venerdì 16 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La trattoria della Vera, in via delle Brache

Prima dell’alluvione abitavo in un piccolo appartamento in una lontana periferia di Firenze, e per andare al lavoro prendevo un filobus che, attraversando il centro, arrivava all’altro capo della città. Avevo poco più di vent’anni e vivevo da solo, ma non sopportavo la solitudine e restavo tutto il giorno fuori casa. Dopo il lavoro in biblioteca, passavo il pomeriggio con amici studenti, e la sera andavo al cinema. Ero arrivato da poco a Firenze, e imparai a conoscere le strade e le piazze andando alla scoperta dei cinema sperduti delle periferie, sale parrocchiali e di terz’ordine: il cinema Azzurri, il Faro, l’Artigianelli, e tanti altri ormai spariti da anni. Per mangiare, sia a pranzo che a cena, girovagavo per le trattorie economiche e le mense popolari del centro: Cesarino in via dei Pepi, la mensa di San Francesco in piazza SS. Annunziata, quella dei ferrovieri in via Alamanni, Frizzi in Borgo Albizi, la mensa degli studenti in via San Gallo… Una vita randagia. Ma a pranzo andavo quasi sempre da Vera, che aveva una piccola trattoria in via delle Brache, nel punto in cui sbocca in piazza Peruzzi. Questa via è piuttosto un vicolo che non una strada, nel centro antico di Firenze, fra Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. A metà degli anni Sessanta, quando non erano ancora cominciate le lunghe processioni di turisti, piazza Peruzzi era un luogo silenzioso lontano dal tempo presente. Oltre alla trattoria, c’era solo un venditore di legna e carbone. La trattoria era microscopica. Dalla strada si scendeva una rampa di scale e si arrivava a due camerette con pochi tavolini. Vera cucinava per non più di sei o sette persone. I clienti andavano direttamente in cucina per ordinare piatti che lei preparava al momento. Era una bella donna del popolo di forse cinquant’anni, con una simpatica parlata toscana. I suoi capelli erano neri e lisci, raccolti dietro la testa, e lasciavano scoperto un viso schietto con neri occhi gentili. I clienti della trattoria erano sempre gli stessi: il barbiere di via dei Benci, un magazziniere, un operaio, uno studente fuori sede… Sul gruppetto dominava “il ragioniere”, arguto chiacchierone che, per essere un lettore devoto della Nazione, si dava arie di persona colta. Quando il 4 novembre del 1966 l’acqua dell’Arno invase il centro di Firenze, la trattoria della Vera si riempì di fango e di nafta e non riaprì più. Passarono alcuni anni. Un giorno di febbraio del 1971, mi trovavo in una sala d’aspetto del reparto maternità dell’ospedale di Careggi. Mia moglie aveva partorito da poche ore la nostra prima figlia. Ad un tratto mi sentii chiamare: “Fabrizio…!”. Mi venne incontro una signora sconosciuta avvolta in una vestaglia. Era una ricoverata. Aveva i capelli bianchi e lunghi sulle spalle e un viso così asciugato dalla malattia, che sembrava trasparente, lo sguardo profondo e calmo di chi ha accettato la sofferenza. “Sono la Vera…!”. La portai al letto di mia moglie per farle vedere nostra figlia. Cara Vera…

 

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