‘Tigre reale’ è sicuramente il più brutto dei romanzi giovanili di Verga. In nemmeno cento paginette ci sono due storie: quella di Nata, donna fatale di nazionalità russa, affascinante ma malata di tubercolosi, amata dal giovane diplomatico Giorgio La Ferlita, e la storia di Erminia, legittima moglie di Giorgio, e del loro figlioletto Giannino. Le due storie hanno un collegamento abbastanza esile, quasi solo formale, e potrebbero anche essere lette come racconti autonomi. Pur nella loro brevità, sono racconti prolissi, scritti in una prosa ordinaria, con molte scene goffe e artificiose. Si direbbe che Verga, prima di volare con le grandi ali di una maestosa farfalla, sia qui ancora fermo allo stadio di bruco. La storia della contessa russa amata dal giovane diplomatico, che a vent’anni aveva già pubblicato un volume di versi, ricalca storie dei romanzi precedenti. Giorgio è un bel ‘farfallino’, brillante e spiritoso, ‘con una vernice di buona compagnia raccolta qua e là, a Londra e a Vienna, un po’ commesso viaggiatore in uniforme di addetto d’ambasciata’. Sin da ragazzo ha trovato la strada spianata ed è arrivato all’età adulta senza incontrare ostacoli né contrarietà, senza mai avere l’occasione di impiegare la sua forza di volontà nelle lotte della vita. La contessa Nata è una donna fredda dal sorriso glaciale, civetta, orgogliosa, egoista, con grandi occhi grigi dallo sguardo limpido e ghiacciato come il cristallo. Ha tutte le avidità, i capricci e le impazienze nervose di una natura selvaggia e di una civiltà raffinata. Verga continuamente definisce ‘selvaggi’ i suoi atteggiamenti o le sue espressioni, ma in realtà di selvaggio c’è ben poco. Quando, alla fine del romanzo, dopo una lunga lontananza, la contessa morente manda a chiamare Giorgio per un ultimo incontro, le sue parole, che pure hanno l’enfasi di un feuilleton, sono casalinghe e banali: «Hai preso moglie?... Ami cotesta donna?... Dimmi che non ami questa donna!... Dimmi che ami me sola... No! quella donna... quella donna ch’è sempre lì fra di noi!...No! no!». Lo spirito del romanzo vuole essere addirittura edificante, perché alla figura dell’amante, con i suoi impeti passionali bruschi e violenti, con il suo cuore di ghiaccio e l’immaginazione ardente, è contrapposta la moglie Erminia, donna affettuosa, sensibile e leale. Ma le circostanze drammatiche sono più dette con parole forti e situazioni inventate, che non rappresentate con scene concrete e credibili. La Ferlita vive pacificamente con la moglie e il figlioletto, quando la contessa, che è in fin di vita in un albergo nelle vicinanze del suo paese, lo manda a chiamare. Lui va di nascosto, ma proprio durante la sua assenza il suo bambino si ammala di difterite ed è sul punto di morire. Questo provocherà una dolorosa crisi di coscienza nell’animo del padre, diviso fra la moglie e l’amante e preda di molti ondeggianti rimorsi. Alla fine, La Ferlita, vinto dalla serenità e dalla limpidezza della moglie, si riconcilierà con lei e col figlio miracolosamente guarito. Dopo molti pianti, malattie e malori, vivranno felici e contenti per tutta la vita.
domenica 16 agosto 2026
Giovanni Verga. Tigre reale. Oscar Mondadori, 1970
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