domenica 20 settembre 2026

'X' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il racconto breve intitolato ‘X’ è quanto di più lontano si possa immaginare dal Verga verista. Non so capire se sia il sogno di una tenebrosa avventura sentimentale o una pura esercitazione sulla scia di tanti altri torbidi amori letterari per donne misteriose minate dalla tisi. Propendo per la seconda ipotesi. Però, in una atmosfera romantica così rarefatta, colpisce come un raglio d’asino in un concerto sentire una donna affascinante dire: ‘Ora che mio cugino non vuol saperne più di me... ebbene, anch’io voglio amare chi più mi piace!’.

 

venerdì 18 settembre 2026

'La coda del diavolo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il racconto comincia come una fiaba. C’erano una volta due buoni e bravi ragazzi. Uno si chiamava Corsi,  l’altro Donati. Erano due anime gemelle, amici fin dall’infanzia, Oreste e Pilade dell’Amministrazione ferroviaria. Corsi era ingegnere, Donati disegnatore. Abitavano nella medesima casa, e andavano sempre insieme. Erano stati soprannominati i Fratelli Siamesi. Ad un certo momento, quasi all’insaputa dell’amico, Corsi sposa una ragazza, Lina, che va a vivere con i due uomini. Lei ha un dolce sorriso e maniere gentili e carezzevoli, ed entra in modo tranquillo nell’intimità dei due amici. Nel giro di pochi mesi diventano tre compagni inseparabili; passeggiate, giochi, conversazioni: sempre insieme. Lina si dà da fare per trovar moglie a Donati, ma lui risponde sempre che sta bene così, che gli piace la vita con lei e il marito. Ciononostante Lina lo compiange, perché immagina che, senza una donna, la vita di lui sia monotona e melanconica. Perciò, pur in mezzo alla sua felicità coniugale, ‘così piena, così completa’ (è l’unico accenno a una presunta felicità coniugale della coppia), Lina prova un cruccio, un dolore per la solitudine di Donati, e comincia a provare un delicato sentimento di protezione e di affetto fraterno. Verga è un acuto psicologo nel descrivere le occhiate, le premure, i gesti, le situazioni (che io tralascio) attraverso le quali l’affetto fraterno di Lina diventa un sentimento d’amore. Questo amore, pur rimanendo inespresso, si comunica un poco, in qualche modo inconsapevole, a Donati. Infatti lui fa un sogno rivelatore: che Lina, vestita in maschera durante una festa religiosa, era seduta con lui ad un tavolino di caffè, e ‘ad un tratto ella s’era lasciata scivolare il manto sulle spalle, fissandolo sempre con quegli occhi indiavolati, rossa come non l’aveva mai vista, e afferrandogli il capo per le tempie  gli aveva avventato in faccia un bacio caldo e febbrile’. Donati, senza malizia, ridendo con ingenuità, racconta a Lina il sogno che ha fatto. Lei accoglie con freddo imbarazzo questa rivelazione, e da quel momento i loro rapporti cambiano, e cambia anche l’atmosfera delle serate trascorse insieme in famiglia, che diventano silenziose e fredde. Lui coglie ancora degli sguardi di lei, che gli fanno rimescolare il sangue dai piedi alla testa: ‘uno sguardo che non le aveva mai visto, profondo, in cui brillava dell’amarezza, una curiosità insolita, acre e pungente’. Qualche tentativo di spiegazione fatto da Donati non serve a niente. Anche il marito è diventato freddo e ostile, e alla fine la coppia trasloca senza neppure salutare. Passa un anno, e torna la festa religiosa che permette alle donne di mascherarsi e, per qualche ora, di circolare libere per le strade e parlare con chi si vuole. Donati, nella folla, è preso per un braccio da una donna mascherata e portato a un tavolino di caffè. E’ Lina. Lui dice: ‘Non so darmi pace!... Non so comprendere io stesso perché... cosa sia avvenuto per...’. ‘Non lo sapete?’. ‘No, per l’anima mia!’. ‘E’ accaduto... che vi ho amato’. ‘Voi! voi!’. ‘Perché mi avete raccontato quel sogno dunque?’. - Il racconto finisce così, con questa domanda sospesa, e non è detto, credo, che la storia fra i due sia conclusa e che non possa incominciare fra loro una nuova storia in segreto. Se questa vicenda, invece che in un ambiente di media borghesia istruita, si fosse svolta in un signorile ambiente alto borghese, molto più disinibito, l’amore di Lina per Donati non avrebbe incontrato nessun ostacolo. Qui invece è un ostacolo il fatto che Lina sia sposata, anche se il marito è puramente astratto e virtuale, e i vincoli che lui rappresenta non sono mai né rappresentati né accennati. Il marito non è mai presente sulla scena, e la sua assenza impoverisce il racconto in modo decisivo e rende debole la sua riuscita artistica, sebbene  l’analisi psicologica che Verga fa dei rapporti fra la donna e l’amico sia magistrale. Verga però non ci dice niente su quale sia il legame fra il marito e la moglie. Così, la vicenda fra Lina e Donati si riduce solo all’espressione di uno slancio di pura sensualità, direi di sensualità astratta, senza alcuna altra seria implicazione. Manca ogni descrizione fisica dei due uomini, e il lettore non può nemmeno immaginarseli. Della donna si dice appena qualcosa dei suoi sguardi, delle mani tremanti e, incidentalmente, della sua statura. La paginetta iniziale che filosofeggia sui lettori a cui il racconto è destinato (‘... per i chimici e gli alchimisti che da 5000 anni passano il loro tempo a cercare il punto preciso dove il sogno finisce e comincia la realtà...’) mi sembra una forzatura per dare un significato nobile a una storia di ordinaria, domestica e spesso meschina esistenza. Anton Čechov ha  scritto una novella simile a questa, intitolata ‘Dell’amore’. Pubblicata quando lo scrittore russo aveva 38 anni, ha un respiro molto più ampio di questo racconto, scritto da un Verga quasi coetaneo ma ancora un po’ acerbo. Lì il marito, il giudice Dmitrij Luganovič, è sempre presente, e l’amore segreto che il suo amico Alëchin Kostantinyč prova per la sua bella moglie Anna Alekseevna, è pieno di sensi di colpa, di rispetto e di pena  per l’amico giudice, e in tutto il racconto c’è un sentimento dei rapporti umani ben più profondo e complesso.

 

giovedì 17 settembre 2026

'Primavera' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadore, 1969

La novella ‘Primavera’ sembra la continuazione dei romanzi mondani del Verga; però questa volta l’amore fra Paolo e la Principessa non si svolge più nell’ambiente signorilmente erotico degli altri amori, ma in un contesto di piccolissima borghesia. Lui è un giovane squattrinato di venticinque anni che spera di farsi un nome come musicista; lei una commessa di negozio carina, figlia di un modestissimo impiegato delle ferrovie e di una ricamatrice. All’inizio il loro amore sembra allegro e romantico. Passeggiano a braccetto e si divertono a contare i sassi. Lei è una ragazza un po’ ‘superbiosetta’: nella modisteria dove lavora, ‘un po’ le belle vesti che vedeva, un po’ le belle parole che le dicevano, un po’ l’esempio, un po’ la vanità, un po’ la facilità, un po’ le sue compagne’ l’hanno spinta a cedere già una volta alle richieste di un giovanotto. Però possiede in fondo una gran rettitudine di cuore, ed è sinceramente innamorata di Paolo. Ma Paolo non ha un soldo e corre inutilmente ‘dietro le larve dei suoi sogni d’artista e della sua ambizione giovanile’. Il loro legame non è fatto per durare. Lui accetta l’offerta, per quattromila lire l’anno, di suonare il piano per i caffè e i concerti americani, e parte. La Principessa rimane sbalordita e sconvolta. Il loro amore finisce ‘alla stazione, al momento della partenza, nell’ora amara dell’addio affrettato, distratto, senza pudore, senza espansione e senza poesia, fra la ressa, l’indifferenza, il frastuono e la folla della partenza’. La Principessa segue Paolo come un’ombra, senza aprir bocca, bianca come un cencio. Paolo al contrario è tutto sossopra e ha un’aria affaccendata. Si stringono la mano in fretta davanti a un mondo di gente che spinge per entrare nella sala d’aspetto. Verga compiange la ragazza e ha qualche parola di disprezzo per le velleità del ‘povero grande artista da birreria’. La prosa è semplice e concreta, adeguata a questo ambiente di piccolissima borghesia, dove il fallimento di ogni sogno sembra un destino inevitabile.



 

martedì 15 settembre 2026

'Nedda' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

'Nedda' mi sembra una novella quasi perfetta: descrizione asciutta tutta di cose concrete, con dialoghi brevissimi, pieni di verità, di pudore e di poesia. Il paesaggio, freddo e piovoso oppure abbellito dal canto e dal volo degli uccelli, fa da sfondo necessario, come nei quadri religiosi del Rinascimento, alla vicenda di Nedda, questa povera creatura in primo piano. L’unica osservazione fatta dall’autore, estraneo ma partecipe, è sulle mani di Nedda, ‘costrette ad un’aspra fatica di tutti i giorni’, e sui suoi piedi, ‘abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole’, che ‘avrebbero potuto esser belli’. Giacomo Debenedetti, critico celebre, ha scritto di Nedda che ‘l’umiliazione fa talmente parte della sua natura, che non è più stato d’animo di cui sia consapevole, è un modo di essere , di cui non aspira a prendere coscienza’. Ma come potrebbe Nedda aspirare a prendere coscienza della propria condizione e della prepotenza dei ricchi e potenti, che, anche quando vorrebbero essere generosi (come il figlio del padrone, all’inizio del racconto), non possono farlo per non rompere la legge della solidarietà fra padroni? Qui i rapporti sociali fra servi e padroni, fra dominati e dominanti sono fatalmente duri e immutabili, prima che per la visione pessimistica di Verga, per la realtà storica di quell’epoca (e, per quanto possiamo sperimentare, non solo di quell’epoca, ma anche della nostra). Chiedere a Nedda di prendere coscienza del proprio stato sembra la condizione che ponevano i critici marxisti d’antan (tanto alla moda a metà del secolo scorso) per considerare positivamente un personaggio. Nonostante la sua esistenza povera ed elementare, la vita di Nedda è ispirata da buoni principi morali: ama la mamma e la soccorre, lavora senza risparmiarsi, vuole restituire le dieci lire prestate da zio Giovanni (l’unica luce di bontà), si comporta con Janu, il suo innamorato, in un modo candido e semplice, quando le nasce una bambina, decide di tenerla e non affidarla alla Ruota dei trovatelli, nonostante la povertà e la morte del compagno. Di Debenedetti mi sembra riduttiva e antiquata anche l’osservazione che nel racconto ci sia ‘una denunzia delle condizioni del bracciante siciliano’ e soprattutto che Verga abbia scritto con ‘la volontà di ottenere il patetico, il compassionevole, il lacrimoso, mostrando spettacoli di desolazione’, eccetera. Di patetico e lacrimoso, non mi sembra che nella novella ce ne sia molto. La desolazione nasce dalle cose, ma rimane sempre una scintilla di virtù.

giovedì 20 agosto 2026

Stendhal. La Chartreuse de Parme. Gallimard, 1972



 

Nella sua raccolta di saggi ‘Poesia e non Poesia’ Benedetto Croce inizia il capitolo su Stendhal, scritto col tono pontificale di chi rivela la verità al mondo, criticando un giudizio di Sainte-Beuve sui personaggi di ‘ Il Rosso e il Nero’ e della ‘Certosa di Parma’. Secondo il critico francese, quei personaggi non sarebbero ‘esseri viventi, ma automi ingegnosamente costruiti’. ‘Se questo fosse vero, obietta Croce, come si spiegherebbe  il fascino che emana dai romanzi di Stendhal, dei quali, letti una volta, è impossibile togliersi di mente caratteri, azioni, parole che ritornano insistenti e inducono a fantasticare e meditare?’. L’obiezione di Croce vale forse per Julien Sorel e Madame de Rênal e per alcune altre situazioni memorabili di ‘Il Rosso e il Nero’, ma ‘La Certosa di Parma’, con tutti i suoi personaggi e le loro modeste avventure, a me è sembrato uno dei romanzi più evanescenti e facili da dimenticare che mi sia capitato di leggere. La causa, detta in due parole, è quella indicata da Sainte-Beuve, del quale però non condivido l’opinione che questi personaggi privi di vita siano stati ingegnosamente costruiti. No, questi sono personaggi che nascono spontaneamente da un sogno e che fluttuano nel romanzo senza vincoli di coerenza, come avviene appunto nei sogni. E anche le loro avventure, pur numerose e intricate, sono descritte con un segno così leggero che si dissolvono presto come nuvole. La ‘Certosa di Parma’ è soprattutto un romanzo dell’amore infelice, dell’amore non corrisposto e incompiuto, e anche del rimpianto e dei sogni d’amore; ed è anche un romanzo della grazia e della bellezza della donna. Le donne, qui, anche quelle che appaiono per un attimo, sono tutte ‘jolie’. Fin dall’inizio, quando, ancora ragazzo, vuole partecipare all’ultima battaglia di Napoleone ed è arrestato sulla strada di Waterloo, Fabrizio trova una ‘belle flamande de trente-six ans’, la moglie del carceriere, che lo aiuta a fuggire. Poi, nei giorni successivi, incontra una vivandiera generosa ed estroversa, e sulla strada del ritorno si ferma in una locanda la cui padrona ha due figlie molto carine. E anche anni dopo, in tutte le osterie nelle quali al Fabrizio adulto capita di entrare, c’è sempre una locandiera molto graziosa. Ma queste apparizioni gentili sono soltanto una piccola parte dello sfondo. La trama degli amori non corrisposti o incompiuti è molto fitta. La zia duchessa Sanseverina  ama in modo più o meno consapevole il nipote Fabrizio, che però non vede mai in lei una possibile amante. Il conte Mosca ama la Sanseverina, ma è geloso di Fabrizio e, in generale, non è mai sicuro di essere ricambiato con pari intensità. Il poeta repubblicano Ferrante Palla ama la Sanseverina, dimenticando la madre dei suoi cinque figli, di un amore delirante che non chiede niente se non di potersi manifestare anche col sacrificio della vita. Il sovrano di Parma Ranuccio Ernesto IV ama o concupisce la Sanseverina, ma del tutto invano. Il figlio che gli succede, Ranuccio Ernesto V, è innamorato seriamente della Sanseverina, fino a proporle di diventare suo primo ministro, ma la Sanseverina si dà a lui solo per mezz’ora, in cambio della salvezza del nipote, condannato per omicidio, e poi fugge da Parma per non metterci più piede. Rimangono gli amori di Fabrizio, che sono leggeri e solo sensuali finché non rivede l’angelica Clelia, intravista anni prima, quand’era una ragazzina. Stendhal sogna e rimpiange l’amore, e si specchia nella giovinezza ingenua e istintiva di Fabrizio, e vagheggia la sua passione dominante per Clelia. Anche il conte Mosca e Ferrante Palla sono, credo, proiezioni e ricordi di Stendhal. Nel conte c’è la forza e la necessità dell’amore maturo con i suoi dubbi dolorosi e le sue incertezze; nel poeta repubblicano c’è la follia dell’amore che ama se stesso e non esige niente se non di mostrarsi alla donna amata. Questo sentimento estremo non è uno stato che, fuori del sogno, possa durare a lungo nel tempo, ma nella realtà, seppure solo a sprazzi, credo che, almeno negli spiriti superiori, sia abbastanza diffuso. L’amore di Fabrizio per Clelia, diventato dominante e ossessivo fino a minarne la salute, ottiene infine dalla ragazza innamorata, ormai moglie del marchese Crescenzi, di essere corrisposto in tutti i suoi desideri; però egli dimostra di non appartenere alla razza degli amanti che amano con generosità infinita, e la sua storia si conclude con un atto di meschina irresponsabilità. Fabrizio reclama per sé il bambino frutto di questo amore proibito. Per raggiungere questo scopo, lui e Clelia commettono delle azioni insensate che stupiscono anche il lettore più indulgente. Il bambino muore, e la sua morte, come nel gioco del domino, provoca la morte della mamma, poi di Fabrizio, poi della zia Sanseverina. Tutti questi aggrovigliati amori fra personaggi che sono, in vario grado, solo maschere di caratteri diversi, si svolgono alla corte del Ducato di Parma. Questa corte, a parte la descrizione ironica di certe procedure e cerimoniali, ha la realtà della corte di un sultano delle Mille e una notte. Il popolo e la politica sono completamente assenti. Il primo ministro, conte Mosca, si vanta di non aver mai firmato una condanna a morte, ma poi fa sparare sulla folla che vuole abbattere la statua di Ranuccio Ernesto IV, dopo la sua morte. Ma sono spari che non fanno paura e morti ammazzati che non indignano nemmeno, tanto sono finti. E questo conte Mosca, che suscitava l’entusiasmo di Balzac per la sua capacità di manovratore politico, è anche lui una maschera, la cui sostanza è inafferrabile. Ma tutto questo, si dirà, a Stendhal non interessava. Lui era ispirato dall’amore, che però abbiamo visto, credo, con quale atteggiamento poeticamente leggero e superficiale sia trattato; ed era  ispirato, direi, da una certa curiosità divertita di conoscere gli uomini. Però anche qui Stendhal non va a fondo. Quando Fabrizio, coadiutore dell’arcivescovo Landriani, diventa un predicatore efficace seguito da un pubblico crescente, perché attinge il proprio slancio alle sue segrete pene d’amore, e commuove i fedeli fino alle lacrime, Stendhal ci fa sapere che l’arcivescovo si rode dall’invidia e che diventa improvvisamente cattivo verso il suo aiutante. Questo atteggiamento è certamente verosimile, ma perché andarlo a rilevare? Landriani è solo una figuretta sullo sfondo del romanzo, senza alcun rilievo. Sottolineare il suo possibile sentimento d’invidia non è un’osservazione profonda, ma vuole essere una battuta spiritosa e mondana che, venendo fuori all’improvviso per un personaggio così poco importante, è solo un pettegolezzo e offende la misura seria dell’arte. Forse Stendhal, lettore assiduo del duca di Saint-Simon, ha voluto dare una pennellata degna del suo grande modello, ma per fare un grande ritratto occorre una grande indignazione, e Stendhal era un uomo di mondo troppo disincantato per provare queste passioni esclusive. La sua prosa è famosa perché modellata, per sua stessa ammissione, sul Codice Civile, che dovrebbe avere il pregio della semplicità e della chiarezza. Invece la prosa di Stendhal è ellittica e condensata, monotona, del tutto adeguata, mi sembra, al mondo che aveva inventato, un mondo di complicazioni favolose avvolte nella nebbia, che lui, Stendhal, descrive con ironia leggera e distaccata.

domenica 16 agosto 2026

Giovanni Verga. Tigre reale. Oscar Mondadori, 1970

‘Tigre reale’ è sicuramente il più brutto dei romanzi giovanili di Verga. In nemmeno cento paginette ci sono due storie: quella di Nata, donna fatale di nazionalità russa, affascinante ma malata di tubercolosi, amata dal giovane diplomatico Giorgio La Ferlita, e la storia di Erminia, legittima moglie di Giorgio, e del loro figlioletto Giannino. Le due storie hanno un collegamento abbastanza esile, quasi solo formale, e potrebbero anche essere lette come racconti autonomi. Pur nella loro brevità, sono racconti prolissi, scritti in una prosa ordinaria, con molte scene goffe e artificiose. Si direbbe che Verga, prima di volare con le grandi ali di una maestosa farfalla, sia qui ancora fermo allo stadio di bruco. La storia della contessa russa amata dal giovane diplomatico, che a vent’anni aveva già pubblicato un volume di versi, ricalca storie dei romanzi precedenti. Giorgio è un bel ‘farfallino’, brillante e spiritoso, ‘con una vernice di buona compagnia raccolta qua e là, a Londra e a Vienna, un po’ commesso viaggiatore in uniforme di addetto d’ambasciata’. Sin da ragazzo ha trovato la strada spianata ed è arrivato all’età adulta senza incontrare ostacoli né contrarietà, senza mai avere l’occasione di impiegare la sua forza di volontà nelle lotte della vita. La contessa Nata è una donna fredda dal sorriso glaciale, civetta, orgogliosa, egoista, con grandi occhi grigi dallo sguardo limpido e ghiacciato come il cristallo. Ha tutte le avidità, i capricci e le impazienze nervose di una natura selvaggia e di una civiltà raffinata. Verga continuamente definisce ‘selvaggi’ i suoi atteggiamenti o le sue espressioni, ma in realtà di selvaggio c’è ben poco. Quando, alla fine del romanzo, dopo una lunga lontananza, la contessa morente manda a chiamare Giorgio per un ultimo incontro, le sue parole, che pure hanno l’enfasi di un feuilleton, sono casalinghe e banali: «Hai preso moglie?... Ami cotesta donna?... Dimmi che non ami questa donna!... Dimmi che ami me sola... No! quella donna... quella donna ch’è sempre lì fra di noi!...No! no!». Lo spirito del romanzo vuole essere addirittura edificante, perché alla figura dell’amante, con i suoi impeti passionali bruschi e violenti, con il suo cuore di ghiaccio e l’immaginazione ardente, è contrapposta la moglie Erminia, donna affettuosa, sensibile e leale. Ma le circostanze drammatiche sono più dette con parole forti e situazioni inventate, che non rappresentate con scene concrete e credibili. La Ferlita vive pacificamente con la moglie e il figlioletto, quando la contessa, che è in fin di vita in un albergo nelle vicinanze del suo paese, lo manda a chiamare. Lui va di nascosto, ma proprio durante la sua assenza il suo bambino si ammala di difterite ed è sul punto di morire. Questo provocherà una dolorosa crisi di coscienza nell’animo  del padre, diviso fra la moglie e l’amante e preda di molti ondeggianti rimorsi. Alla fine, La Ferlita, vinto dalla serenità e dalla limpidezza della moglie, si riconcilierà con lei e col figlio miracolosamente guarito. Dopo molti pianti, malattie e malori, vivranno felici e contenti per tutta la vita.

 

mercoledì 12 agosto 2026

Giovanni Verga. Eva. Oscar Mondadori, 1970

Il curatore dell’opera scrive nell’introduzione che Ferdinando Martini trovava bellissimo questo romanzo. A me non è piaciuto molto e lo considero inferiore al romanzo precedente ‘Storia di una capinera’. La paginetta iniziale nella quale Verga spiega le sue idee generali è molto interessante. Parla di come l’amore e l’arte si siano impoveriti nella società moderna: mentre i greci innamorati hanno lasciato ai posteri la statua di Venere, noi moderni lasceremo solo le ballerine del cancan litografate sulle scatole dei fiammiferi. Nei tempi antichi l’arte era una civiltà, adesso, invece, è un lusso da scioperati. Oggi, dice Verga, la civiltà è il benessere, anzi è il solo godimento materiale. Le cose che contano, gli unici piaceri di cui sia avida questa società fondata sulle Banche e le Imprese industriali, sono la buona tavola e la donna. Verga conclude la sua brevissima introduzione affermando che la vera arte raccoglie le ‘ebbrezze amare’ e i ‘dolori sconosciuti’ prodotti da questa società del piacere, per gettarle in faccia all’ipocrita pubblico borghese che non li vuole vedere. Se si pensa che l’unità d’Italia era stata realizzata da poco più di un decennio e che la retorica patriottica alimentata dalle istituzioni sarebbe durata ancora per quarant’anni, fino alla Grande Guerra, le idee di Verga, pur senza essere strettamente politiche, colpiscono per il loro sprezzante pessimismo. Nonostante la lucidità morale di questo romanzo, trovo che ‘Storia di una capinera’, romanzo epistolare che ho già commentato nel mio ultimo post, sia più denso e compatto. I suoi personaggi appaiono soltanto così come sono descritti nelle lettere di Maria, però bastano poche sue frasi per farne capire la personalità: il padre modesto impiegato, sottomesso alla seconda moglie, buono ma debole e impotente; la matrigna egoista e cattiva; la sorella vanitosa e indifferente; le consorelle del convento silenziose e sfuggenti; quelle dell’infermeria del convento fredde e insensibili. Paradossalmente, solo Nino, il giovane amato, sebbene sia sempre presente nei pensieri della novizia che ha appena preso i voti, appare nelle sue lettere un personaggio piuttosto inconsistente. In ‘Storia di una capinera’ Verga ha una comprensione così profonda dei sentimenti di Maria, del suo piacere di stare in campagna, della sua solitudine, del senso di oppressione provocato dal convento, che il romanzo ha una grande unità artistica e una sincera capacità di commuovere. Non si può dire la stessa cosa di ‘Eva’. Enrico Lanti, il pittore venticinquenne che perde la testa per una ballerina, assomiglia molto a Pietro Brusio, lo scrittore fallito di ‘Una peccatrice’. Anche Lanti ha più velleità che talento: ‘ero un genio in erba, una speranza dell’arte italiana, coi capelli lunghi e il cappellaccio alla Rubens’. Passeggiava per le vie di Firenze con la vanità di chi si sente un artista, come se andasse a braccetto con Raffaello o con Michelangelo. Ma vive alle spalle della famiglia, a cui chiede continuamente denaro. Va a teatro la domenica di buon’ora, per trovare posto in platea, dove siede col cappotto ripiegato sulla spalliera, l’ombrello tra le gambe, il cappello sull’ombrello. Invidia i giovanotti ben vestiti, soddisfatti e benestanti, ammirati dalle belle donne, e, poiché si vergogna di non possedere guanti, nasconde le mani nude sotto il cappello. Il suo difetto è di non avere carattere, di non sapere quello che vuole, di non avere uno scopo. Il suo amore per Eva, la ballerina, procede a zigzag, fra estasi e accessi di morbosa gelosia, fra disgusti (quando Eva lascia il teatro e va a vivere con lui) per la loro ordinaria vita domestica e slanci di amorosa follia, quando lei lo abbandona per tornare al teatro e alla vita mondana. Alla fine muore miseramente, malato di tubercolosi, deluso dall’arte, dall’amore e dalla vita. Ma Lanti non è un uomo sconfitto perché non ha raggiunto lo scopo che si era proposto. E’ solo un uomo che si è lasciato trasportare dalle circostanze, un uomo senza volontà. L’unico gesto positivo che gli si possa attribuire, anche se poco credibile, è il ritorno in famiglia, quando la malattia si aggrava, e il rimorso per aver sacrificato i genitori e per aver inseguito amori colpevoli che l’onore della famiglia non poteva accettare. Eva, invece, è un personaggio più chiaro, più coerente e più simpatico. Il primo dialogo che lei e il pittore hanno di notte, sulla carrozza a spasso per il viale dei Colli, è - per merito di lei - così fresco e spontaneo, che si segue con curiosità e sincero divertimento. Il romanzo, in conclusione, mi sembra un po’ sbilenco, e la storia, con questi personaggi che non appartengono alla vita comune, non realizza ciò che l’autore si proponeva nell’introduzione. Infine vorrei ricordare una scenetta dal carattere esagerato fra il comico e l’osceno: zavorra di cui Verga si libererà presto. Enrico Lanti è dietro le quinte del teatro e osserva: ‘un pompiere faceva la corte ad una figurante lercia, seduta a cavalcioni su di una seggiola zoppa’. Che orrore!