lunedì 28 settembre 2026

'Jeli il pastore' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘Jeli il pastore’ è un racconto che ha un carattere religioso ed è scritto con la stessa semplicità del Vangelo. Nonostante la primitività del suo lavoro e la lentezza dei suoi pensieri, nonostante che non sappia né leggere né scrivere, Jeli vive in una dimensione spirituale che lo differenzia dall’ambiente rustico ed elementare che lo circonda, e lo rende sereno anche nella solitudine, al pascolo con i suoi animali, immerso estate e inverno in una natura che non sente mai ostile, ma che accetta sempre di buon grado e ammira con gioia. Jeli già a tredici anni faceva il guardiano di cavalli e sapeva arrampicarsi su alberi più alti del campanile del paese e saltare sul dorso nudo di un cavallo ancora non domato acciuffandolo semplicemente per la criniera. Amava i cavalli che portava al pascolo ed era addolorato quando il padrone ne vendeva qualcuno. Sapeva fabbricare molte cose: gabbiette di canna, per i grilli, pipe intagliate, panierini di giunco. Sapeva anche lavorare con l’ago per rattoppare i suoi poveri indumenti. Purché avesse con sé, in una sacca di tela, i suoi modestissimi attrezzi per sopravvivere, non aveva bisogno di nessuno al mondo. Era continuamente in cammino coi suoi cavalli. ‘I viandanti lo vedevano sempre qua e là, come un cane senza padrone’, ma lui non soffriva mai di malinconia, ‘perché era avvezzo a stare coi cavalli e cogli uccelli che girovagavano a stormi, attorno a lui, tutto il tempo che il sole faceva il suo viaggio lento lento, sino a che le ombre si allungavano e poi si dileguavano’. Jeli conosce la natura; dalle nuvole e dal vento sa quando sta per piovere o per nevicare. Guarda tutto con curiosità: ‘ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno’. Prova un po’ di malinconia solo nei luoghi desolati, dove non ci sono né alberi né arbusti e quando fa caldo non vola nemmeno un uccello. Era un ragazzo servizievole coi vicini e onesto. Il padre, malato di malaria, gli dice di andare, dopo la sua morte, a riscuotere tre onze dal padrone. Jeli lo corregge: ‘No, sono soltanto due onze e quindici, perché avete lasciato le vacche che è più di un mese, e bisogna fare il conto giusto col padrone’. Poiché era vissuto in modo selvatico, aveva in sospetto ogni idea nuova ‘che gli picchiasse nella testa per entrare. Però non mostrava meraviglia di nulla al mondo’, e si proteggeva ‘con quella maschera d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano’. E’ analfabeta, ma ha l’immaginazione di un poeta-pastore. Diceva: ‘Uno che sappia scrivere è come uno che serbasse le parole nella scatola dell’acciarino, e potesse portarsele in tasca, ed anche mandarle di qua e di là’. Jeli è ingenuo e puro come un santo-contadino. Anche il suo amore per Mara, dapprima compagna di giochi poi signorinella bella e procace, si manifesta sempre con pudore e modestia. Mara è una ragazza vivace e allegra a cui piace essere corteggiata. Se la intende segretamente con don Alfonso, signorino di città, coetaneo e antico compagno di giochi di Jeli. Quando rimane incinta, Mara si offre per moglie a Jeli. ‘Se tu mi vuoi bene, io per me ti piglio volentieri’. Dopo la cerimonia, ‘Jeli se la condusse a casa, e gli parve che gli avessero dato tutto l’oro della Madonna’; e le disse: ‘Ora che siamo marito e moglie, posso dirtelo che non mi par vero come tu m’abbia voluto... mentre avresti potuto prenderne tanti meglio di me... così bella come tu sei!’. Ma Mara non è una buona moglie: non vuole seguire il marito alla ‘Salonia’, dove ora faceva il pecoraio e continua a tradirlo con don Alfonso. Qualcuno avverte Jeli, ma a lui pare impossibile che don Alfonso, vecchio compagno di giochi, gli faccia una simile birbonata. Poi però, dopo tanto tempo, lo rivede: era venuto alla ‘Salonia’ con una brigata di amici a fare una scampagnata. A rivederlo, bello, con la catena d’oro sul panciotto e la barba liscia che pareva d’oro anch’essa, Jeli sente come una botta allo stomaco. Inaspettatamente era venuta anche Mara, col pretesto che era incinta e aveva voglia di ricotta fresca. Si fa festa e si balla. Don  Alfonso chiama Mara perché venga a ballare. ‘Non andare! non andare!’, dice Jeli alla moglie. Ma lei non lo ascolta e va a ballare tutta rossa e allegra, cogli occhi neri che sembrano due stelle. Ad un tratto Jeli, che sta tosando le pecore, si alza in piedi stringendo la lunga forbice; don Alfonso sta stringendosi al petto Mara per ballare e lei lo lascia fare, allora Jeli non ci vede più e gli taglia la gola, proprio come un capretto. Più tardi, mentre lo portano legato davanti al giudice, Jeli esclama: ‘Come! Non dovevo ucciderlo nemmeno? Se mi aveva preso la Mara!’. Con questo omicidio Jeli non perde la sua aureola di santità, ma applica la legge biblica del taglione: ‘occhio per occhio, dente per dente’. Lui è fuori del mondo moderno, compie un rito tribale, ma conserva la sua innocenza. L’efficacia espressiva di Verga, in questa scena rapidissima, è impressionante, mentre le sue descrizioni di paesaggio, semplici e lente, fanno sognare ed evocano un mondo antico. ‘Il sole toccava le rocce alte del poggio alla Croce; le chiome grigie degli ulivi sfumavano nel crepuscolo, e per la campagna vasta, lontan lontano, non si udiva altro che il campanaccio della ‘Bianca’ [la giumenta] nel silenzio che si allargava’.

 

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