venerdì 23 ottobre 2026
''Malaria'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
mercoledì 21 ottobre 2026
'Il Mistero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
sabato 17 ottobre 2026
''Don Licciu Papa'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
venerdì 16 ottobre 2026
''Cos'è il Re'' di Giovanni Verga. Da ''Tutte le novelle''. Oscar Mondadori, 1969
mercoledì 14 ottobre 2026
'Il Reverendo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
martedì 6 ottobre 2026
'Il come, il quando ed il perché' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
Non mi aspettavo che l’ultima novella della raccolta ‘Vita dei campi’, la più lunga, fosse anche la più brutta. Per essere un po’ scherzosi, si potrebbe usare il suo titolo, ‘Il come, il quando ed il perché’, come una domanda da rivolgere all’autore: ‘Come hai potuto, Maestro, dopo aver scritto racconti di intenso realismo, dilungarti tanto sulle effimere e frivole emozioni di una signora del bel mondo?’. Verga racconta la storia del corteggiamento, altalenante fra speranza e delusione, che il signor Polidori fa alla signora Maria, coniugata Rinaldi. Anche qui, come nei romanzi mondani e nelle prime novelle ‘galanti’, i personaggi sono appena abbozzati. Polidori è un ricco signore di grande fascino e gran ballerino. Sebbene abbia ‘una pessima reputazione di cattivo soggetto’, nella società elegante è molto ammirato e ricercato. Sicuramente ‘cattivo soggetto’ significa solo gran seduttore e tombeur de femmes. La signora Rinaldi, invece, è ‘una donnina vaporosa e leggiadra’. Ha un marito sempre assente, che però lavora come un matto per assicurarle una vita lussuosa. Lei non lo ha mai tradito, però è piena di fremiti e di curiosità come una piccola Bovary. Lei stessa pensa di sé: ‘Sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro se non un sogno... alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo; sento il bisogno d’aria... Non è colpa mia se non mi rassegno alla vita com’è... Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti’. La signora Rinaldi è un personaggio convenzionale descritto in modo convenzionale, e per questo resta una donna astratta e incomprensibile. Verga, contravvenendo alle convinzioni estetiche che aveva teorizzato ne L’amante di Gramigna, fa anche una approfondita analisi psicologica della signora Rinaldi, ma lei rimane comunque inafferrabile. ‘Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni che danno la curiosità dell’ignoto, l’attrattiva del male, il fascino dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili’. Questo genere di analisi psicologiche, apparentemente profonde, sono in realtà abbastanza facili, perché quelle emozioni sono comuni e si possono attribuire alla maggioranza delle persone. Quello che Verga, invece, non riesce a spiegare è come mai la signora Rinaldi, così ‘vaporosa e leggiadra’, arrivata spontaneamente un paio di volte sull’orlo dell’adulterio, si penta all’ultimo momento e si tiri indietro, lasciando il suo povero innamorato con un palmo di naso. Di Polidori, della sua vita e del suo carattere, Verga non dice niente; ci ha lasciato capire che è un gran dongiovanni, e questo deve bastarci. La conclusione del racconto sembra edificante: il signor Rinaldi, il marito, è economicamente rovinato e tenta il suicidio per il dolore di non poter più assicurare alla moglie la vita lussuosa a cui è abituata. La signora Maria lo salva, accetta le privazioni inevitabili e si accontenta di andare a vivere in un appartamento al quarto piano. Anche la prosa di Verga è sorprendentemente convenzionale, sia nella descrizione di paesaggi (‘la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche...’), sia quando descrive le qualità di ballerino del signor Polidori (‘nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d’ebbrezza color di rosa...’). Sembra che Verga, quando fa il suo ingresso nella società elegante, si trasformi e non sia più lui.
lunedì 5 ottobre 2026
'Pentolaccia' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969
‘Pentolaccia’ è un bozzetto che racconta, in modo asciutto e breve, come un uomo, soprannominato appunto Pentolaccia, arriva ad uccidere, senza una parola di spiegazione, l’amante della moglie. Lui era un semplice contadino, ma aveva voluto sposare Venera, una giovane con delle pretese di eleganza e la voglia di vivere con qualche lusso. La mamma di lui gli ripeteva inutilmente: ‘Lascia star la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada’. La Venera doveva essere una ragazza manierata appartenente o aspirante alla piccolissima borghesia del paese, se il suo piede diventava una attrazione erotica, quando tutte le contadine andavano scalze. Pentolaccia, che non aveva ancora ricevuto ‘quel nomaccio’, era ossessionato dalle sue scarpette e da ‘quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori della mantellina’. Dopo il matrimonio, ‘la nuora, con quel suo bocchino melato, tanto disse e tanto fece che la suocera dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio’. Venera, rimasta padrona della casa, ‘colla briglia sul collo’, ne combina di tutti i colori e non solo domina e maltratta il marito, ma prende come amante don Liborio, il medico del paese. Fu allora che la gente cominciò a chiamare il marito ‘Pentolaccia’. Lui, quando lo sentiva, chiedeva spiegazioni alla moglie. Ma Venera rispondeva che non era vero niente. Allora il marito si rassicurava ed era contento come una pasqua. ‘A che giovava guastarsi il sangue?’. Quel soprannome il marito se lo meritava proprio, perché aveva la pentola sempre piena e mangiava e beveva sulle risorse di compare don Liborio, ‘meglio di un re di corona’. Con don Liborio facevano ormai una casa sola. C’era la pace, la dispensa piena e anche l’assistenza per la salute. E Venera, ‘bianca e rossa come una mela, poteva sfoggiare scarpe nuove e fazzoletti di seta’. Ma all’improvviso, a Pentolaccia, che non aveva mai avuto il viziaccio della gelosia, salta il ghiribizzo di fare il matto. Un giorno, verso l’ora del tramonto, poté ascoltare le chiacchiere dei contadini, che non s’erano accorti di lui, sdraiato a riposare dietro una siepe. Le cose ingiuriose che dicevano gli entrarono nell’anima come un chiodo: che era un becco e che mangiava e s’ingrassava come un maiale a spese di don Liborio. A un tratto Pentolaccia si rizzò senza dir nulla e prese a correre verso il paese come se l’avesse morso una tarantola: persino l’erba e i sassi gli sembravano rossi come il sangue. Sulla porta di casa, incontra don Liborio, che se ne andava tranquillamente. ‘Sentite, signor compare, se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio, vi faccio la festa!’. Don Liborio si meraviglia di queste parole, ma non si scompone: Pentolaccia aveva chiuso gli occhi per tanto tempo! Il marito ripete lo stesso avvertimento alla moglie, che lo spinge fuori dell’uscio con una stanga e gli risponde con insolenza che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva. Ma Pentolaccia ha ormai un’idea fissa in testa. Un sabato lascia il lavoro nel campo prima del consueto e torna a casa. La moglie lo strapazza come al solito, ma lui rimane imperterrito. Sta arrivando don Liborio; nella stradicciuola tranquilla si sente il passo lento del dottore. Pentolaccia si apposta dietro l’uscio con la stanga in mano, e appena don Liborio mette piede nella stanza, gli dà un colpo formidabile fra capo e collo, che l’ammazza come un bue. ‘Così fu che Pentolaccia andò a finire in galera’. La vicenda raccontata da Verga ha l’evidenza e l’efficacia drammatica del ‘fatto umano’ realmente accaduto, come egli teorizzava nella novella ‘L’amante di Gramigna’. Eppure, pur rifiutandosi di descrivere i pensieri e le sensazioni segrete dei suoi personaggi, Verga qui, con pochi accenni, dà un ritratto potente della loro psicologia.






.jpg)
