Rileggo le novelle del Verga. ‘’Nedda’’ mi sembra una novella perfetta: descrizione asciutta tutta di cose concrete, con dialoghi brevissimi, pieni di verità e di poesia. Il paesaggio, freddo e piovoso oppure abbellito dal canto e dal volo degli uccelli, fa da sfondo necessario, come nei quadri religiosi del Rinascimento, alla vicenda di Nedda, questa povera creatura in primo piano. L’unica osservazione fatta dall’autore, estraneo ma partecipe, è sulle mani di Nedda, ‘costrette ad un’aspra fatica di tutti i giorni’, e sui suoi piedi, ‘abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole’, che ‘avrebbero potuto esser belli’. Giacomo Debenedetti, critico celebre, ha scritto di Nedda che ‘l’umiliazione fa talmente parte della sua natura, che non è più stato d’animo di cui sia consapevole, è un modo di essere , di cui non aspira a prendere coscienza’. Ma come potrebbe Nedda aspirare a prendere coscienza della propria condizione e della prepotenza dei ricchi e potenti, che, anche quando vorrebbero essere generosi (come il figlio del padrone, all’inizio del racconto), non possono farlo per non rompere la legge della solidarietà fra padroni? Qui tutti i rapporti sociali sono fatalmente duri e immutabili, prima che per la visione pessimistica di Verga, per la realtà storica di quell’epoca (e, per quanto possiamo sperimentare, non solo di quell’epoca, ma anche della nostra). Chiedere a Nedda di prendere coscienza della propria condizione sembra l’osservazione di un critico marxista d’antan, come andava di moda negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nonostante la sua esistenza povera ed elementare, Nedda ha una vita morale con principi sani: ama la mamma e la soccorre, lavora senza risparmiarsi, vuole restituire le dieci lire prestate da zio Giovanni (l’unica luce di bontà), si comporta col fidanzato Janu in un modo candido e semplice, quando le nasce una bambina, decide di non affidarla alla Ruota dei trovatelli, nonostante la povertà e la morte di Janu. Di Debenedetti mi sembra riduttiva e antiquata anche l’osservazione che nel racconto ci sia ‘una denunzia delle condizioni del bracciante siciliano’ e soprattutto che Verga abbia scritto con ‘la volontà di ottenere il patetico, il compassionevole, il lacrimoso, mostrando spettacoli di desolazione’, eccetera. Di patetico e lacrimoso, non mi sembra che nella novella ce ne sia molto. La desolazione nasce dalle cose, ma c’è anche una scintilla di virtù.
martedì 15 settembre 2026
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