Leggere ‘Cavalleria rusticana’ è come guardare una meraviglia della natura: nella sua brevità appare compatta e spontanea come una roccia, e nello stesso tempo raccoglie in un quadro poetico tanti motivi della vita nelle campagne siciliane dopo l’Unità d’Italia. La gelosia e l’onore, il cuore del racconto, rappresentano motivi che non hanno mai smesso di tenere l’animo umano in uno stato di eccitazione, e in questo racconto appaiono come leggi eterne che si rispettano senza discutere. La lingua è concreta, ogni parola è essenziale come ciascun singolo mattone di una casa. E il senso di appagamento che prova il lettore assomiglia al piacere che può dare la vista di un edificio, o anche solo di un muro, ben costruito. E’ importante ciò che dice Turiddu confrontandosi col rivale Alfio, che ha ben quattro muli nella stalla. ‘Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone nel tempo ch’ero soldato’. Non sembra possibile, come sostiene Luigi Russo, che Verga aderisse con intima convinzione al movimento unitaristico piemontese. Il nuovo governo dei Savoia, dopo il 1861, aveva introdotto la coscrizione obbligatoria per cinque anni, che mandava sul lastrico le famiglie contadine già povere, come quella di compare Turiddu. La vena sensuale, che nei romanzi mondani era onnipresente ed espressa con grande scialo di paroloni, qui si è contratta e irrobustita e ridotta a poche frasi brevi, intense e di contenuta violenza: ‘Uh! che vi mangerei cogli occhi’; ‘Per la Madonna che ti mangerei come il pane!’. Un altro elemento fondamentale è la presenza continua dei vicini di casa, a cui nulla sfugge e che giudicano tutto quello che vedono. Che cosa possono rappresentare i ‘vicini’ se non il mondo intero? Sono loro che rendono valida la legge dell’onore e la mantengono in piedi; ed è per loro, in fondo, che Alfio e Turiddu si scontrano in un duello mortale. Questo duello, con il rituale del bacio che lo precede, ha qualcosa di antico e di nobile, e anche il gesto vile di compar Alfio, che vince grazie a una manciata di polvere gettata negli occhi dell’avversario, fa parte di una coreografia antica.
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