Nell’anno dell’alluvione frequentavo la Casa della Cultura del Ponte di
Mezzo, una grande costruzione con un vasto giardino sul retro. Come tutte le
case del popolo di quegli anni, ospitava le sezioni dei partiti di sinistra. Il
segretario della sezione comunista si chiamava Mauro Sbandati; era un timido spilungone e faceva
il bidello in una scuola. Lo ricordo come un brav’uomo. Nei primi mesi del 1966
ebbi uno scontro con la redazione cittadina dell’Unità, che si era impegnata a
fare un’inchiesta su un malaffare che avevo scoperto. Ma il caporedattore, alle
prime reazioni dei malaffaristi, per quieto vivere, aveva rinunciato a
proseguire e mi aveva scaricato. Mauro Sbandati mi accompagnò in via del Giglio
ad affrontarlo. Durante la discussione quel sedicente giornalista, con gli
occhietti cattivi in una faccia molle come il gorgonzola, si fece assistere da
due suoi discepoli, uno per lato, e ripeté cento volte che l’ordine di non fare
più l’inchiesta era venuto da Roma. La Casa della Cultura, assieme alla chiesa
della Beata Vergine Maria (con annesso cinema parrocchiale), all’altro capo della
lunga via Carlo del Prete, era l’unico punto d’incontro per gli operai e i
piccoli impiegati del quartiere. Invece si incontravano sotto gli alberi di un piccolo
giardinetto alcune decine di italiani che, alla fine della guerra, erano stati cacciati
dalla Grecia, dove erano emigrati da generazioni. In quel tempo, sparsi in
varie città italiane, c’erano migliaia di profughi italo-greci. Rimasero
riconoscibili ancora per qualche anno, finché non si fusero con il resto della
popolazione. Nella nostra vita di allora era molto presente la guerra americana
contro il Vietnam, che nel 1966 aveva toccato forse il suo momento più tragico.
In tutto il mondo milioni di persone manifestavano la loro protesta. Le foto
della guerra pubblicate dai giornali avevano la grandiosa drammaticità degli
antichi quadri della crocifissione. Nel novembre del 1965 avevo partecipato a
una notte di veglia per il Vietnam al teatro Adriano di Roma, assieme a uomini
politici, attori, cantanti e scrittori (ricordo Alfonso Gatto e Carlo Levi). Erano
tutti animati da una sincerità e da un sentimento profondo che oggi è quasi
impossibile trovare nei protagonisti della vita pubblica. In quella primavera,
io, ancora un po’ inebriato dall’atmosfera dell’Adriano, proposi ai compagni
del Ponte di Mezzo di fare un digiuno di qualche giorno per testimoniare la
nostra partecipazione alle sofferenze del popolo vietnamita. Gli operai della
sezione considerarono con ironia e scetticismo quella proposta da studente liceale,
e oggi, dopo tanto tempo, sorrido anch’io di me stesso; ma nel gruppo c’era un
operaio, Sergio Lagomarsino, che era un comunista mistico e appoggiò subito l’idea del digiuno. Sergio era un giovanotto
grande e calmo di 29 anni, con uno sguardo ironico e malinconico. Nel nostro
gruppo aveva una autorevolezza indiscussa perché sapeva sviscerare ogni
argomento mettendone in luce gli aspetti più umani. Non tutti si lasciavano
convincere dai suoi slanci sentimentali, anzi parecchi ne diffidavano (tra gli
altri, tre giovani sorelle operaie, ciascuna diversissima dalle altre, che marciavano
però sempre insieme, come i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua), ma non trovavano
argomenti per opporsi alle visioni di Sergio. Alla fine fu deciso di fare un
digiuno di tre giorni, dormendo nel salone della Casa della Cultura. Parteciparono
quattro persone: Sergio e la moglie Valeria, Peparini, un operaio allegro e disponibile,
ed io. Eravamo solo quattro, ma mandammo
un comunicato ai giornali e invitammo tutti a partecipare all’ultima serata di
dibattito. Vennero molti cattolici, specialmente della comunità di Don Luigi Rosadoni,
della Nave a Rovezzano. Venne anche qualche mio collega di lavoro, con gli
occhi teneri come se io mi fossi votato al martirio. Invece per noi quattro
digiunatori quei tre giorni furono quasi una scampagnata, una piccola avventura
da boy-scout, che si concluse, nella tarda serata dell’ultimo giorno, in una
trattoria di via Carlo del Prete.


Nessun commento:
Posta un commento