martedì 3 marzo 2026

Augustin Cochin (1876-1916). Lo spirito del giacobinismo. Le 'società di pensiero' e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese. Tascabili Bompiani, 1989

Questo smilzo libretto contiene alcune conferenze e saggi del più misconosciuto storico della Rivoluzione francese (così l’ha  definito François Furet). Cochin era uno di quei  convinti cattolici per i quali cultura e vita morale vanno strettamente insieme e si alimentano reciprocamente; il suo punto di vista di studioso, però, era assolutamente laico. Tuttavia egli rimane sconosciuto o dimenticato. Non credo  che la ragione sia la sua morte precoce nella prima guerra mondiale, prima di poter scrivere un opus magnum che ne consacrasse il nome nell’ambiente accademico; credo piuttosto che sia stato rimosso dal dibattito storico a causa dei suoi brevi testi di critica al giacobinismo, che, con una prosa serrata, risplendono di una intelligenza abbagliante, pieni di acute analisi sociologiche e di immagini ironiche e fulminanti. Cochin polemizza con F. A. Aulard (1849-1928), acclamato storico della Rivoluzione. Questo studioso tutto favorevole ai rivoluzionari, aveva cercato di demolire ‘con il piccone e la zappa’ l’opera antigiacobina di Hippolyte Taine “Le origini della Francia contemporanea”, affermando che la sua erudizione è inconsistente e che egli non ha aggiunto nulla agli opuscoli monarchici della Restaurazione. Cochin prima smonta tecnicamente le critiche di Aulard, e poi fa una lunga serie di considerazioni storiche. Senza l’opera di Hippolyte Taine, scrive, noi saremmo ancora alle “generose illusioni del 1789”, agli “eccessi” del 1793, a questa letteratura storica misurata, di buon senso, liberale, che da cent’anni a poco a poco corregge, abbiglia, attenua un ricordo sconvolgente, crescendo sulla Rivoluzione come il muschio sulle rovine. Taine e Aulard usano fonti assai diverse. Aulard scarta le memorie, le corrispondenze, le storie locali. Utilizza solo gli autori e le fonti patriottiche: verbali di associazioni rivoluzionarie, atti e corrispondenza del governo, propaganda patriottica, opuscoli, discorsi, petizioni, circolari, giornali patriottici. Mentre Taine affronta la Rivoluzione sul fatto, nella pratica e rovescia i princìpi per provarne l’astrattezza e la retorica, Aulard è proprio ai princìpi e alla loro facciata ufficiale che bada. Taine vuole scendere fino all’anima del popolo vero, Aulard invece annota i gesti del partito popolare. Taine fa la storia dell’opinione secondo ciò che effettivamente accade, Aulard costruisce la sua storia sulla base di ciò che si pubblica. L’uno si rivolge agli esseri reali, ai francesi del 1789, l’altro si rivolge a un’astrazione come i Diritti dell’Uomo, a finzioni come il Popolo sovrano e la Volontà generale. Quello di Aulard è un lavoro di “Difesa repubblicana”. Questa repubblica viene considerata dai rivoluzionari come l’incarnazione del Popolo libero e sovrano, che è però molto diverso dal popolo reale, una pura astrazione. La libertà di principio attribuita al Popolo sovrano non è di questo mondo, e quindi non può essere salvaguardata se non con la frode e la forza. E’ nata in un mondo a parte, il mondo delle società di pensiero, logge, club, società popolari, ecc. che costituiscono la Piccola Città, una piccola repubblica perfettamente democratica, isolata e chiusa, dove si fa una politica lontana dagli affari, si costruisce una morale lontana dall’azione, dove tutto il bagaglio della vita reale (esperienza, credenze, interessi, doveri) non deve entrare. Nella Piccola Città si viene solo per pensare ed elaborare teorie, non per agire e vivere. Solo qui possono prosperare le chimere di Jean-Jacques Rousseau che fuori, nel mondo reale, saranno sempre in pericolo. E’ per questo che la patria giacobina, per conservarsi, deve essere sempre sulla difensiva: al primo allentamento della sorveglianza e della costrizione, la folla tornerebbe spontaneamente agli ‘interessi particolari’, cioè alla vita reale. Il popolo vero, dice Cochin, ha la libertà di una locomotiva sui binari. Nella storia ufficiale di Aulard, tutta basata su fonti patriottiche, c’è una spiegazione per ogni episodio, per ogni massacro, per ogni atto del Popolo. La causa dell’attacco alla Bastiglia? i movimenti delle truppe. Le giornate di ottobre? la cena delle guardie del corpo. I massacri di settembre? l’arrivo dei prussiani a Verdun. La guerra ai preti e ai nobili? la loro cospirazione. Non una parola sulla ghigliottina, sulle fucilazioni e gli affogamenti in Vandea. Lione si rivolta? è gelosia contro la capitale. Taine ha rovesciato l’idolo rappresentato dal Popolo, il gran feticcio della Rivoluzione. La sua opera rimarrà come un esempio di libertà di spirito e di probità intellettuale, un modello di storia sincera. Il merito di Aulard sarà invece quello opposto: un magistrale documento di ortodossìa giacobina. Il lungo saggio su Aulard e Taine è solo una esemplificazione: una verifica pratica delle lucide analisi che Cochin fa, nelle altre parti del libro, dello spirito giacobino e dei suoi metodi di potere. Io, però, non mi dilungo oltre. Sottolineo solo il valore profetico sia di Taine che di Cochin: i personaggi descritti nelle loro opere circolano ancora fra noi. Il giacobinismo non è mai morto: ha attraversato l’Ottocento, il nostro cattivo Risorgimento e il Novecento. I suoi metodi insinuanti sono praticati ancora oggi, non più per i ‘nobili scopi’ della politica, ma, modestamente, solo per occupare posti di potere nella società. Per chi ricorda che nell’Unione Sovietica, negli anni bui dello stalinismo, bisognava avere un viso dall’espressione serena e possibilmente soddisfatta per non passare dei guai come nemico del Popolo, sarà forse una sorpresa apprendere che, invece, al tempo del governo giacobino bisognava avere un’aria preoccupata, perché la preoccupazione era il segno stesso del patriottismo. Chi appariva spensierato era sospetto.

 

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