Accanto a molti pregi, questo romanzo ha anche molti
limiti. E' un romanzo astratto, dove tutto è detto ma niente è rappresentato attraverso
situazioni concrete. Dei personaggi, solo il narratore acquista consistenza, perché
può descrivere ogni oscillazione dell’amore
che prova per Ellénore. Il pregio del romanzo è in questa costante e implacabile analisi, condotta con
prosa limpida e oggettiva, che il protagonista fa dei propri sentimenti. Però
anche l’autoanalisi di Adolphe ha dei limiti. Lui è lucido quando parla dell’amore
e delle vanità, delle finzioni e dei sentimenti di oppressione che l’accompagnano,
però dimostra di non saper vedere,
quando si dichiara sinceramente convinto di avere le capacità per cominciare
una carriera prestigiosa che gli dia onore e gloria. “Non avendo mai utilizzato
le mie forze, io le immaginavo illimitate”. Il barone di T***, amico del padre,
gli conferma: “A voi sono aperte tutte le strade: le lettere, le armi,
l’amministrazione”. Queste convinzioni,
dopo la morte di Ellénore, si riveleranno pure velleità ed egli non farà nulla
delle cose che sognava di fare quando si sentiva oppresso dal suo amore. Le sue continue oscillazioni e la sua fondamentale debolezza lo
rendono un antenato di quei personaggi di Čechov che sognano grandi imprese,
fanno accesi discorsi sulle cose buone da realizzare, ma vivono soffocati nella
pigrizia e nell’irresolutezza. Solo dopo la morte di Ellénore, Adolphe trova
accenti di sincero dolore, però solo per se stesso. “Come mi pesava quella
libertà che io avevo tanto rimpianto! Quanto mancava al mio cuore quella
dipendenza che spesso mi aveva spinto a ribellarmi! Allora tutte le mie azioni
avevano uno scopo; con ogni mio gesto ero sicuro di risparmiarle una pena o di
darle una gioia: allora me ne lamentavo; mi irritava che un occhio amico scrutasse
ogni mio gesto, che la felicità di un altro essere dipendesse dalle mie azioni.
Nessuno ora osservava più quello che facevo; il mio operato non interessava a
nessuno; nessuno esigeva più il mio tempo, le mie ore; nessuna voce mi
richiamava quando stavo per uscire. Ero veramente libero, non ero più amato:
ero diventato un estraneo per tutti”. Qui Adolphe è veramente umano e non più
un prodotto convenzionale di una società aristocratica. L’amore di Ellénore,
invece, non si sa di che cosa sia fatto, quali contenuti abbia; perciò è
sorprendente e a volte fastidioso che sia sempre descritto come così grande da
riempire tutta la vita. Ellénore vive unicamente dell’amore di Adolphe: se lui cessa di amarla, lei non ha
più ragione di vivere. La figura di Ellénore, “nobile e espressiva, energica e
fiera”, sembra più un concetto, una idea generale, che non una persona viva. L’astrattezza
dei personaggi e l’assenza di situazioni concrete rendono il romanzo più simile
a un saggio che non ad una narrazione drammatica. Ne è una conferma
l’attitudine e il gusto di Constant di comporre massime morali e ricavare dai
propri casi personali verità psicologiche valide per tutti. Specialmente
parlando di sé Adolphe esprime i sentimenti più veri (Rousseau aveva scritto: “Ascolto
il mio cuore e conosco gli uomini”). Ellénore non è ancora morta, ma già
Adolphe, con una tipica oscillazione, sente di essere afferrato dalla
solitudine. “L’aria che respiravo mi sembrava più pesante, le facce degli
uomini che incontravo più indifferenti; tutta la natura sembrava dirmi che fra
poco non sarei più stato amato da nessuno”. Non ci sono qui episodi
indimenticabili come la scena in cui Julien Sorel prende la mano di Madame de Rênal
per saggiarne la disponibilità. L’analisi che Adolphe fa delle proprie
incertezze è abbastanza ossessiva, alleggerita da poche descrizioni di
paesaggio (visto sempre come proiezione dei propri sentimenti) e da alcuni
bellissimi paragoni. La crisi fra i due amanti è già dichiarata, ma
sopravvivono abitudini e ricordi “che in un attimo ci riportavano al passato e
che ci riempivano di una tenerezza involontaria, come i lampi attraversano il
buio della notte senza però dissiparlo”.
giovedì 30 aprile 2026
Benjamin Constant (1767-1830). Adolphe. Garnier-Flammarion, 1965
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