Verga aveva 25 anni quando ha scritto ‘Una peccatrice’, il primo dei romanzi giovanili che formano il ciclo psico-sensual-mondano. In seguito, negli anni della maturità, lo scrittore non si riconobbe più in questo romanzo, e credo che sia stata una onesta autocritica. Io l’ho letto con la curiosità e il rispetto dovuti alle prime prove di un artista grande e severo, e solo per questo, penso, ho potuto trovare, sotto montagne di aneliti e brividi di piacere, di palpiti arcani, di sogni febbrili e di baci divoranti, anche dei lampi di sincerità e di profondità. Nelle quattro paginette che fanno da proemio, il narratore racconta che, in una bella giornata della metà di novembre, lui e due amici, passeggiando sulla strada di Aci, incontrarono un convoglio funebre che portava il feretro di Narcisa Valderi, contessa di Prato, giovane donna molto conosciuta per il suo fascino e la sua eleganza. ‘‘Nessuno di noi tre, in quel punto, quando quel bel sole invernale animava quelle spiagge ridenti, con quel mare immenso che si vedeva luccicare attraverso la porta [della chiesa], fra tutto quel sorriso di cielo e la vita che sentivamo rigogliosa, fidente, espansiva, con il canto allegro dei pescatori che lavoravano sul lido e il cinguettare dei passeri sul tetto della chiesa, a cui faceva un tristo contrapposto il silenzio funereo di quel recinto, interrotto solo dal mormorare del prete che officiava, e la luce velata della chiesetta colle pallide fiammelle di quelle torce, nessuno di noi tre, dicevo, poteva credere intieramente che quelle quattro tavole racchiudessero quel corpo, meraviglia di grazia e di eleganza, che, pochi giorni innanzi, quando si vedeva passare al trotto del suo brillante equipaggio, faceva voltare tante teste. Lo ripeto: giammai la morte ci era sembrata più imponente e più possibile nello stesso tempo prima d’allora’’. Ho riportato questa lunga citazione perché le immagini di luce e di vita che contiene contrastano con la tristezza della cerimonia e con la morte improvvisa della contessa di Prato, e preparano e danno risalto a quegli ultimi aggettivi ‘più imponente e più possibile’, che mi sembrano racchiudere una profonda meditazione sulla morte. Fino a quel momento, per dei giovani quasi ancora ragazzi, la morte poteva sembrare un evento lontanissimo e astratto, ora invece, assistendo al funerale di una donna giovane, bella e ammirata, sentono che la morte è un destino concreto e possibile. Questa riflessione, o meglio questa sensazione, è però rimasta isolata nel romanzo, che racconta la storia di un amore sensuale ed esaltato fra Pietro Brusio, studente di legge e aspirante scrittore, e la leggiadra Narcisa Valderi. Come romanzo erotico è un romanzo fallito, perché è un erotismo convenzionale ed esagerato, benché in qualche momento si mostri consapevole di sé. Anche come romanzo psicologico i risultati sono scarsi. Non basta fare lunghe analisi psicologiche per illuminare l’interiorità di una persona. Si può parlare per un libro intero dei pensieri di un personaggio, e tuttavia questo personaggio rimane inconsistente e irreale, se i suoi pensieri sono convenzionali. La contessa di Prato è sempre presentata in un atteggiamento e in una posizione languida e molle; anche la sua voce ha un accento molle, la mano è indolente, il corpo è da fata, il sorriso da sirena. Pietro Brusio non la conosce, l’ha solo vista in strada, e chiede notizie a una sua conoscente, che la definisce così: è una donna ‘tutta toletta’. E continua: si alza tardi, impiega circa due ore per l’abbigliamento della mattina, da due a tre per quello della sera, e persino quattro ore per la toletta da ballo o da teatro. Sembra il ritratto di una donna perfettamente vuota. Queste cose sono dette e ascoltate con serietà e non si può pensare che siano frasi maligne di una rivale. Del resto Pietro Brusio stesso ammette che a lui la contessa piace proprio così: ‘‘Io amo appunto in lei questa toletta, questo lusso, questo apparato brillante e vaporoso in cui la farfalla mi fa dimenticare il bruco’’. Ignorato per molti mesi dalla inaccessibile contessa, Brusio, dopo aver tanto sofferto e pianto, scrive di getto un’opera teatrale ispirata dal suo amore infelice e ottiene un grande successo. Può frequentare finalmente l’alta società, dove incontra l’affascinante Narcisa, che finalmente si innamora di lui e, con un sorprendente biglietto di poche righe abbandona il marito. Questi immediatamente si dilegua e scompare dal romanzo. La contessa e Pietro Brusio vivono sei mesi di ‘godimenti immensi’. Poi lui comincia a raffreddarsi e questo disamore suscita in Narcisa un dolore atroce che la condurrà al suicidio. Nelle lunghe pagine di penose lamentazioni in cui lei parla del suo amore infinito per ‘questo carattere orgoglioso e forte, quest’uomo di ferro’, non c’è una sola parola che spieghi il perché di questo amore, che cosa l’ha ispirato, che cosa lo alimenta. La contessa non ha consistenza reale, è solo una figura simbolica. E infatti ne abbiamo la prova, analizzando meglio i sentimenti che Pietro Brusio provava per la contessa di Prato, quando poteva ammirarla solo da lontano. Il suo amico Raimondo gli chiede se egli considera ideale quella donna che, per farsi ammirare, debba stare prima due ore davanti allo specchio. ‘‘Sì, lo confesso. Chiamala anche civetteria; nella donna che dovrei amare io vorrei tutte queste cure minute, tutte queste precauzioni delicate, tutte le perfezioni dello spirito e le squisitezze dell’educazione...’’. Brusio continua, con lucida consapevolezza, dichiarando che una donna con queste caratteristiche egli potrebbe amarla ‘‘colla riverenza e il delirio dei sensi’’, perché ha perduto ‘‘la riverenza del cuore’’. ‘‘Io amo nella donna i velluti, i veli, i diamanti, il profumo, la mezza luce, il lusso... tutto ciò che brilla e affascina, tutto ciò che seduce e addormenta...’’. Con ciò si capisce anche che, quando parla di perfezioni dello spirito, egli intende al massimo l’eleganza della conversazione. Questo passo è la chiave del romanzo e certifica il vuoto del personaggio, che ama la sua donna, diciamo così, solo momentaneamente, ed è pronto a lasciarla appena cessata la sua esaltazione. Paradossalmente un amore così superficiale deperisce e muore quando gli innamorati vivono insieme, perché lui ha bisogno di una certa distanza per continuare ad essere attratto e alimentato dalla eleganza dell’amata, tanto più desiderata quanto più appare misteriosa e inaccessibile. La contessa muore disperata, ma essendo anch’essa vuota come il suo amante, bisogna pensare che il suo amore fosse alimentato soprattutto dalla vanità. Il romanzo mostra che l’amore mondano non ha profondità né durata, ma lo mostra, dopo averlo preso a lungo sul serio, come una conclusione inevitabile, quasi suo malgrado. Aver capito la necessità di questa fine è probabilmente un segno dell’onestà dell’autore, anche se gli ‘amori sovrumani’, descritti con apparente adesione, lo hanno indotto a una prosa quasi sempre stucchevole. Il suicidio della contessa lascia Brusio annichilito e lo riporta alle sue vere dimensioni: una mediocrità che trascina la vita rimando qualche sterile verso per gli onomastici dei suoi parenti. In questa conclusione c’è il preannuncio del Verga maggiore e una sorprendente consonanza con il destino di Adolphe, il protagonista del romanzo omonimo di Benjamin Constant, pubblicato mezzo secolo prima. Dopo la morte di Ellénore, la donna che lo amava e dalla quale si sentiva limitato, anche le qualità e le aspirazioni che fervevano nell'animo di Adolphe si rivelano sterili e velleitarie, ed egli non realizzerà nulla delle cose che aveva sognato di fare.
domenica 2 agosto 2026
Giovanni Verga. Una peccatrice. Oscar Mondadori, 1970
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