venerdì 25 settembre 2026

'La Lupa' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Se ‘Cavalleria rusticana’ sembra solida e compatta come una roccia, e i motivi erotici che portano alla sua tragica conclusione appaiono evidenti, concreti e, direi, sacrosanti a tutto il paese, il racconto ‘La Lupa’ è cupo e impressionante come un abisso di cui non si veda il fondo, e forte come un liquore ad altissima gradazione. Un tipo di donna demoniaca come la Lupa non doveva essere raro fra i contadini della Sicilia ottocentesca e forse fra i contadini in generale (credo che una eco di quelle pulsioni primitive sia in Federigo Tozzi e in Vasco Pratolini). Ma mi pare più interessante cercar di capire la personalità di Verga, notando la sua curiosità per un personaggio femminile così straordinario, e la precisione e la chiarezza con cui Verga trova le parole adatte per definire questa donna e la sua feroce ninfomania. Pina, la Lupa, non è più giovane ed è già madre di una ragazza da marito; è alta e magra, con un seno fermo e vigoroso, trecce superbe, labbra fresche e rosse ‘che vi mangiavano’, occhi neri come il carbone. Fin qui, sarebbe una normale bella donna. Poi Verga aggiunge che è pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e che ha ‘due occhi grandi così’. Queste espressioni così semplici bastano a dare l’idea di una natura esaltata e di un corpo irrequieto. Ma Verga continua ancora con una descrizione di una espressività erotica inaudita, quasi violenta, al limite del sadismo. Al villaggio gnà Pina era chiamata la Lupa perché era una donna insaziabile, andava in giro come una cagnaccia randagia e affamata in cerca di ragazzi e di mariti, che lei si spolpava, con le sue labbra rosse, in un batter d’occhio, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso. Verga ha nei confronti della Lupa la curiosità morbosa e la superiorità un po’ sprezzante che si prova per un oggetto erotico, e non riesce ad esprimere alcuna compassione. Però il racconto è potente, e la Lupa, che affronta impavida il genero che l’uccide per liberarsi di lei,  ne esce come un’eroina antica: va incontro all’uomo armato di scure senza chinare gli occhi, ‘con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri’.

 

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