
La prima cosa che colpisce in questo racconto è lo stile nuovo, mai visto nelle precedenti novelle. Verga scrive in una prosa sincopata che dà una impressione di immediatezza e di velocità. La folla inferocita si muove come il mare in tempesta; spumeggia e ondeggia davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicano. I contadini urlano il loro odio contro il barone, che li faceva frustare dai suoi campieri; contro il prete, prete del diavolo, che ha succhiato l’anima alla povera gente; contro lo sbirro, che è stato severo solo con chi non aveva niente; contro il guardaboschi, che ha venduto l’anima ai padroni per due tarì al giorno. Le scene di violenza della folla sono descritte con parole che hanno l’efficacia e la velocità di un film. ‘‘Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede’’. Una sorte ben peggiore tocca a don Paolo, che torna dalla vigna sul suo somaro. La moglie lo vede cadere dinanzi al portone di casa. ‘‘Il primo [assalitore] lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello’’. Il notaio viene massacrato e suo figlio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro, viene travolto dalla folla: ‘‘il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e gliel’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia con le mani. Non voleva morire, no... Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni - e tremava come una foglia’’. Nella esaltazione del massacro, non si pensava più alla fame, alle bastonate, ai soprusi sofferti, ma si era spinti solo dall’odio per i signori, per tutti i ‘cappelli’. Le donne erano le più feroci e si accanivano contro le signore eleganti. ‘‘Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d’inginocchiarti accanto alla povera gente!... Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d’oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure’’. Verga non ha alcuna simpatia per i signori e comprende i patimenti e l’odio della folla. Ma nelle sue descrizioni così espressive ed efficaci della violenza popolare il realismo del grande artista sembra intriso di un sadismo che Verga aveva già mostrato in qualche novella (per esempio, La Lupa). La scena dei contadini che ‘sbrandellavano’ sugli usci delle case e sui ciottoli della strada la carne dei signori a colpi di scure sembra tratta da un film horror. Altrettanto terribili sono le scene di violenza sulla baronessa e sui suoi figli. I ribelli ‘‘volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono’’.
Uno dei suoi figli viene calpestato: ‘‘gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati’’. Dopo questo delirio di violenza, i contadini cominciano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Il giorno dopo, domenica, si ritrovano sul sagrato della chiesa smarriti e sospettosi l’uno dell’altro, scontenti che non ci sia la messa domenicale. I galantuomini sono nascosti nelle loro case, e i contadini ora non sanno dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. L’indomani arrivano ‘a far giustizia’ i garibaldini al comando del generale famoso ‘che faceva tremare la gente’. I contadini non reagiscono e aspettano passivamente. Il generale ordina subito ‘‘che gliene fucilassero cinque o sei’’, i primi che capitavano. Così, solo per dare un esempio all’ingrosso, per raddrizzare il paese e rimetterlo sulle sue antiche gambe, per sfogare la sua naturale ferocia. Verga, così comprensivo dei patimenti e delle ragioni dei contadini, non sposa la loro protesta. I contadini sono troppo individualisti e la loro ribellione è soprattutto uno sfogo fisico del loro odio, che è scoppiato solo quando hanno ascoltato e preso per buone le promesse di liberazione e di libertà dei capi garibaldini. Inoltre, a rendere meno credibile la loro ribellione, c’è la presenza anche fra i contadini di ambiziosi arroganti, come Nino Bestia e Ramurazzo, che pretenderebbero di continuare le prepotenze dei ‘cappelli’. Dopo le fucilazioni ordinate dal generale, arrivano i giudici veri, ‘‘dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio’’. Il sarcasmo con cui Verga li descrive, che nella novella ‘I galantuomini’ sembrava superficiale e fazioso, qui è ben calibrato e giustificato. I contadini incarcerati vengono condotti in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Mentre gli ex ribelli stanno in carcere, al loro paese torna la normalità. I galantuomini non possono lavorare le loro terre con le proprie mani, e la povera gente non può vivere senza i galantuomini. Perciò fanno la pace. Ai compaesani in carcere ormai nessuno pensa più, tranne qualche madre e qualche vecchietto. Quando si tiene il processo, a rivedere i compaesani stipati nella gabbia degli accusati va quasi tutto il paese, come a una festa: testimoni, parenti, curiosi. La scena del processo descritta da Verga sembra una stampa satirica di Daumier: gli avvocati armeggiano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti; i giudici sonnecchiano dietro le lenti dei loro occhiali; i dodici giurati, tutti galantuomini, siedono stanchi e annoiati, grattandosi la barba o ciangottando fra loro. La sentenza è sfavorevole agli accusati. Uno di loro, mentre tornano a mettergli le manette, balbetta: ‘‘Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!’’. Con questa ultima frase della novella, Verga mette una pietra tombale sulle illusioni di libertà che accompagnarono l’impresa dei Mille e sulla retorica di vita nuova con cui i Savoia giustificarono la loro politica di conquista.

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