mercoledì 12 agosto 2026

Giovanni Verga. Eva. Oscar Mondadori, 1970

Il curatore dell’opera scrive nell’introduzione che Ferdinando Martini trovava bellissimo questo romanzo. A me non è piaciuto molto e lo considero inferiore al romanzo precedente ‘Storia di una capinera’. La paginetta iniziale nella quale Verga spiega le sue idee generali è molto interessante. Parla di come l’amore e l’arte si siano impoveriti nella società moderna: mentre i greci innamorati hanno lasciato ai posteri la statua di Venere, noi moderni lasceremo solo le ballerine del cancan litografate sulle scatole dei fiammiferi. Nei tempi antichi l’arte era una civiltà, adesso, invece, è un lusso da scioperati. Oggi, dice Verga, la civiltà è il benessere, anzi è il solo godimento materiale. Le cose che contano, gli unici piaceri di cui sia avida questa società fondata sulle Banche e le Imprese industriali, sono la buona tavola e la donna. Verga conclude la sua brevissima introduzione affermando che la vera arte raccoglie le ‘ebbrezze amare’ e i ‘dolori sconosciuti’ prodotti da questa società del piacere, per gettarle in faccia all’ipocrita pubblico borghese che non li vuole vedere. Se si pensa che l’unità d’Italia era stata realizzata da poco più di un decennio e che la retorica patriottica alimentata dalle istituzioni sarebbe durata ancora per quarant’anni, fino alla Grande Guerra, le idee di Verga, pur senza essere strettamente politiche, colpiscono per il loro sprezzante pessimismo. Nonostante la lucidità morale di questo romanzo, trovo che ‘Storia di una capinera’, romanzo epistolare che ho già commentato nel mio ultimo post, sia più denso e compatto. I suoi personaggi appaiono soltanto così come sono descritti nelle lettere di Maria, però bastano poche sue frasi per farne capire la personalità: il padre modesto impiegato, sottomesso alla seconda moglie, buono ma debole e impotente; la matrigna egoista e cattiva; la sorella vanitosa e indifferente; le consorelle del convento silenziose e sfuggenti; quelle dell’infermeria del convento fredde e insensibili. Paradossalmente, solo Nino, il giovane amato, sebbene sia sempre presente nei pensieri della novizia che ha appena preso i voti, appare nelle sue lettere un personaggio piuttosto inconsistente. In ‘Storia di una capinera’ Verga ha una comprensione così profonda dei sentimenti di Maria, del suo piacere di stare in campagna, della sua solitudine, del senso di oppressione provocato dal convento, che il romanzo ha una grande unità artistica e una sincera capacità di commuovere. Non si può dire la stessa cosa di ‘Eva’. Enrico Lanti, il pittore venticinquenne che perde la testa per una ballerina, assomiglia molto a Pietro Brusio, lo scrittore fallito di ‘Una peccatrice’. Anche Lanti ha più velleità che talento: ‘ero un genio in erba, una speranza dell’arte italiana, coi capelli lunghi e il cappellaccio alla Rubens’. Passeggiava per le vie di Firenze con la vanità di chi si sente un artista, come se andasse a braccetto con Raffaello o con Michelangelo. Ma vive alle spalle della famiglia, a cui chiede continuamente denaro. Va a teatro la domenica di buon’ora, per trovare posto in platea, dove siede col cappotto ripiegato sulla spalliera, l’ombrello tra le gambe, il cappello sull’ombrello. Invidia i giovanotti ben vestiti, soddisfatti e benestanti, ammirati dalle belle donne, e, poiché si vergogna di non possedere guanti, nasconde le mani nude sotto il cappello. Il suo difetto è di non avere carattere, di non sapere quello che vuole, di non avere uno scopo. Il suo amore per Eva, la ballerina, procede a zigzag, fra estasi e accessi di morbosa gelosia, fra disgusti (quando Eva lascia il teatro e va a vivere con lui) per la loro ordinaria vita domestica e slanci di amorosa follia, quando lei lo abbandona per tornare al teatro e alla vita mondana. Alla fine muore miseramente, malato di tubercolosi, deluso dall’arte, dall’amore e dalla vita. Ma Lanti non è un uomo sconfitto perché non ha raggiunto lo scopo che si era proposto. E’ solo un uomo che si è lasciato trasportare dalle circostanze, un uomo senza volontà. L’unico gesto positivo che gli si possa attribuire, anche se poco credibile, è il ritorno in famiglia, quando la malattia si aggrava, e il rimorso per aver sacrificato i genitori e per aver inseguito amori colpevoli che l’onore della famiglia non poteva accettare. Eva, invece, è un personaggio più chiaro, più coerente e più simpatico. Il primo dialogo che lei e il pittore hanno di notte, sulla carrozza a spasso per il viale dei Colli, è - per merito di lei - così fresco e spontaneo, che si segue con curiosità e sincero divertimento. Il romanzo, in conclusione, mi sembra un po’ sbilenco, e la storia, con questi personaggi che non appartengono alla vita comune, non realizza ciò che l’autore si proponeva nell’introduzione. Infine vorrei ricordare una scenetta dal carattere esagerato fra il comico e l’osceno: zavorra di cui Verga si libererà presto. Enrico Lanti è dietro le quinte del teatro e osserva: ‘un pompiere faceva la corte ad una figurante lercia, seduta a cavalcioni su di una seggiola zoppa’. Che orrore!

 

Nessun commento: