
Da alcuni mesi rileggo lentamente i racconti di Čechov nell’edizione della
Biblioteca universale Rizzoli. Alcune raccolte le ho commentate, altre (Il
fiammifero svedese, Uno scherzetto) no, per non ripetere cose già dette. Il
volume ‘Il monaco nero’ mi suggerisce, invece,
osservazioni in parte nuove. Čechov descrive i suoi personaggi, le case, l’abbigliamento e tutto ciò che
può avere un significato con una attenzione e uno scrupolo che, in apparenza, sembrano
appartenere a un antropologo o a un viaggiatore che venga da lontano a visitare
un paese sconosciuto. Sono nominati con una precisione sorprendente, per esempio, i piatti
che lo scrittore offre ai suoi personaggi, quando li mette a tavola. All’avvocato
Lìssevic’, nel racconto ‘Il regno delle donne’, “piace mangiar bene,
specialmente formaggi, tartufi, rafano grattugiato con olio di canapa, e a
Parigi, a suo dire, mangiò budella arrosto nemmeno lavate”. Anna Akìmovna, la
giovane e sensibile protagonista dello stesso racconto, beve una certa
infusione molto amara e assaggia un po’ di carne salata con la senape. Poi la
domestica serve una tacchina, mele in conserva e uva spina. “Dopo cena tolsero
dalla tavola la tovaglia e vi misero su dei piatti con panforti alla menta,
noci e uva passa”. La precisione di Čechov non è la meticolosità di uno
studioso che osservi quel mondo dall’esterno, ma è il segno di una presenza e di
una partecipazione sentimentale e, direi, anche fisica. Non importa all’autore
che quei riti domestici siano a volte sgradevoli e persino disgustosi. L’avvocato
Lìssevic’ “pregustava il pranzo, lo mangiava già mentalmente e si deliziava.
Quando poi Anna Akìmovna lo condusse a braccetto in sala da pranzo ed egli,
finalmente, si versò un bicchierino di vodca e si pose in bocca un pezzetto di
salmone, allora si mise perfino a far le fusa dal piacere. Masticava in modo
rumoroso, repellente, emettendo certi suoni dal naso, e i suoi occhi intanto
diventavano untuosi e pieni di bramosia”. Qui il modo di mangiare diventa
satira, mentre in altre occasioni è solo espressione di affabile convivialità.
Ma in ambedue i casi, l’amore di Čechov per i dettagli della vita quotidiana dice
quanto sia grande in lui il sentimento di essere russo, di appartenere, anche
se a volte dolorosamente, a quel mondo. All’altro capo della scala sociale,
rispetto all’avvocato Lìssevic’e ad Anna Akìmovna, nel racconto ‘Il violino di
Rotschild’, Marfa, la vecchia moglie di Jakov, fabbricante di bare e suonatore
di violino, invece del tè, beve, a causa della miseria, solo acqua calda. L’attenzione
pietosa di Čechov! A me sembra che Čechov descriva la Russia, creando un grande
affresco meraviglioso, con un occhio vergine, curioso e innamorato; e ne fanno
fede la grande attenzione ai particolari e il suo stile semplice, che a volte
sembra ingenuo e persino evangelico. Nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, la
morte della moglie Marfa induce Jakov,
vissuto fino ad allora in uno stordimento senza memoria, a ripensare alla sua
intera esistenza. “Si rammentò di nuovo che in tutta la sua vita non una volta
aveva avuto pietà di Marfa ed era stato affettuoso con lei”. Nel suo ritorno al
passato, Jakov, dopo cinquant’anni di smemoratezza, ritrova il salice in riva
al fiume, dove, da giovani, lui e la moglie cantavano canzoni. “Sì, era proprio
quel salice: verde, silenzioso, malinconico. Com’era invecchiato, poveretto!”.
Le riflessioni di Jakov sono semplici: perché gli uomini fanno sempre proprio
ciò che non bisogna? perché si impediscono a vicenda di vivere? Jakov seduto
sulla soglia della sua isba, suona il violino pensando alla vita perduta e le
lacrime gli corrono per le guance. Morendo, lascia il violino a Rotschild, un
paesano che in vita aveva tanto detestato. Già solo nel breve racconto di Jakov
e della moglie Marfa risplendono la forza e l’acutezza di Čechov nel costruire
caratteri, e la sua sensibilità nel seguirne lo sviluppo, fino -quasi sempre-
ad un momento supremo di crisi morale. Nella cornice antica di una Russia
ottocentesca, i caratteri più riusciti mi sembrano quelli più moderni, cioè
segnati da una personalità tiepida e oscillante. Nel ‘Racconto di uno
sconosciuto’, il giovane e agiato impiegato Orlòv, presso il quale lo
‘sconosciuto’ presta servizio come domestico, rappresenta uno di questi eroi
della società moderna. Prima di congedarsi, lo sconosciuto, che in realtà è un
militante di una formazione rivoluzionaria, di famiglia nobile, gli scrive una
lettera dove traccia un suo sarcastico ritratto. “… Sì, voi leggete molto e la
marsina dell’europeo vi sta a pennello, ma tuttavia con qual delicata cura,
puramente asiatica, vi preservate dalla fame, dal freddo, dallo sforzo fisico,
dal dolore e dall’inquietudine! quanto presto la vostra anima s’è chiusa nella
veste da camera! che parte di vigliacco avete fatto di fronte alla vita reale e
alla natura!... E la vostra ironia? Il pensiero vivo, libero e ardito è
indagatore e imperioso; invece per la mente pigra e oziosa è insopportabile… Vi
siete armato di un atteggiamento ironico verso la vita, e il vostro pensiero,
frenato e spaurito, non osa saltare al disopra della palizzata che gli avete
posto davanti, e quando dileggiate le idee, che pretendete vi sian tutte note,
somigliate al disertore che fugge ignominiosamente dal campo di battaglia…”.
Quanti ne ho conosciuti, sul mio posto di lavoro, negli anni della contestazione, di personaggi che si atteggiavano a combattenti ed erano disertori! E sempre sul posto di
lavoro, che era una piccola società completa di tutti i tipi umani, ho
incontrato donne simili a Olga Ivànovna, protagonista del racconto ‘La
saltabecca’. Lei cantava, suonava il pianoforte, dipingeva, modellava,
recitava, ecc. “Ma in nulla la sua genialità si esprimeva così vivamente come
nella sua abilità di far presto conoscenza e stringere relazione con le persone
celebri. Bastava che qualcuno venisse solo un pochino in fama e facesse parlar
di sé, perché ella già cercasse di conoscerlo e nello stesso giorno se lo
amicasse e lo invitasse a casa sua”. Nel racconto ‘Il monaco nero’, il giovane
intellettuale Andréi Vassilievic’ Kovrìn, malato di nervi, ha delle
allucinazioni: ogni tanto gli appare un monaco vestito di nero, con la barba
bianca e le sopracciglia nere. Già al primo incontro, la sola vista del monaco lo rende allegro,
radioso, ispirato. All’incontro successivo, nel vasto giardino della famiglia
che lo ospita, Kovrìn ha una conversazione con il monaco. Il giovane sa bene
che il religioso è solo un miraggio e glielo dice, ma lui replica tranquillo:
“Io esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione è una parte della
natura, dunque io esisto anche in natura”.
Il monaco rivela che lui, Kovrìn, è un eletto di Dio, che i suoi
pensieri e il suo meraviglioso sapere e tutta la sua vita hanno il suggello
divino e sono consacrati a ciò che è ragionevole e bello, cioè all’eterna
verità. Kovrìn obietta che, se il monaco è un’allucinazione, allora lui è
psichicamente malato. Ma il religioso risponde che la genialità è parente della
follia e che le persone sane e normali sono uomini del gregge e si occupano
solo della vita presente. Kovrìn torna verso casa allegro e felice: le parole
del monaco avevano lusingato non il suo amor proprio, ma tutta l’anima, tutto
l’essere suo. Quelle parole non sembrano esagerate al giovane studioso, perché è
ben consapevole che tutta la sua vita passata è stata casta e pura. “Cara
Tania, io sono così lieto, così lieto!”, dice alla figlia del padrone di casa,
innamoratissima di lui. Kovrìn sposa Tania, ma quando la ragazza si accorge che
il marito parla da solo, immaginando di parlare col monaco nero, lo fa curare e
lo guarisce dalla pazzia. Però Kovrìn, dopo la guarigione, non è più lui:
l’anno prima, era gaio e vivace, ora ha il viso ingrassato e sbiancato, la
testa rasata, senza più i suoi lunghi bei capelli e l’andatura fiacca. Nascono
in lui un rimprovero e un odio implacabili verso la moglie e il suocero.
“Perché, perché mi avete curato?... Io stavo diventando pazzo, avevo la mania
di grandezza, ma ero allegro, vivace e perfino felice, ero interessante e
originale. Adesso son divenuto più ragionevole e più posato, ma sono come
tutti: un mediocre e mi è noioso vivere. Avevo delle allucinazioni, ma a chi
ciò dava fastidio?”. Kovrìn diventa sempre più irritabile, capriccioso e
attaccabrighe, e la storia finisce in modo drammatico, con la separazione dei
coniugi e la morte del suocero. Io penso che Čechov, pur rispettando la
normalità di Tania e di suo padre, i cui sentimenti non sono affatto meschini,
abbia più simpatia per l’eccezionalità di Kovrìn. La sua confessata mania di
grandezza non acceca né la sua sensibilità, né la sua capacità di capire gli
altri, né si manifesta a danno degli
altri, E’ solo, io credo, la consapevolezza di far parte di una sfera superiore
di pensiero e di valori morali; più o meno lo stesso sentimento, mi sembra, che
doveva provare Arthur Koestler, quando parlava di sé come ‘freccia nell’azzurro’ (Arrow in the Blue); assomiglia all'estasi di Puškin, quando scriveva: “Chi dobbiamo servire – il popolo o
lo Stato? Non importa al poeta – lasciamoli aspettare!... Passeggiare sulla
scia di se stessi, ammirando le divine beltà della natura e sentire la propria
anima fondersi nell’ardore dell’ispirato disegno dell’uomo – questa è la vera
gioia, questi sono i diritti!”.