesso ambiente. Non si può nemmeno dire che nasca dal fango di una estrema povertà, perché i poveri di Verga sono quasi sempre innocenti. Un personaggio vile e ipocrita come il Reverendo si forma piuttosto in una condizione di ricchezza quando questa viene raggiunta con mezzi illeciti. L’ipocrisia e il vittimismo del Reverendo sono stati atteggiamenti costanti della vita pubblica nella storia d’Italia. Oggi, poi, che la società rigurgita di istituzioni, corporazioni e piccole e grandi burocrazie che spremono denaro dal popolo, l’ipocrisia e il vittimismo sono più vivi che mai.