Prima dell’alluvione abitavo in un piccolo appartamento in una lontana
periferia di Firenze, e per andare al lavoro prendevo un filobus che, attraversando
il centro, arrivava all’altro capo della città. Avevo poco più di vent’anni e
vivevo da solo, ma non sopportavo la solitudine e restavo tutto il giorno fuori
casa. Dopo il lavoro in biblioteca, passavo il pomeriggio con amici studenti, e
la sera andavo al cinema. Ero arrivato da poco a Firenze, e imparai a conoscere
le strade e le piazze andando alla scoperta dei cinema sperduti delle periferie,
sale parrocchiali e di terz’ordine: il cinema Azzurri, il Faro, l’Artigianelli,
e tanti altri ormai spariti da anni. Per mangiare, sia a pranzo che a cena,
girovagavo per le trattorie economiche e le mense popolari del centro: Cesarino
in via dei Pepi, la mensa di San Francesco in piazza SS. Annunziata, quella dei
ferrovieri in via Alamanni, Frizzi in Borgo Albizi, la mensa degli studenti in
via San Gallo… Una vita randagia. Ma a pranzo andavo quasi sempre da Vera, che
aveva una piccola trattoria in via delle Brache, nel punto in cui sbocca in
piazza Peruzzi. Questa via è piuttosto un vicolo che non una strada, nel centro
antico di Firenze, fra Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. A metà degli
anni Sessanta, quando non erano ancora cominciate le lunghe processioni di
turisti, piazza Peruzzi era un luogo silenzioso lontano dal
tempo presente. Oltre alla trattoria, c’era solo un venditore di legna e
carbone. La trattoria era microscopica. Dalla strada si scendeva una rampa di
scale e si arrivava a due camerette con pochi tavolini. Vera cucinava per non
più di sei o sette persone. I clienti andavano direttamente in cucina per ordinare
piatti che lei preparava al momento. Era una bella donna del popolo di forse
cinquant’anni, con una simpatica parlata toscana. I suoi capelli erano neri e
lisci, raccolti dietro la testa, e lasciavano scoperto un viso schietto con
neri occhi gentili. I clienti della trattoria erano sempre gli stessi: il
barbiere di via dei Benci, un magazziniere, un operaio, uno studente fuori sede…
Sul gruppetto dominava “il ragioniere”, arguto chiacchierone che, per essere un
lettore devoto della Nazione, si dava arie di persona colta. Quando il 4
novembre del 1966 l’acqua dell’Arno invase il centro di Firenze, la trattoria
della Vera si riempì di fango e di nafta e non riaprì più. Passarono alcuni
anni. Un giorno di febbraio del 1971, mi trovavo in una sala d’aspetto del
reparto maternità dell’ospedale di Careggi. Mia moglie aveva partorito da poche
ore la nostra prima figlia. Ad un tratto mi sentii chiamare: “Fabrizio…!”. Mi venne
incontro una signora sconosciuta avvolta in una vestaglia. Era una ricoverata.
Aveva i capelli bianchi e lunghi sulle spalle e un viso così asciugato dalla
malattia, che sembrava trasparente, lo sguardo profondo e calmo di chi ha
accettato la sofferenza. “Sono la Vera…!”. La portai al letto di mia moglie per
farle vedere nostra figlia. Cara Vera…


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