‘Storia di una capinera’ è un romanzo epistolare scritto da Verga nel 1869 e pubblicato due anni dopo. Contiene le lettere che la giovane protagonista, Maria, scrive all’amica Marianna nel corso di un paio d’anni. Alla fine, a conclusione del romanzo, una lettera alla stessa Marianna da parte di una consorella di Maria racconta la sua morte penosa. La storia è semplice come quella di Cenerentola. Manca però il lieto fine. Anzi, la cattiva sorte di Maria è così crudele e paradossale che cancella ogni forza di resistenza, ogni capacità di sopportazione, che pure sopravvive in genere alle disgrazie e aiuta a continuare a vivere. Cosa sarebbe rimasto a Cenerentola se fosse finita rinchiusa in un convento di clausura, e il principe, già innamorato di lei, avesse sposato una delle sue brutte e antipatiche sorelle? Maria è orfana di madre; il padre, uomo debole e assente, si è risposato con una donna egoista e malvagia dalla quale ha avuto una figlia, Giuditta, e un figlio, Gigi. Siccome il padre è un modesto impiegato, viene deciso che tutta la dote vada a Giuditta e, per realizzare questo scopo, Maria viene messa in convento già da bambina, a sette anni. Dopo molto tempo, quando la ragazza, quasi ventenne, è prossima a prendere i voti, tutta la famiglia si trasferisce in una casetta di montagna sulle pendici dell’Etna per sfuggire al colera che imperversava a Catania. Nelle prime settimane l’ingenua e candida Maria è felice di correre per la campagna, di godere la bellezza dei fiori e degli animali. «Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare!...Benedetto il colera che mi fa star qui in campagna!». Poi, sentendo di aver detto un’assurdità, assicura all’amica che vorrebbe solo essere come tutti gli altri, e «godere coteste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà!». Inesperta della vita e del mondo, la ragazza non ha consapevolezza della sua condizione di vittima, anzi dà giudizi generosi: «La mia matrigna è un’eccellente donna, perché non si occupa che di Giuditta e di Gigi, e mi lascia correre per le vigne a mio bell’agio», anche se spesso la rimprovera di non essere buona a nulla. Anche la sorella Giuditta è acida e insensibile. «Giuditta è troppo occupata tutto il giorno fra i suoi abiti e le sue acconciature». Tuttavia Maria, così candida e ingenua, ha dei sentimenti profondi che le fanno scoprire le cose elementari che diventeranno fondamentali per il Verga maturo. Per esempio, osservando la capannuccia col tetto di paglia e di giunchi dove abita la famigliola del castaldo, Maria intuisce istintivamente quale motivo di felicità sia la vita raccolta di una famiglia unita. «Se tu vedessi la bella capanna, com’è piccina ma pulita! come tutto vi è in ordine e ben tenuto! ... Mi pare che cotesta famigliola, riunita in due passi di terreno, debba amarsi dippiù ed essere maggiormente felice; mi pare che tutte quelle affezioni, circoscritte fra quelle strette pareti, debbano essere più intime, più complete». E a questo ideale di serenità e di amore Maria torna a più riprese con commozione. «Ah! ma la famiglia è una benedizione del cielo! La sera, quando il babbo chiude le porte, io provo un sentimento ineffabile di contentezza, come se si restringessero i legami che mi uniscono ai miei cari nell’intimità della vita domestica». Ma il sentimento di Maria va ancora più in profondità: sente che la sua vocazione è debole e vacillante a causa di desideri e turbamenti, e che la vita familiare, quando sia unita e serena, ha un significato religioso più limpido delle sue preghiere. «Allorché, sul far della notte, veggo la moglie del castaldo, che recita il rosario col suo figliuoletto più grandicello fra le ginocchia, seduta accanto al fuoco che cuoce la minestra di suo marito... mi pare che la preghiera di quella donna, calma, serena, piena di riconoscenza per la felicità prodigatale dal buon Dio, debba salire fino a Lui assai più pura della mia». Alla povera Cenerentola, invece, in cerca di affetto, non resta che rimpiangere la mamma perduta: «Ma qui ci penso più spesso, perché mi par di essere straniera nella casa di mio padre. Nessuno ci ha colpa. Non sono abituati a vedermi, ad avermi fra i piedi». Questa espressione, troppo cruda per una ragazza così candida, indica che Maria comincia a rendersi conto della propria condizione. Quando fa conoscenza con Nino, un giovane che abita nelle vicinanze e che frequenta la sua casa con i genitori e la sorella, Maria si innamora perdutamente: «Quand’egli mi guarda, il cuore mi balza nel petto, e vorrei morire per nascondere il mio rossore». Ma inesperta com’è della vita, ha bisogno di tempo per dare un nome ai propri sentimenti. Finalmente capisce, ma sente subito un grande senso di colpa: « Io lo amo! io lo amo! Pietà! pietà di me!... son molto infelice!.. L’amo! E’ un’orribile parola! è un peccato!... Il peccato è più forte di me...». Anche quando tutti i suoi sogni d’amore e di libertà saranno crollati, lei, chiusa in convento, scriverà all’amica: «Amo il mio peccato». Intanto, quando sono ancora in montagna, il giovane Nino si mostra premuroso e innamorato verso Maria, ma la matrigna vigila e impone alla figliastra di non uscire mai dalla sua stanzetta quando ci sono visite di estranei, fossero anche Nino e la sua famiglia. Cominciano per la povera novizia giorni dolorosi di pianto e di malattia, di disperazione e di sensi di colpa. «Non posso più piangere, non posso più dormire, non posso più pregare!». Finita l’epidemia di colera, la famiglia torna a Catania e Maria rientra in convento. In quell’ambiente cupo, senz’aria, senza luce, dove le suore camminano senza far rumore, come fantasmi, e quando s’incontrano non dicono una parola, Maria si sente sola, irrimediabilmente perduta, abbandonata da tutti. Viene a sapere che Nino sposerà la sorella Giuditta. E’ il colpo di grazia. Il convento le appare come un immenso sepolcreto che si anima solo quando si spalanca per ingoiare un’altra vittima. Si dispera: non ha ancora ventun anni; scrive che vorrebbe avvelenare con la sua disperazione l’aria che la circonda! accecare il sole con il suo dolore! Sono immagini potenti che sembrano trovate sulla scia del titanismo dei nostri grandi poeti: Alfieri, che si ride ‘del fato ingiusto e del poter del mondo’, Foscolo (‘avverso al mondo, avversi a me gli eventi’) o Leopardi (‘Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo’). Verga ha solo 29 anni, e questo suo secondo romanzo (dopo ‘Una peccatrice’) è denso, compatto e sincero.
venerdì 7 agosto 2026
Giovanni Verga. Storia di una capinera. Oscar Mondadori, 1970
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