Le lezioni di Francesco De Sanctis su Manzoni, tenute a Napoli nel 1872, non sono un granché come stile, perché si sviluppano con il ritmo domanda-risposta, come un catechismo. Però queste lezioni sono piene di belle intuizioni, tuttora valide, sia delle grandi qualità artistiche che dei difetti di Manzoni (magari ne dimentica qualcuno: per es. la prosa spesso cantilenante per sovrabbondanza di aggettivi). Tuttavia, nonostante la sua consapevolezza critica, De Sanctis procede imperterrito alla incoronazione di Manzoni come lo scrittore nazionale e popolare della nuova Italia, e scrive che la sua ‘è una concezione eminentemente patriottica, eminentemente democratica, eminentemente religiosa’, e che questa concezione appartiene alla regione della verità, ‘di quella verità che può veramente rigenerare il popolo’. Lasciando stare la parte religiosa di quella concezione, mi sembra che De Sanctis dia una interpretazione forzata sia del suo patriottismo che del suo spirito democratico. ‘E’ eminentemente patriottica, scrive il critico, non perché l’autore, come fece dopo il Guerrazzi, vi parlasse di patria e di nazionalità [...] ma perché Manzoni, ora che espone quella dominazione, quei costumi, quei mali, lo fa con sì profonda analisi e sentimento di ciò che è opprimente in quello stato, che la conchiusione non può non esser chiara per gl’Italiani’. Sarebbe questo il patriottismo? La descrizione del regime oppressivo di quella società secentesca è magnifica ed efficace, ma non basta a suscitare un sentimento patriottico, tanto più che Manzoni non ha fiducia nella coscienza politica delle masse popolari ed è ben lontano anche solo dall’immaginare che esse possano ribellarsi per raggiungere uno scopo comune. ‘Egli dava il quadro senza parola; continua De Sanctis, ma quando vennero il Guerrazzi e gli altri con la parola, il quadro era fatto’. Ma che cosa vuole dire De Sanctis: vuole forse completare e migliorare Manzoni col Guerrazzi? Il suo ragionamento sul patriottismo mi sembra una forzatura inaccettabile. Riguardo all’altro aspetto dei Promessi Sposi, il critico napoletano scrive che la sua concezione è ‘eminentemente democratica, perché è il primo esempio di un romanzo di cui sieno protagonisti dei contadini, in cui entri il piccolo popolo come elemento essenziale’, ecc. ecc. Io non voglio sottovalutare la novità introdotta da Manzoni elevando due contadini analfabeti al ruolo di protagonisti di un’opera letteraria, però mi sembra esagerato osannarla come l’affermazione del moderno spirito democratico che ispirerebbe la nuova Italia risorgimentale. Manzoni ha certamente dato personalità vita e consistenza ai suoi umili popolani, ma già da tre secoli (per non risalire fino al Decamerone) ciabattini, mugnai, sarti, fornai e pescatori erano presenti nelle favole della letteratura europea. Vista da una particolare prospettiva, anche la vicenda di Renzo e Lucia è una storia che contiene gli ingredienti fondamentali delle favole classiche, tanto più che il suo carattere democratico non nasce dal mondo moderno ma dalla religione cristiana, e afferma che gli uomini sono uguali, più che davanti allo Stato, davanti a Dio. Manzoni ha, sì, un vivo sentimento della dignità della persona, però i suoi personaggi ideali, padre Cristoforo e il cardinale Federigo Borromeo, non fanno altro che predicare il perdono e la rassegnazione. E Manzoni stesso in prima persona scrive, già all’inizio del romanzo, che ‘tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi’.
giovedì 16 luglio 2026
Francesco De Sanctis (1817-1883). La letteratura italiana nel secolo XIX: Alessandro Manzoni, Laterza, 1962
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