mercoledì 21 ottobre 2026

'Il Mistero' di Giovanni Verga. Da 'Tutte le novelle'. Oscar Mondadori, 1969

Il Sacro Mistero, che con la regia e lo sforzo organizzativo del pievano Don Angelino, viene rappresentato nella piazzetta della chiesa da attori contadini, è la Fuga in Egitto. Compare Nanni, piccolo di statura e accuratamente sbarbato, recita la parte di Maria Santissima, indossando una sottana di cotonina celeste imprestatagli dalla vedova comare Venera. La gente assiste allo spettacolo con grande partecipazione e si immedesima nell’azione, perché i gesti e il comportamento dei personaggi evocano e ricordano le vicende dolorose che ciascuno ha vissuto. Quando appare la Madonna portando in collo Gesù Bambino, che è il figlio di comare Menica, e dice ai ladri che vogliono rapirlo per portarlo a Erode: ‘Ecco il mio sangue!’, la gente si picchia il petto coi sassi e tutti gridano insieme: ‘Miseremini mei, Vergine Santa!’. Il ruolo di ladri è impersonato da Janu e mastro Cola, due uomini che avevano veramente un cuore di sasso: scelta naturale di Don Angelino, duro e avido come loro. I due furfanti sono talmente rozzi che hanno dimenticato la parte e devono aspettare le battute suggerite dal pievano, nascosto dietro una tenda. Poi entra in scena San Giuseppe, e comincia la finzione della fuga della Sacra Famiglia inseguita dai due rapitori. Il pubblico si emoziona. Comare Filippa, vedendo San Giuseppe inseguito dai ladri peggio di un coniglio, pensa a suo marito quando era inseguito dai gendarmi ed era arrivato a casa tutto trafelato, e le aveva detto: ‘Dammi un sorso d’acqua. Non ne posso più!’. Comare Filippa piange ora come una fontana. Il marito era stato condannato per avere ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna, che gli rubava i fichidindia. In carcere, prima del processo, i capelli gli erano diventati tutti grigi; e quando ‘se l’erano portato via per mare, legato coi compagni di galera, a resta come le cipolle, si era voltato a guardarla per l’ultima volta’. E di lui non si è saputo più nulla. Ora comare Filippa è in ginocchio e piange. ‘Ella sola poteva sapere che razza di angoscia doveva esserci nel cuore della Madonna, in quel momento che i ladri erano lì lì per agguantare San Giuseppe pel mantello’. Per paura che ci riuscano davvero, le comari si mettono a strillare e gli uomini a lanciare sassi ‘per rompere il grugno a quei due birbanti di Janu e di compare Cola’. Don Angelino, invece, esortava a lasciarli fare, perché così era detto nella parte, che aveva inventata e scritta lui. Il pievano, infatti, era un uomo che ‘avrebbe messo Cristo in croce colle sue mani per chiappargli i tre tarì della messa’; secondo alcuni, aveva organizzato il Mistero perché, ornando la scena con tanti rami d’albero, si era fatta la provvista della legna e per incamerare i soldi delle elemosine. Nel finale di questo brevissimo racconto, la prospettiva si rovescia. Nella prima parte, la gente comune si commuove davanti ad un Sacro Mistero che, nella finzione, rappresenta il ricordo o il timore delle sue sventure. Nella seconda parte, il sacro mistero è vissuto da una madre reale, in carne ed ossa, che piange disperata il figlio morto ammazzato, mentre la gente è indifferente. Compare Nanni e mastro Cola frequentano la vedova Venera, che ha capricci d’amore. Ma Nanni, che non conosce il suo rivale, gli tende una trappola di notte. ‘Nanni aspettava, nell’ombra, solo in mezzo alla piazza tutta bianca di luna, e in un silenzio che si udiva suonare ogni quarto d’ora l’orologio di Viagrande, e il trotterellare dei cani che frugavano col muso nella spazzatura’. Quando Nanni vede un’ombra alla porta di comare Venera, tira una schioppettata, e mastro Cola cade gridando: ‘ Mamma mia! Mi hanno ammazzato!’. ‘Soltanto la madre, all’udir la schioppettata, si sentì colpita nelle viscere, e corse come si trovava, a raccattare Cola dall’uscio della vedova, gridando: «Figlio mio! figlio mio!» [...] Buttata lì davanti a quel lettuccio come un sacco di cenci, disfatta, diventata decrepita tutta in una volta, coi capelli grigi, pendenti di qua e di là della faccia. Non vedeva altro che quegli occhi appannati del figliuolo e quel naso affilato’. Fuori splende il sole e il raccolto è stato buono. 'Nella sua casa sola si piangeva! ora che tutti erano contenti!'. Verga, che pure dà un nome a tutti i suoi personaggi, anche a quelli che appaiono solo per un attimo, lascia senza nome questa donna, che è solo una madre che piange il figlio morente, come una madonna addolorata. La pietà di Verga è quasi superata dal suo sarcasmo amaro e quasi feroce. Tutto il paese gioca al lotto i numeri di quel fatto di sangue. Solo comare Venera vince l’ambo; e avrebbe preso il terno, se avesse giocato anche il numero del sangue che mastro Cola ferito aveva versato sulla piazzetta. Compare Nanni, l’assassino, dopo molto girovagare, viene preso, processato e portato di là dal mare. Verga l’accompagna con quest’ultima considerazione piuttosto cinica: ‘Se non avesse pensato di farsi prestare dalla «scomunicata» (come ora chiamavano comare Venera) la gonnella celeste per fare la Beata Vergine!’.

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