Invece l’insuperabile e spontaneo realismo di Manzoni è altrove: nelle figure di don Abbondio, del conte zio e di altri personaggi di contorno, nella storia della monaca di Monza e dell’innominato, nelle scene della carestia, della sommossa di San Martino, della peste e dei monatti, della calata dei lanzichenecchi, in alcune descrizioni di paesaggio e di atmosfere. Sono queste le qualità che salvano il romanzo. Le scene di devozione (per esempio, Renzo fuggiasco che in una casupola abbandonata in riva all’Adda, dove passa una gelida notte, recita le orazioni sia al momento di addormentarsi che al risveglio), le lunghe prediche edificanti di padre Cristoforo, del cardinale, di padre Felice nel lazzaretto si leggono con fatica e di esse, salvo qualche sentenza isolata, come ‘l’amore è intrepido’, detta dal cardinale, non rimane niente. Un personaggio idealizzato come Lucia, che è sempre in lacrime, che supplica ripetutamente l’innominato, suo carceriere, di farla condurre non a casa dalla mamma, ma... ‘in qualche chiesa’, che fa voto di castità preoccupandosi solo della propria liberazione e non del suo promesso sposo, che ad ogni pur velato rimprovero oppone il patimento che ha provato, mi sembra autentica e simpatica solo in due fuggevoli momenti. Rapita dagli uomini dell’innominato e messa a forza in una carrozza, dopo varie esclamazioni e agitazioni, comincia a recitare il rosario, ma ‘ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente’. Questa sì, che è ingenua fede! L’altro momento è quando tutta la storia si avvia verso una felice conclusione, e i due promessi sposi si rincontrano, e Lucia chiede a occhi bassi, senza scomporsi: ‘Vi saluto; come state?’. Questa semplicità piena di pudore è così vera e suscita simpatia. L’asciutto e acuto realismo non è l’unico registro della grande prosa manzoniana. In questa lunga descrizione di paesaggio c’è una sensibilità che io definirei baudelairiana, capace cioè di rispondere alle più leggere vibrazioni. «Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, muoversi un ramo d’albero, né un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava in giù con l’ali tese, come per rasentare il terreno del campo; ma sbigottita da quel brulichìo, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri di burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa». Secondo Russo (cito lui soltanto per la circostanza accidentale di aver letto il suo commento) nei Promessi Sposi ‘la luce di Dio non piove soltanto per i privilegiati ab aeterno dalla grazia, ma ce n’è per tutti, e un barlume di essa non è negato a nessuno dei suoi personaggi, anche al più reprobo di essi’. Mi sembra una fortuna che parecchi protagonisti siano sfuggiti a questa ‘illuminazione’; altrimenti, invece che un romanzo drammatico, avremmo una sorta di libro Cuore. Russo scrive che ‘nei Promessi Sposi noi abbiamo questa alternativa di momenti lirici e di momenti di raccoglimento riflessivo o storico, e altri spunti di parenetica cattolica o di persuasione morale. Ma se di un atteggiamento fondamentale si deve parlare, bisogna pur dire che l’atteggiamento fondamentale è quello artistico’. Se questo fosse vero, però, non ci sarebbero tante scene fiacche, improbabili e noiose. Ne ricordo solo una. Renzo incontra nel lazzaretto padre Cristoforo, tornato dall’esilio di Rimini per mettersi al servizio dei malati di peste. Il frate lo sollecita a raccontargli le sue disavventure: ‘Ora dimmi quello che non so, dimmi di quella nostra poverina; e cerca di spicciarti, chè c’è poco tempo, e molto da fare, come tu vedi’. Renzo racconta e poi dice che vuole andare a cercare Lucia nel reparto delle donne. Padre Cristoforo: ‘Non sai, figliuolo, che è proibito d’entrarci agli uomini che non ci abbiano qualche incombenza?’. ‘Ebbene, cosa mi può accadere?’. A questa domanda padre Cristoforo risponde con un pistolotto lungo, ampolloso e inopportuno sulla giustezza di quella proibizione. Più sopra ho parlato di due Manzoni: l’artista e il cattolico. La mia era una definizione artificiosa, fatta solo per spiegarmi meglio. Naturalmente c’è un solo Manzoni, che è insieme, come dice Russo, ‘poeta e spirito meditativo ed oratore sempre nelle liriche, nelle tragedie e nel romanzo’. Ogni uomo ha naturalmente una personalità composita; e quanto più elevata è la sua vita intellettuale e spirituale, tanto più complesse e, spesso, eterogenee sono le parti che la compongono. Una armonia coerente e stabile fra tutte queste parti non riesco proprio a immaginarla, né posso immaginare che tutte le parti si equivalgano per valore e intensità. Riesco più facilmente a concepire che queste varie parti coabitino in modo più o meno concorde, più o meno difficile, e che a volte prevalgano il senso artistico e il sentimento della realtà, e altre volte lo scrupolo religioso e l’impegno morale. Per i motivi a cui ho già accennato, mi pare che la fede in Dio e il senso artistico non si compenetrino mai, o molto raramente, nei Promessi Sposi. E’ piuttosto il pessimismo cattolico che sembra essere il sostrato del sentimento che Manzoni ha della realtà. La descrizione del conte zio, per esempio, ha la crudezza, l’incisività e la forza satirica dei grandi scrittori russi. Il conte zio assomigliava a una di ‘quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega’. Ultimamente il suo credito, continua Manzoni, era salito alle stelle per un viaggio che aveva fatto alla corte di Madrid, dove, a sentir lui, era stato accolto trionfalmente. Addirittura, il primo ministro, conte duca d’Olivares, ‘l’aveva trattato con una degnazione particolare, e ammesso alla sua confidenza, a segno d’avergli una volta domandato, in presenza, si può dire, di mezza corte, come gli piacesse Madrid...’. Il conte zio invita a pranzo il padre provinciale dei cappuccini, per chiedergli di trasferire più lontano possibile padre Cristoforo. Attorno alla tavola sedevano parenti titolati, per mettere il religioso in soggezione, e alcuni clienti legati alla casa da un servilismo ereditario, i quali cominciavano dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima. Il pessimismo cattolico rende il realista Manzoni molto cauto nell’idealizzare chicchessia (eccetto quando prevale la sua vena oratoria e predicatoria di cattolico militante). Addirittura, per lui, i prepotenti e ‘tutti coloro che fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi’. Affermazione, questa, che sembra stravagante, ma si lega con quello che Manzoni pensa della folla quando è in rivolta, composta di individui ‘pronti alla ferocia e alla misericordia’. E in un altro luogo scrive: ‘La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio’, e subito dopo aggiunge, con un chiaro riferimento alla Rivoluzione francese: ‘In un paese e in un’epoca vicina, nell’epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a simili espedienti, ad onta de’ tempi tanto cambiati e delle cognizioni cresciute in Europa, e in quel paese forse più che altrove’. E ciò poté accadere, commenta, ‘principalmente perché la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano arrivate, poté far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare la mano a quelli che facevano la legge’. Ma Manzoni avrà creduto veramente che la gran massa popolare, quando è in agitazione per far valere qualche diritto o qualche bisogno, possa essere mite, ragionevole e rispettosa delle leggi grazie alle ‘cognizioni’? Io credo proprio di no, e mi pare che la sua frase sia piuttosto sorniona e ironica. Eppure Luigi Russo commenta: ‘Non potrebbe il Manzoni dichiarare più aperta la sua filosofia illuministica’. In conclusione, penso che I Promessi Sposi, romanzo complesso e faticoso, non sia un libro per ragazzi, da far leggere agli studenti delle superiori. La lettura obbligata a scuola fa soltanto odiare l’opera e il volume che la contiene, destinato a finire al più presto su una bancarella, sfigurato dagli scarabocchi.
martedì 23 giugno 2026
'I Promessi Sposi' di Alessandro Manzoni: un grande romanzo a metà (2^ parte)
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