
Nella sua raccolta di saggi ‘Poesia e non Poesia’ Benedetto Croce inizia il capitolo su Stendhal, scritto col tono pontificale di chi rivela la verità al mondo, criticando un giudizio di Sainte-Beuve sui personaggi di ‘ Il Rosso e il Nero’ e della ‘Certosa di Parma’. Secondo il critico francese, quei personaggi non sarebbero ‘esseri viventi, ma automi ingegnosamente costruiti’. ‘Se questo fosse vero, obietta Croce, come si spiegherebbe il fascino che emana dai romanzi di Stendhal, dei quali, letti una volta, è impossibile togliersi di mente caratteri, azioni, parole che ritornano insistenti e inducono a fantasticare e meditare?’. L’obiezione di Croce vale forse per Julien Sorel e Madame de Rênal e per alcune altre situazioni memorabili di ‘Il Rosso e il Nero’, ma ‘La Certosa di Parma’, con tutti i suoi personaggi e le loro modeste avventure, a me è sembrato uno dei romanzi più evanescenti e facili da dimenticare che mi sia capitato di leggere. La causa, detta in due parole, è quella indicata da Sainte-Beuve, del quale però non condivido l’opinione che questi personaggi privi di vita siano stati ingegnosamente costruiti. No, questi sono personaggi che nascono spontaneamente da un sogno e che fluttuano nel romanzo senza vincoli di coerenza, come avviene appunto nei sogni. E anche le loro avventure, pur numerose e intricate, sono descritte con un segno così leggero che si dissolvono presto come nuvole. La ‘Certosa di Parma’ è soprattutto un romanzo dell’amore infelice, dell’amore non corrisposto e incompiuto, e anche del rimpianto e dei sogni d’amore; ed è anche un romanzo della grazia e della bellezza della donna. Le donne, qui, anche quelle che appaiono per un attimo, sono tutte ‘jolie’. Fin dall’inizio, quando, ancora ragazzo, vuole partecipare all’ultima battaglia di Napoleone ed è arrestato sulla strada di Waterloo, Fabrizio trova una ‘belle flamande de trente-six ans’, la moglie del carceriere, che lo aiuta a fuggire. Poi, nei giorni successivi, incontra una vivandiera generosa ed estroversa, e sulla strada del ritorno si ferma in una locanda la cui padrona ha due figlie molto carine. E anche anni dopo, in tutte le osterie nelle quali al Fabrizio adulto capita di entrare, c’è sempre una locandiera molto graziosa. Ma queste apparizioni gentili sono soltanto una piccola parte dello sfondo. La trama degli amori non corrisposti o incompiuti è molto fitta. La zia duchessa Sanseverina ama in modo più o meno consapevole il nipote Fabrizio, che però non vede mai in lei una possibile amante. Il conte Mosca ama la Sanseverina, ma è geloso di Fabrizio e, in generale, non è mai sicuro di essere ricambiato con pari intensità. Il poeta repubblicano Ferrante Palla ama la Sanseverina, dimenticando la madre dei suoi cinque figli, di un amore delirante che non chiede niente se non di potersi manifestare anche col sacrificio della vita. Il sovrano di Parma Ranuccio Ernesto IV ama o concupisce la Sanseverina, ma del tutto invano. Il figlio che gli succede, Ranuccio Ernesto V, è innamorato seriamente della Sanseverina, fino a proporle di diventare suo primo ministro, ma la Sanseverina si dà a lui solo per mezz’ora, in cambio della salvezza del nipote, condannato per omicidio, e poi fugge da Parma per non metterci più piede. Rimangono gli amori di Fabrizio, che sono leggeri e solo sensuali finché non rivede l’angelica Clelia, intravista anni prima, quand’era una ragazzina. Stendhal sogna e rimpiange l’amore, e si specchia nella giovinezza ingenua e istintiva di Fabrizio, e vagheggia la sua passione dominante per Clelia. Anche il conte Mosca e Ferrante Palla sono, credo, proiezioni e ricordi di Stendhal. Nel conte c’è la forza e la necessità dell’amore maturo con i suoi dubbi dolorosi e le sue incertezze; nel poeta repubblicano c’è la follia dell’amore che ama se stesso e non esige niente se non di mostrarsi alla donna amata. Questo sentimento estremo non è uno stato che, fuori del sogno, possa durare a lungo nel tempo, ma nella realtà, seppure solo a sprazzi, credo che, almeno negli spiriti superiori, sia abbastanza diffuso. L’amore di Fabrizio per Clelia, diventato dominante e ossessivo fino a minarne la salute, ottiene infine dalla ragazza innamorata, ormai moglie del marchese Crescenzi, di essere corrisposto in tutti i suoi desideri; però egli dimostra di non appartenere alla razza degli amanti che amano con generosità infinita, e la sua storia si conclude con un atto di meschina irresponsabilità. Fabrizio reclama per sé il bambino frutto di questo amore proibito. Per raggiungere questo scopo, lui e Clelia commettono delle azioni insensate che stupiscono anche il lettore più indulgente. Il bambino muore, e la sua morte, come nel gioco del domino, provoca la morte della mamma, poi di Fabrizio, poi della zia Sanseverina. Tutti questi aggrovigliati amori fra personaggi che sono, in vario grado, solo maschere di caratteri diversi, si svolgono alla corte del Ducato di Parma. Questa corte, a parte la descrizione ironica di certe procedure e cerimoniali, ha la realtà della corte di un sultano delle Mille e una notte. Il popolo e la politica sono completamente assenti. Il primo ministro, conte Mosca, si vanta di non aver mai firmato una condanna a morte, ma poi fa sparare sulla folla che vuole abbattere la statua di Ranuccio Ernesto IV, dopo la sua morte. Ma sono spari che non fanno paura e morti ammazzati che non indignano nemmeno, tanto sono finti. E questo conte Mosca, che suscitava l’entusiasmo di Balzac per la sua capacità di manovratore politico, è anche lui una maschera, la cui sostanza è inafferrabile. Ma tutto questo, si dirà, a Stendhal non interessava. Lui era ispirato dall’amore, che però abbiamo visto, credo, con quale atteggiamento poeticamente leggero e superficiale sia trattato; ed era ispirato, direi, da una certa curiosità divertita di conoscere gli uomini. Però anche qui Stendhal non va a fondo. Quando Fabrizio, coadiutore dell’arcivescovo Landriani, diventa un predicatore efficace seguito da un pubblico crescente, perché attinge il proprio slancio alle sue segrete pene d’amore, e commuove i fedeli fino alle lacrime, Stendhal ci fa sapere che l’arcivescovo si rode dall’invidia e che diventa improvvisamente cattivo verso il suo aiutante. Questo atteggiamento è certamente verosimile, ma perché andarlo a rilevare? Landriani è solo una figuretta sullo sfondo del romanzo, senza alcun rilievo. Sottolineare il suo possibile sentimento d’invidia non è un’osservazione profonda, ma vuole essere una battuta spiritosa e mondana che, venendo fuori all’improvviso per un personaggio così poco importante, è solo un pettegolezzo e offende la misura seria dell’arte. Forse Stendhal, lettore assiduo del duca di Saint-Simon, ha voluto dare una pennellata degna del suo grande modello, ma per fare un grande ritratto occorre una grande indignazione, e Stendhal era un uomo di mondo troppo disincantato per provare queste passioni esclusive. La sua prosa è famosa perché modellata, per sua stessa ammissione, sul Codice Civile, che dovrebbe avere il pregio della semplicità e della chiarezza. Invece la prosa di Stendhal è ellittica e condensata, monotona, del tutto adeguata, mi sembra, al mondo che aveva inventato, un mondo di complicazioni favolose avvolte nella nebbia, che lui, Stendhal, descrive con ironia leggera e distaccata.





