Questo smilzo libretto contiene alcune conferenze e saggi del più misconosciuto storico della Rivoluzione francese (così l’ha definito François Furet). Cochin era uno di
quei convinti cattolici per i quali
cultura e vita morale vanno strettamente insieme e si alimentano reciprocamente;
il suo punto di vista di studioso, però, era assolutamente laico. Tuttavia egli
rimane sconosciuto o dimenticato. Non credo che la ragione sia la sua morte precoce nella
prima guerra mondiale, prima di poter scrivere un opus magnum che ne
consacrasse il nome nell’ambiente accademico; credo piuttosto che sia stato
rimosso dal dibattito storico a causa dei suoi brevi testi di critica al
giacobinismo, che, con una prosa serrata, risplendono di una intelligenza abbagliante,
pieni di acute analisi sociologiche e di immagini ironiche e fulminanti. Cochin
polemizza con F. A. Aulard (1849-1928), acclamato storico della Rivoluzione.
Questo studioso tutto favorevole ai rivoluzionari, aveva cercato di demolire ‘con
il piccone e la zappa’ l’opera antigiacobina di Hippolyte Taine “Le origini della
Francia contemporanea”, affermando che la sua erudizione è inconsistente e che egli
non ha aggiunto nulla agli opuscoli monarchici della Restaurazione. Cochin
prima smonta tecnicamente le critiche di Aulard, e poi fa una lunga serie di
considerazioni storiche. Senza l’opera di Hippolyte Taine, scrive, noi saremmo
ancora alle “generose illusioni del 1789”, agli “eccessi” del 1793, a questa
letteratura storica misurata, di buon senso, liberale, che da cent’anni a poco
a poco corregge, abbiglia, attenua un ricordo sconvolgente, crescendo sulla
Rivoluzione come il muschio sulle rovine. Taine e Aulard usano fonti assai
diverse. Aulard scarta le memorie, le corrispondenze, le storie locali.
Utilizza solo gli autori e le fonti patriottiche: verbali di associazioni
rivoluzionarie, atti e corrispondenza del governo, propaganda patriottica,
opuscoli, discorsi, petizioni, circolari, giornali patriottici. Mentre Taine
affronta la Rivoluzione sul fatto, nella pratica e rovescia i princìpi per
provarne l’astrattezza e la retorica, Aulard è proprio ai princìpi e alla loro facciata
ufficiale che bada. Taine vuole scendere fino all’anima del popolo vero, Aulard
invece annota i gesti del partito popolare. Taine fa la storia dell’opinione
secondo ciò che effettivamente accade, Aulard costruisce la sua storia sulla base
di ciò che si pubblica. L’uno si rivolge agli esseri reali, ai francesi del
1789, l’altro si rivolge a un’astrazione come i Diritti dell’Uomo, a finzioni
come il Popolo sovrano e la Volontà generale. Quello di Aulard è un lavoro di
“Difesa repubblicana”. Questa repubblica viene considerata dai rivoluzionari
come l’incarnazione del Popolo libero e sovrano, che è però molto diverso dal
popolo reale, una pura astrazione. La libertà di principio attribuita al
Popolo sovrano non è di questo mondo, e quindi non può essere salvaguardata se
non con la frode e la forza. E’ nata in un mondo a parte, il mondo delle
società di pensiero, logge, club, società popolari, ecc. che costituiscono la
Piccola Città, una piccola repubblica perfettamente democratica, isolata e
chiusa, dove si fa una politica lontana dagli affari, si costruisce una morale
lontana dall’azione, dove tutto il bagaglio della vita reale (esperienza,
credenze, interessi, doveri) non deve entrare. Nella Piccola Città si viene
solo per pensare ed elaborare teorie, non per agire e vivere. Solo qui possono
prosperare le chimere di Jean-Jacques Rousseau che fuori, nel mondo reale, saranno
sempre in pericolo. E’ per questo che la patria giacobina, per conservarsi,
deve essere sempre sulla difensiva: al primo allentamento della sorveglianza e
della costrizione, la folla tornerebbe spontaneamente agli ‘interessi
particolari’, cioè alla vita reale. Il popolo vero, dice Cochin, ha la libertà
di una locomotiva sui binari. Nella storia ufficiale di Aulard, tutta basata su
fonti patriottiche, c’è una spiegazione per ogni episodio, per ogni massacro,
per ogni atto del Popolo. La causa dell’attacco alla Bastiglia? i movimenti
delle truppe. Le giornate di ottobre? la cena delle guardie del corpo. I
massacri di settembre? l’arrivo dei prussiani a Verdun. La guerra ai preti e ai
nobili? la loro cospirazione. Non una parola sulla ghigliottina, sulle
fucilazioni e gli affogamenti in Vandea. Lione si rivolta? è gelosia contro la
capitale. Taine ha rovesciato l’idolo rappresentato dal Popolo, il gran
feticcio della Rivoluzione. La sua opera rimarrà come un esempio di libertà di
spirito e di probità intellettuale, un modello di storia sincera. Il merito di
Aulard sarà invece quello opposto: un magistrale documento di ortodossìa
giacobina. Il lungo saggio su Aulard e Taine è solo una esemplificazione: una
verifica pratica delle lucide analisi che Cochin fa, nelle altre parti del
libro, dello spirito giacobino e dei suoi metodi di potere. Io, però, non mi
dilungo oltre. Sottolineo solo il valore profetico sia di Taine che di Cochin:
i personaggi descritti nelle loro opere circolano ancora fra noi. Il
giacobinismo non è mai morto: ha attraversato l’Ottocento, il nostro cattivo
Risorgimento e il Novecento. I suoi metodi insinuanti sono praticati
ancora oggi, non più per i ‘nobili scopi’ della politica, ma,
modestamente, solo per occupare posti di potere nella società. Per chi ricorda
che nell’Unione Sovietica, negli anni bui dello stalinismo, bisognava avere un
viso dall’espressione serena e possibilmente soddisfatta per non passare dei
guai come nemico del Popolo, sarà forse una sorpresa apprendere che, invece, al
tempo del governo giacobino bisognava avere un’aria preoccupata, perché la
preoccupazione era il segno stesso del patriottismo. Chi appariva spensierato era
sospetto.
martedì 3 marzo 2026
Augustin Cochin (1876-1916). Lo spirito del giacobinismo. Le 'società di pensiero' e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese. Tascabili Bompiani, 1989
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