giovedì 30 aprile 2026

Benjamin Constant (1767-1830). Adolphe. Garnier-Flammarion, 1965

Accanto a molti pregi, questo romanzo ha anche molti limiti. E' un romanzo astratto, dove tutto è detto ma niente è rappresentato attraverso situazioni concrete. Dei personaggi, solo il narratore acquista consistenza, perché può descrivere  ogni oscillazione dell’amore che prova per Ellénore. Il pregio del romanzo è in questa  costante e implacabile analisi, condotta con prosa limpida e oggettiva, che il protagonista fa dei propri sentimenti. Però anche l’autoanalisi di Adolphe ha dei limiti. Lui è lucido quando parla dell’amore e delle vanità, delle finzioni e dei sentimenti di oppressione che l’accompagnano, però  dimostra di non saper vedere, quando si dichiara sinceramente convinto di avere le capacità per cominciare una carriera prestigiosa che gli dia onore e gloria. “Non avendo mai utilizzato le mie forze, io le immaginavo illimitate”. Il barone di T***, amico del padre, gli conferma: “A voi sono aperte tutte le strade: le lettere, le armi, l’amministrazione”. Queste  convinzioni, dopo la morte di Ellénore, si riveleranno pure velleità ed egli non farà nulla delle cose che sognava di fare quando si sentiva oppresso dal suo amore. Le sue continue oscillazioni e la sua fondamentale debolezza lo rendono un antenato di quei personaggi di Čechov che sognano grandi imprese, fanno accesi discorsi sulle cose buone da realizzare, ma vivono soffocati nella pigrizia e nell’irresolutezza. Solo dopo la morte di Ellénore, Adolphe trova accenti di sincero dolore, però solo per se stesso. “Come mi pesava quella libertà che io avevo tanto rimpianto! Quanto mancava al mio cuore quella dipendenza che spesso mi aveva spinto a ribellarmi! Allora tutte le mie azioni avevano uno scopo; con ogni mio gesto ero sicuro di risparmiarle una pena o di darle una gioia: allora me ne lamentavo; mi irritava che un occhio amico scrutasse ogni mio gesto, che la felicità di un altro essere dipendesse dalle mie azioni. Nessuno ora osservava più quello che facevo; il mio operato non interessava a nessuno; nessuno esigeva più il mio tempo, le mie ore; nessuna voce mi richiamava quando stavo per uscire. Ero veramente libero, non ero più amato: ero diventato un estraneo per tutti”. Qui Adolphe è veramente umano e non più un prodotto convenzionale di una società aristocratica. L’amore di Ellénore, invece, non si sa di che cosa sia fatto, quali contenuti abbia; perciò è sorprendente e a volte fastidioso che sia sempre descritto come così grande da riempire tutta la vita. Ellénore vive unicamente dell’amore  di Adolphe: se lui cessa di amarla, lei non ha più ragione di vivere. La figura di Ellénore, “nobile e espressiva, energica e fiera”, sembra più un concetto, una idea generale, che non una persona viva. L’astrattezza dei personaggi e l’assenza di situazioni concrete rendono il romanzo più simile a un saggio che non ad una narrazione drammatica. Ne è una conferma l’attitudine e il gusto di Constant di comporre massime morali e ricavare dai propri casi personali verità psicologiche valide per tutti. Specialmente parlando di sé Adolphe esprime i sentimenti più veri (Rousseau aveva scritto: “Ascolto il mio cuore e conosco gli uomini”). Ellénore non è ancora morta, ma già Adolphe, con una tipica oscillazione, sente di essere afferrato dalla solitudine. “L’aria che respiravo mi sembrava più pesante, le facce degli uomini che incontravo più indifferenti; tutta la natura sembrava dirmi che fra poco non sarei più stato amato da nessuno”. Non ci sono qui episodi indimenticabili come la scena in cui Julien Sorel prende la mano di Madame de Rênal per saggiarne la disponibilità. L’analisi che Adolphe fa delle proprie incertezze è abbastanza ossessiva, alleggerita da poche descrizioni di paesaggio (visto sempre come proiezione dei propri sentimenti) e da alcuni bellissimi paragoni. La crisi fra i due amanti è già dichiarata, ma sopravvivono abitudini e ricordi “che in un attimo ci riportavano al passato e che ci riempivano di una tenerezza involontaria, come i lampi attraversano il buio della notte senza però dissiparlo”.


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