lunedì 26 ottobre 2026

'La roba' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

‘La roba’ è forse, assieme a ‘Cavalleria rusticana’, la novella più nota di Verga. E’ una favola fuori del tempo, che racconta in poche pagine intense la storia di Mazzarò. Costui, accolto, da ragazzo, nudo e crudo e per carità, nella fattoria di un barone, riesce a mettere insieme una proprietà terriera sconfinata, usando la sua testa, che era come un brillante. Nelle terre che ora gli appartengono, lui ‘veniva prima da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano’. Anche il protagonista della novella ‘Il Reverendo’ si era arricchito cominciando da ragazzo a fare i lavori più vili nel convento dove lo avevano accolto per carità. Ma quel racconto, concretamente realistico, descrive anche il modo con cui il Reverendo si arricchisce, la natura dei suoi affari, le istituzioni con cui si allea, il legame che ha con il giudice e il capitano d’armi e il declino del suo prestigio sociale dopo l’Unità d’Italia. ‘La Roba’, invece, narra una vicenda, si può dire, purissima, che si potrebbe svolgere in un tempo e in un luogo qualsiasi, anche in un paese immaginario, perché descrive in modo poetico una patologia dell’uomo: l’ambizione, l’avidità, la crudele avarizia, e infine l’esito drammatico del suo egoismo. Quando Mazzarò sente che deve morire e lasciare tutto quello che ha conquistato, esce nel cortile come un pazzo, barcollando, e comincia ad ammazzare a bastonate le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: «Roba mia, vientene con me!». Per questa conclusione dolorosa e immorale a cui l’amore per la ‘roba’ può portare, il racconto può essere considerato una parabola lirica. Già dall’inizio del racconto si respira un’aria favolosa senza tempo. Il viandante che cammina, in una vasta zona della provincia di Catania, lungo campi di stoppe riarse, aranceti sempre verdi, boschi di sugheri, pascoli deserti, ‘‘se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora che i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: «Qui di chi è?», sentiva rispondersi: «Di Mazzarò»’’. Ancora il viandante ‘cammina e cammina’ (proprio come in una favola), passa davanti a una fattoria grande come un paese, con magazzini che sembrano chiese, attraversa vigne, uliveti e campi, incontra lunghe file di aratri e ‘le immense macchie biancastre di mandrie’. Tutta roba di Mazzarò. ‘Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo, nel bosco’. Camminando per le sue terre sterminate, si poteva immaginare che Mazzarò fosse un gigante, invece era un ometto che non gli avreste dato un baiocco, e benché fosse ‘ricco come un maiale’, mangiava appena due soldi di pane e un pezzetto di formaggio. Non beveva vino, non fumava, non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. L’unica donna che avesse avuto ‘sulle spalle’, era stata sua madre, che gli era costata anche dodici tarì quando l’aveva seppellita. A Mazzarò non importava il denaro; lui amava solo la roba e usava il denaro per comprare altra terra. Però sapeva, per averlo provato, quanto fosse duro guadagnare ‘i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva quattordici ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento’. Mazzarò non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Lui era fatto per la roba, e la roba era fatta per lui, perché la roba vuole stare con chi sa tenerla e non la sciupa. Indubbiamente Mazzarò è un personaggio straordinario ed evoca i grandi avari creati da Balzac e da Dickens. Tuttavia nell’atmosfera di favola in cui si muove, Mazzarò, come uomo, è un personaggio statico e poco interessante, che non ha assunto il significato emblematico di papà Grandet o di Gobseck o di Scrooge, personaggi di Balzac e di Dickens. Dell’eroe verghiano sono descritte le azioni passate, ma lui nel racconto non agisce, se non con quell’ultimo gesto disperato di ammazzare i suoi animali a bastonate. E’ un personaggio forte per ciò che ha realizzato, ma separato dalle sue proprietà, non è più nulla.

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