Non mi aspettavo che l’ultima novella della raccolta ‘Vita dei campi’, la più lunga, fosse anche la più brutta. Per essere un po’ scherzosi, si potrebbe usare il suo titolo, ‘Il come, il quando ed il perché’, come una domanda da rivolgere all’autore: ‘Come hai potuto, Maestro, dopo aver scritto racconti di intenso realismo, dilungarti tanto sulle effimere e frivole emozioni di una signora del bel mondo?’. Verga racconta la storia del corteggiamento, altalenante fra speranza e delusione, che il signor Polidori fa alla signora Maria, coniugata Rinaldi. Anche qui, come nei romanzi mondani e nelle prime novelle ‘galanti’, i personaggi sono appena abbozzati. Polidori è un ricco signore di grande fascino e gran ballerino. Sebbene abbia ‘una pessima reputazione di cattivo soggetto’, nella società elegante è molto ammirato e ricercato. Sicuramente ‘cattivo soggetto’ significa solo gran seduttore e tombeur de femmes. La signora Rinaldi, invece, è ‘una donnina vaporosa e leggiadra’. Ha un marito sempre assente, che però lavora come un matto per assicurarle una vita lussuosa. Lei non lo ha mai tradito, però è piena di fremiti e di curiosità come una piccola Bovary. Lei stessa pensa di sé: ‘Sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro se non un sogno... alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo; sento il bisogno d’aria... Non è colpa mia se non mi rassegno alla vita com’è... Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti’. La signora Rinaldi è un personaggio convenzionale descritto in modo convenzionale, e per questo resta una donna astratta e incomprensibile. Verga, contravvenendo alle convinzioni estetiche che aveva teorizzato ne L’amante di Gramigna, fa anche una approfondita analisi psicologica della signora Rinaldi, ma lei rimane comunque inafferrabile. ‘Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni che danno la curiosità dell’ignoto, l’attrattiva del male, il fascino dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili’. Questo genere di analisi psicologiche, apparentemente profonde, sono in realtà abbastanza facili, perché quelle emozioni sono comuni e si possono attribuire alla maggioranza delle persone. Quello che Verga, invece, non riesce a spiegare è come mai la signora Rinaldi, così ‘vaporosa e leggiadra’, arrivata spontaneamente un paio di volte sull’orlo dell’adulterio, si penta all’ultimo momento e si tiri indietro, lasciando il suo povero innamorato con un palmo di naso. Di Polidori, della sua vita e del suo carattere, Verga non dice niente; ci ha lasciato capire che è un gran dongiovanni, e questo deve bastarci. La conclusione del racconto sembra edificante: il signor Rinaldi, il marito, è economicamente rovinato e tenta il suicidio per il dolore di non poter più assicurare alla moglie la vita lussuosa a cui è abituata. La signora Maria lo salva, accetta le privazioni inevitabili e si accontenta di andare a vivere in un appartamento al quarto piano. Anche la prosa di Verga è sorprendentemente convenzionale, sia nella descrizione di paesaggi (‘la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche...’), sia quando descrive le qualità di ballerino del signor Polidori (‘nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d’ebbrezza color di rosa...’). Sembra che Verga, quando fa il suo ingresso nella società elegante, si trasformi e non sia più lui.

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