La novella ‘Primavera’ sembra la continuazione dei romanzi mondani del Verga; però questa volta l’amore fra Paolo e la Principessa non si svolge più nell’ambiente signorilmente erotico degli altri amori, ma in un contesto di piccolissima borghesia. Lui è un giovane squattrinato di venticinque anni che spera di farsi un nome come musicista; lei una commessa di negozio carina, figlia di un modestissimo impiegato delle ferrovie e di una ricamatrice. All’inizio il loro amore sembra allegro e romantico. Passeggiano a braccetto e si divertono a contare i sassi. Lei è una ragazza un po’ ‘superbiosetta’: nella modisteria dove lavora, ‘un po’ le belle vesti che vedeva, un po’ le belle parole che le dicevano, un po’ l’esempio, un po’ la vanità, un po’ la facilità, un po’ le sue compagne’ l’hanno spinta a cedere già una volta alle richieste di un giovanotto. Però possiede in fondo una gran rettitudine di cuore, ed è sinceramente innamorata di Paolo. Ma Paolo non ha un soldo e corre inutilmente ‘dietro le larve dei suoi sogni d’artista e della sua ambizione giovanile’. Il loro legame non è fatto per durare. Lui accetta l’offerta, per quattromila lire l’anno, di suonare il piano per i caffè e i concerti americani, e parte. La Principessa rimane sbalordita e sconvolta. Il loro amore finisce ‘alla stazione, al momento della partenza, nell’ora amara dell’addio affrettato, distratto, senza pudore, senza espansione e senza poesia, fra la ressa, l’indifferenza, il frastuono e la folla della partenza’. La Principessa segue Paolo come un’ombra, senza aprir bocca, bianca come un cencio. Paolo al contrario è tutto sossopra e ha un’aria affaccendata. Si stringono la mano in fretta davanti a un mondo di gente che spinge per entrare nella sala d’aspetto. Verga compiange la ragazza e ha qualche parola di disprezzo per le velleità del ‘povero grande artista da birreria’. La prosa è semplice e concreta, adeguata a questo ambiente di piccolissima borghesia, dove il fallimento di ogni sogno sembra un destino inevitabile.


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