giovedì 24 settembre 2026

'Cavalleria rusticana' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Leggere ‘Cavalleria rusticana’ è come guardare una meraviglia della natura: nella sua brevità appare compatta e spontanea come una roccia, e nello stesso tempo raccoglie in un quadro poetico tanti motivi della vita nelle campagne siciliane dopo l’Unità d’Italia. La gelosia e l’onore, il cuore del racconto, rappresentano motivi che non hanno mai smesso di tenere l’animo umano in uno stato di eccitazione, e in questo racconto appaiono come leggi eterne che si rispettano senza discutere. La lingua è concreta, ciascuna parola è essenziale come ogni singolo mattone di una casa. E il senso di appagamento che prova il lettore assomiglia al piacere che può dare la vista di un edificio, o anche solo di un muro, ben costruito. E’ importante ciò che dice Turiddu confrontandosi col rivale Alfio, che ha ben quattro muli nella stalla. ‘Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone nel tempo ch’ero soldato’. Non sembra possibile, come sostiene Luigi Russo, che Verga aderisse con intima convinzione al movimento unitaristico piemontese. Il nuovo governo dei Savoia, dopo il 1861, aveva introdotto la coscrizione obbligatoria per cinque anni, che mandava sul lastrico le famiglie contadine già povere, come quella di compare Turiddu. La vena sensuale, che nei romanzi mondani era onnipresente e descritta con grande scialo di paroloni, qui si è contratta e irrobustita e ridotta a poche frasi brevi, intense e di contenuta violenza: ‘Uh! che vi mangerei cogli occhi’; ‘Per la Madonna che ti mangerei come il pane!’. Un altro elemento fondamentale è la presenza continua dei vicini di casa, a cui nulla sfugge e che giudicano tutto quello che vedono. Che cosa possono rappresentare i ‘vicini’ se non il mondo intero? Sono loro che rendono valida la legge dell’onore e la mantengono in piedi; ed è per loro, in fondo, che Alfio e Turiddu si scontrano in un duello mortale. Questo duello, con il rituale del bacio che lo precede, ha qualcosa di antico e di nobile, e anche il vile gesto di compar Alfio, che vince grazie a una manciata di polvere gettata negli occhi dell’avversario, fa parte di una coreografia antica.
 

mercoledì 23 settembre 2026

'Le storie del castello di Trezza' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

L’ultima novella della raccolta ‘Primavera e altri racconti’, che ha per titolo ‘Le storie del castello di Trezza’, essendo la più lunga è anche la più brutta. Per non ripetere cose già dette a proposito di alcuni racconti precedenti, mi limito ad esprimere una opinione molto sintetica. Il 'Castello di Trezza' narra la storia, appena accennata, di un nascente amore clandestino che si conclude tragicamente. Dentro questa esile cornice c’è, come una premonizione, il lungo racconto goticheggiante di un antico analogo amore finito in tragedia. E’ tutto artificioso e privo di commozione, salvo qualche bella descrizione di paesaggio.

 

lunedì 21 settembre 2026

'Certi argomenti' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

I romanzi mondano-erotici e le prime novelle di Verga sono in generale considerati dalla critica come momenti di incubazione del suo successivo sviluppo artistico. In molte di quelle opere sono effettivamente contenuti in nuce alcuni dei temi che più tardi diventeranno fondamentali nei romanzi maggiori e nei racconti di vita contadina. Perciò quei romanzi e racconti ‘giovanili’ sono visti come un passaggio necessario e importante della carriera artistica di Verga, e studiati con la lente d’ingrandimento per cogliere assonanze e ricorrenze fra essi e le opere importanti della maturità. Tuttavia in alcuni racconti (per es. in quello intitolato ‘X’, e in questo ‘Certi argomenti’) manca, a mio parere, ogni legame, sia contenutistico che formale, con le opere successive. Ho fatto allora questa ipotesi: che Verga li abbia scritti semplicemente per esprimere, soddisfare, sfogare la sua vena romantico-sensuale tendente al lugubre, senza altre preoccupazioni; e che questa opera di scrittura abbia avuto inconsapevolmente l’effetto di ‘spremere’ fuori della sua personalità, come un elemento impuro, i sentimenti più torbidi e morbosi. Solo questa opera di purificazione culturale, credo che abbia messo Verga in sintonia con il mondo degli umili, dei contadini e dei vinti. 
Venendo alla novella ‘Certi argomenti’, benché scritta con una prosa semplice ed elementare, non è un racconto realistico, ma piuttosto una parabola artificiosa, per dimostrare una tesi. E la tesi sarebbe questa: che nei ceti elevati l’amore non esiste: è pura retorica, una infatuazione febbrile che, in certe situazioni di pericolo, può anche spingere a compiere atti di sacrificio e di eroica generosità, ma che, quando l’alone dell’eccezionalità viene a mancare, si spegne e diventa noia. All’Albergo di Russia, a Napoli, il signor Assanti, l’innamorato, uomo elegante e di spirito, dice alla signora Dal Colle, la donna amata, elegante, spiritosa e sfuggente, che veniva ad epoche fisse, come una rondine, da Baden, da Vienna o da Parigi: ‘Entrambi scorrazziamo pel mondo onde fuggire la noia’. E infatti alla metà dell’Ottocento la letteratura europea conosceva bene la figura dell’uomo e della donna benestanti, oziosi e annoiati che cercavano l’amore solo come eccitazione momentanea di una vita senza emozioni. Verga, con questi racconti abbastanza brutti, ha come buttato a mare una zavorra inutile e pesante.

domenica 20 settembre 2026

'X' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il racconto breve intitolato ‘X’ è quanto di più lontano si possa immaginare dal Verga verista. Non so capire se sia il sogno di una tenebrosa avventura sentimentale o una pura esercitazione sulla scia di tanti altri torbidi amori letterari per donne misteriose minate dalla tisi. Propendo per la seconda ipotesi. Però, in una atmosfera romantica così rarefatta, colpisce come un raglio d’asino in un concerto sentire una donna affascinante dire: ‘Ora che mio cugino non vuol saperne più di me... ebbene, anch’io voglio amare chi più mi piace!’.

 

venerdì 18 settembre 2026

'La coda del diavolo' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il racconto comincia come una fiaba. C’erano una volta due buoni e bravi ragazzi. Uno si chiamava Corsi,  l’altro Donati. Erano due anime gemelle, amici fin dall’infanzia, Oreste e Pilade dell’Amministrazione ferroviaria. Corsi era ingegnere, Donati disegnatore. Abitavano nella medesima casa, e andavano sempre insieme. Erano stati soprannominati i Fratelli Siamesi. Ad un certo momento, quasi all’insaputa dell’amico, Corsi sposa una ragazza, Lina, che va a vivere con i due uomini. Lei ha un dolce sorriso e maniere gentili e carezzevoli, ed entra in modo tranquillo nell’intimità dei due amici. Nel giro di pochi mesi diventano tre compagni inseparabili; passeggiate, giochi, conversazioni: sempre insieme. Lina si dà da fare per trovar moglie a Donati, ma lui risponde sempre che sta bene così, che gli piace la vita con lei e il marito. Ciononostante Lina lo compiange, perché immagina che, senza una donna, la vita di lui sia monotona e melanconica. Perciò, pur in mezzo alla sua felicità coniugale, ‘così piena, così completa’ (è l’unico accenno a una presunta felicità coniugale della coppia), Lina prova un cruccio, un dolore per la solitudine di Donati, e comincia a provare un delicato sentimento di protezione e di affetto fraterno. Verga è un acuto psicologo nel descrivere le occhiate, le premure, i gesti, le situazioni (che io tralascio) attraverso le quali l’affetto fraterno di Lina diventa un sentimento d’amore. Questo amore, pur rimanendo inespresso, si comunica un poco, in qualche modo inconsapevole, a Donati. Infatti lui fa un sogno rivelatore: che Lina, vestita in maschera durante una festa religiosa, era seduta con lui ad un tavolino di caffè, e ‘ad un tratto ella s’era lasciata scivolare il manto sulle spalle, fissandolo sempre con quegli occhi indiavolati, rossa come non l’aveva mai vista, e afferrandogli il capo per le tempie  gli aveva avventato in faccia un bacio caldo e febbrile’. Donati, senza malizia, ridendo con ingenuità, racconta a Lina il sogno che ha fatto. Lei accoglie con freddo imbarazzo questa rivelazione, e da quel momento i loro rapporti cambiano, e cambia anche l’atmosfera delle serate trascorse insieme in famiglia, che diventano silenziose e fredde. Lui coglie ancora degli sguardi di lei, che gli fanno rimescolare il sangue dai piedi alla testa: ‘uno sguardo che non le aveva mai visto, profondo, in cui brillava dell’amarezza, una curiosità insolita, acre e pungente’. Qualche tentativo di spiegazione fatto da Donati non serve a niente. Anche il marito è diventato freddo e ostile, e alla fine la coppia trasloca senza neppure salutare. Passa un anno, e torna la festa religiosa che permette alle donne di mascherarsi e, per qualche ora, di circolare libere per le strade e parlare con chi si vuole. Donati, nella folla, è preso per un braccio da una donna mascherata e portato a un tavolino di caffè. E’ Lina. Lui dice: ‘Non so darmi pace!... Non so comprendere io stesso perché... cosa sia avvenuto per...’. ‘Non lo sapete?’. ‘No, per l’anima mia!’. ‘E’ accaduto... che vi ho amato’. ‘Voi! voi!’. ‘Perché mi avete raccontato quel sogno dunque?’. - Il racconto finisce così, con questa domanda sospesa, e non è detto, credo, che la storia fra i due sia conclusa e che non possa incominciare fra loro una nuova storia in segreto. Se questa vicenda, invece che in un ambiente di media borghesia istruita, si fosse svolta in un signorile ambiente alto borghese, molto più disinibito, l’amore di Lina per Donati non avrebbe incontrato nessun ostacolo. Qui invece è un ostacolo il fatto che Lina sia sposata, anche se il marito è puramente astratto e virtuale, e i vincoli che lui rappresenta non sono mai né rappresentati né accennati. Il marito non è mai presente sulla scena, e la sua assenza impoverisce il racconto in modo decisivo e rende debole la sua riuscita artistica, sebbene  l’analisi psicologica che Verga fa dei rapporti fra la donna e l’amico sia magistrale. Verga però non ci dice niente su quale sia il legame fra il marito e la moglie. Così, la vicenda fra Lina e Donati si riduce solo all’espressione di uno slancio di pura sensualità, direi di sensualità astratta, senza alcuna altra seria implicazione. Manca ogni descrizione fisica dei due uomini, e il lettore non può nemmeno immaginarseli. Della donna si dice appena qualcosa dei suoi sguardi, delle mani tremanti e, incidentalmente, della sua statura. La paginetta iniziale che filosofeggia sui lettori a cui il racconto è destinato (‘... per i chimici e gli alchimisti che da 5000 anni passano il loro tempo a cercare il punto preciso dove il sogno finisce e comincia la realtà...’) mi sembra una forzatura per dare un significato nobile a una storia di ordinaria, domestica e spesso meschina esistenza. Anton Čechov ha  scritto una novella simile a questa, intitolata ‘Dell’amore’. Pubblicata quando lo scrittore russo aveva 38 anni, ha un respiro molto più ampio di questo racconto, scritto da un Verga quasi coetaneo ma ancora un po’ acerbo. Lì il marito, il giudice Dmitrij Luganovič, è sempre presente, e l’amore segreto che il suo amico Alëchin Kostantinyč prova per la sua bella moglie Anna Alekseevna, è pieno di sensi di colpa, di rispetto e di pena  per l’amico giudice, e in tutto il racconto c’è un sentimento dei rapporti umani ben più profondo e complesso.

 

giovedì 17 settembre 2026

'Primavera' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadore, 1969

La novella ‘Primavera’ sembra la continuazione dei romanzi mondani del Verga; però questa volta l’amore fra Paolo e la Principessa non si svolge più nell’ambiente signorilmente erotico degli altri amori, ma in un contesto di piccolissima borghesia. Lui è un giovane squattrinato di venticinque anni che spera di farsi un nome come musicista; lei una commessa di negozio carina, figlia di un modestissimo impiegato delle ferrovie e di una ricamatrice. All’inizio il loro amore sembra allegro e romantico. Passeggiano a braccetto e si divertono a contare i sassi. Lei è una ragazza un po’ ‘superbiosetta’: nella modisteria dove lavora, ‘un po’ le belle vesti che vedeva, un po’ le belle parole che le dicevano, un po’ l’esempio, un po’ la vanità, un po’ la facilità, un po’ le sue compagne’ l’hanno spinta a cedere già una volta alle richieste di un giovanotto. Però possiede in fondo una gran rettitudine di cuore, ed è sinceramente innamorata di Paolo. Ma Paolo non ha un soldo e corre inutilmente ‘dietro le larve dei suoi sogni d’artista e della sua ambizione giovanile’. Il loro legame non è fatto per durare. Lui accetta l’offerta, per quattromila lire l’anno, di suonare il piano per i caffè e i concerti americani, e parte. La Principessa rimane sbalordita e sconvolta. Il loro amore finisce ‘alla stazione, al momento della partenza, nell’ora amara dell’addio affrettato, distratto, senza pudore, senza espansione e senza poesia, fra la ressa, l’indifferenza, il frastuono e la folla della partenza’. La Principessa segue Paolo come un’ombra, senza aprir bocca, bianca come un cencio. Paolo al contrario è tutto sossopra e ha un’aria affaccendata. Si stringono la mano in fretta davanti a un mondo di gente che spinge per entrare nella sala d’aspetto. Verga compiange la ragazza e ha qualche parola di disprezzo per le velleità del ‘povero grande artista da birreria’. La prosa è semplice e concreta, adeguata a questo ambiente di piccolissima borghesia, dove il fallimento di ogni sogno sembra un destino inevitabile.



 

martedì 15 settembre 2026

'Nedda' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

'Nedda' mi sembra una novella quasi perfetta: descrizione asciutta tutta di cose concrete, con dialoghi brevissimi, pieni di verità, di pudore e di poesia. Il paesaggio, freddo e piovoso oppure abbellito dal canto e dal volo degli uccelli, fa da sfondo necessario, come nei quadri religiosi del Rinascimento, alla vicenda di Nedda, questa povera creatura in primo piano. L’unica osservazione fatta dall’autore, estraneo ma partecipe, è sulle mani di Nedda, ‘costrette ad un’aspra fatica di tutti i giorni’, e sui suoi piedi, ‘abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole’, che ‘avrebbero potuto esser belli’. Giacomo Debenedetti, critico celebre, ha scritto di Nedda che ‘l’umiliazione fa talmente parte della sua natura, che non è più stato d’animo di cui sia consapevole, è un modo di essere , di cui non aspira a prendere coscienza’. Ma come potrebbe Nedda aspirare a prendere coscienza della propria condizione e della prepotenza dei ricchi e potenti, che, anche quando vorrebbero essere generosi (come il figlio del padrone, all’inizio del racconto), non possono farlo per non rompere la legge della solidarietà fra padroni? Qui i rapporti sociali fra servi e padroni, fra dominati e dominanti sono fatalmente duri e immutabili, prima che per la visione pessimistica di Verga, per la realtà storica di quell’epoca (e, per quanto possiamo sperimentare, non solo di quell’epoca, ma anche della nostra). Chiedere a Nedda di prendere coscienza del proprio stato sembra la condizione che ponevano i critici marxisti d’antan (tanto alla moda a metà del secolo scorso) per considerare positivamente un personaggio. Nonostante la sua esistenza povera ed elementare, la vita di Nedda è ispirata da buoni principi morali: ama la mamma e la soccorre, lavora senza risparmiarsi, vuole restituire le dieci lire prestate da zio Giovanni (l’unica luce di bontà), si comporta con Janu, il suo innamorato, in un modo candido e semplice, quando le nasce una bambina, decide di tenerla e non affidarla alla Ruota dei trovatelli, nonostante la povertà e la morte del compagno. Di Debenedetti mi sembra riduttiva e antiquata anche l’osservazione che nel racconto ci sia ‘una denunzia delle condizioni del bracciante siciliano’ e soprattutto che Verga abbia scritto con ‘la volontà di ottenere il patetico, il compassionevole, il lacrimoso, mostrando spettacoli di desolazione’, eccetera. Di patetico e lacrimoso, non mi sembra che nella novella ce ne sia molto. La desolazione nasce dalle cose, ma rimane sempre una scintilla di virtù.