‘Pentolaccia’ è un bozzetto che racconta, in modo asciutto e breve, come un uomo, soprannominato appunto Pentolaccia, arriva ad uccidere, senza una parola di spiegazione, l’amante della moglie. Lui era un semplice contadino, ma aveva voluto sposare Venera, una giovane con delle pretese di eleganza e la voglia di vivere con qualche lusso. La mamma di lui gli ripeteva inutilmente: ‘Lascia star la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada’. La Venera doveva essere una ragazza manierata appartenente o aspirante alla piccolissima borghesia del paese, se il suo piede diventava una attrazione erotica, quando tutte le contadine andavano scalze. Pentolaccia, che non aveva ancora ricevuto ‘quel nomaccio’, era ossessionato dalle sue scarpette e da ‘quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori della mantellina’. Dopo il matrimonio, ‘la nuora, con quel suo bocchino melato, tanto disse e tanto fece che la suocera dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio’. Venera, rimasta padrona della casa, ‘colla briglia sul collo’, ne combina di tutti i colori e non solo domina e maltratta il marito, ma prende come amante don Liborio, il medico del paese. Fu allora che la gente cominciò a chiamare il marito ‘Pentolaccia’. Lui, quando lo sentiva, chiedeva spiegazioni alla moglie. Ma Venera rispondeva che non era vero niente. Allora il marito si rassicurava ed era contento come una pasqua. ‘A che giovava guastarsi il sangue?’. Quel soprannome il marito se lo meritava proprio, perché aveva la pentola sempre piena e mangiava e beveva sulle risorse di compare don Liborio, ‘meglio di un re di corona’. Con don Liborio facevano ormai una casa sola. C’era la pace, la dispensa piena e anche l’assistenza per la salute. E Venera, ‘bianca e rossa come una mela, poteva sfoggiare scarpe nuove e fazzoletti di seta’. Ma all’improvviso, a Pentolaccia, che non aveva mai avuto il viziaccio della gelosia, salta il ghiribizzo di fare il matto. Un giorno, verso l’ora del tramonto, poté ascoltare le chiacchiere dei contadini, che non s’erano accorti di lui, sdraiato a riposare dietro una siepe. Le cose ingiuriose che dicevano gli entrarono nell’anima come un chiodo: che era un becco e che mangiava e s’ingrassava come un maiale a spese di don Liborio. A un tratto Pentolaccia si rizzò senza dir nulla e prese a correre verso il paese come se l’avesse morso una tarantola: persino l’erba e i sassi gli sembravano rossi come il sangue. Sulla porta di casa, incontra don Liborio, che se ne andava tranquillamente. ‘Sentite, signor compare, se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio, vi faccio la festa!’. Don Liborio si meraviglia di queste parole, ma non si scompone: Pentolaccia aveva chiuso gli occhi per tanto tempo! Il marito ripete lo stesso avvertimento alla moglie, che lo spinge fuori dell’uscio con una stanga e gli risponde con insolenza che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva. Ma Pentolaccia ha ormai un’idea fissa in testa. Un sabato lascia il lavoro nel campo prima del consueto e torna a casa. La moglie lo strapazza come al solito, ma lui rimane imperterrito. Sta arrivando don Liborio; nella stradicciuola tranquilla si sente il passo lento del dottore. Pentolaccia si apposta dietro l’uscio con la stanga in mano, e appena don Liborio mette piede nella stanza, gli dà un colpo formidabile fra capo e collo, che l’ammazza come un bue. ‘Così fu che Pentolaccia andò a finire in galera’. La vicenda raccontata da Verga ha l’evidenza e l’efficacia drammatica del ‘fatto umano’ realmente accaduto, come egli teorizzava nella novella ‘L’amante di Gramigna’. Eppure, pur rifiutandosi di descrivere i pensieri e le sensazioni segrete dei suoi personaggi, Verga qui, con pochi accenni, dà un ritratto potente della loro psicologia.
.jpg)






