mercoledì 28 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La Casa della Cultura del Ponte di Mezzo

Nell’anno dell’alluvione frequentavo la Casa della Cultura del Ponte di Mezzo, una grande costruzione con un vasto giardino sul retro. Come tutte le case del popolo di quegli anni, ospitava le sezioni dei partiti di sinistra. Il segretario della sezione comunista si chiamava Mauro  Sbandati; era un timido spilungone e faceva il bidello in una scuola. Lo ricordo come un brav’uomo. Nei primi mesi del 1966 ebbi uno scontro con la redazione cittadina dell’Unità, che si era impegnata a fare un’inchiesta su un malaffare che avevo scoperto. Ma il caporedattore, alle prime reazioni dei malaffaristi, per quieto vivere, aveva rinunciato a proseguire e mi aveva scaricato. Mauro Sbandati mi accompagnò in via del Giglio ad affrontarlo. Durante la discussione quel sedicente giornalista, con gli occhietti cattivi in una faccia molle come il gorgonzola, si fece assistere da due suoi discepoli, uno per lato, e ripeté cento volte che l’ordine di non fare più l’inchiesta era venuto da Roma. La Casa della Cultura, assieme alla chiesa della Beata Vergine Maria (con annesso cinema parrocchiale), all’altro capo della lunga via Carlo del Prete, era l’unico punto d’incontro per gli operai e i piccoli impiegati del quartiere. Invece si incontravano sotto gli alberi di un piccolo giardinetto alcune decine di italiani che, alla fine della guerra, erano stati cacciati dalla Grecia, dove erano emigrati da generazioni. In quel tempo, sparsi in varie città italiane, c’erano migliaia di profughi italo-greci. Rimasero riconoscibili ancora per qualche anno, finché non si fusero con il resto della popolazione. Nella nostra vita di allora era molto presente la guerra americana contro il Vietnam, che nel 1966 aveva toccato forse il suo momento più tragico. In tutto il mondo milioni di persone manifestavano la loro protesta. Le foto della guerra pubblicate dai giornali avevano la grandiosa drammaticità degli antichi quadri della crocifissione. Nel novembre del 1965 avevo partecipato a una notte di veglia per il Vietnam al teatro Adriano di Roma, assieme a uomini politici, attori, cantanti e scrittori (ricordo Alfonso Gatto e Carlo Levi). Erano tutti animati da una sincerità e da un sentimento profondo che oggi è quasi impossibile trovare nei protagonisti della vita pubblica. In quella primavera, io, ancora un po’ inebriato dall’atmosfera dell’Adriano, proposi ai compagni del Ponte di Mezzo di fare un digiuno di qualche giorno per testimoniare la nostra partecipazione alle sofferenze del popolo vietnamita. Gli operai della sezione considerarono con ironia e scetticismo quella proposta da studente liceale, e oggi, dopo tanto tempo, sorrido anch’io di me stesso; ma nel gruppo c’era un operaio, Sergio Lagomarsino, che era un comunista mistico e appoggiò subito  l’idea del digiuno. Sergio era un giovanotto grande e calmo di 29 anni, con uno sguardo ironico e malinconico. Nel nostro gruppo aveva una autorevolezza indiscussa perché sapeva sviscerare ogni argomento mettendone in luce gli aspetti più umani. Non tutti si lasciavano convincere dai suoi slanci sentimentali, anzi parecchi ne diffidavano (tra gli altri, tre giovani sorelle operaie, ciascuna diversissima dalle altre, che marciavano però sempre insieme, come i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua), ma non trovavano argomenti per opporsi alle visioni di Sergio. Alla fine fu deciso di fare un digiuno di tre giorni, dormendo nel salone della Casa della Cultura. Parteciparono quattro persone: Sergio e la moglie Valeria, Peparini, un operaio allegro e disponibile, ed io.  Eravamo solo quattro, ma mandammo un comunicato ai giornali e invitammo tutti a partecipare all’ultima serata di dibattito. Vennero molti cattolici, specialmente della comunità di Don Luigi Rosadoni, della Nave a Rovezzano. Venne anche qualche mio collega di lavoro, con gli occhi teneri come se io mi fossi votato al martirio. Invece per noi quattro digiunatori quei tre giorni furono quasi una scampagnata, una piccola avventura da boy-scout, che si concluse, nella tarda serata dell’ultimo giorno, in una trattoria di via Carlo del Prete.

 

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