mercoledì 28 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La Casa della Cultura del Ponte di Mezzo

Nell’anno dell’alluvione frequentavo la Casa della Cultura del Ponte di Mezzo, una grande costruzione con un vasto giardino sul retro. Come tutte le case del popolo di quegli anni, ospitava le sezioni dei partiti di sinistra. Il segretario della sezione comunista si chiamava Mauro  Sbandati; era un timido spilungone e faceva il bidello in una scuola. Lo ricordo come un brav’uomo. Nei primi mesi del 1966 ebbi uno scontro con la redazione cittadina dell’Unità, che si era impegnata a fare un’inchiesta su un malaffare che avevo scoperto. Ma il caporedattore, alle prime reazioni dei malaffaristi, per quieto vivere, aveva rinunciato a proseguire e mi aveva scaricato. Mauro Sbandati mi accompagnò in via del Giglio ad affrontarlo. Durante la discussione quel sedicente giornalista, con gli occhietti cattivi in una faccia molle come il gorgonzola, si fece assistere da due suoi discepoli, uno per lato, e ripeté cento volte che l’ordine di non fare più l’inchiesta era venuto da Roma. La Casa della Cultura, assieme alla chiesa della Beata Vergine Maria (con annesso cinema parrocchiale), all’altro capo della lunga via Carlo del Prete, era l’unico punto d’incontro per gli operai e i piccoli impiegati del quartiere. Invece si incontravano sotto gli alberi di un piccolo giardinetto alcune decine di italiani che, alla fine della guerra, erano stati cacciati dalla Grecia, dove erano emigrati da generazioni. In quel tempo, sparsi in varie città italiane, c’erano migliaia di profughi italo-greci. Rimasero riconoscibili ancora per qualche anno, finché non si fusero con il resto della popolazione. Nella nostra vita di allora era molto presente la guerra americana contro il Vietnam, che nel 1966 aveva toccato forse il suo momento più tragico. In tutto il mondo milioni di persone manifestavano la loro protesta. Le foto della guerra pubblicate dai giornali avevano la grandiosa drammaticità degli antichi quadri della crocifissione. Nel novembre del 1965 avevo partecipato a una notte di veglia per il Vietnam al teatro Adriano di Roma, assieme a uomini politici, attori, cantanti e scrittori (ricordo Alfonso Gatto e Carlo Levi). Erano tutti animati da una sincerità e da un sentimento profondo che oggi è quasi impossibile trovare nei protagonisti della vita pubblica. In quella primavera, io, ancora un po’ inebriato dall’atmosfera dell’Adriano, proposi ai compagni del Ponte di Mezzo di fare un digiuno di qualche giorno per testimoniare la nostra partecipazione alle sofferenze del popolo vietnamita. Gli operai della sezione considerarono con ironia e scetticismo quella proposta da studente liceale, e oggi, dopo tanto tempo, sorrido anch’io di me stesso; ma nel gruppo c’era un operaio, Sergio Lagomarsino, che era un comunista mistico e appoggiò subito  l’idea del digiuno. Sergio era un giovanotto grande e calmo di 29 anni, con uno sguardo ironico e malinconico. Nel nostro gruppo aveva una autorevolezza indiscussa perché sapeva sviscerare ogni argomento mettendone in luce gli aspetti più umani. Non tutti si lasciavano convincere dai suoi slanci sentimentali, anzi parecchi ne diffidavano (tra gli altri, tre giovani sorelle operaie, ciascuna diversissima dalle altre, che marciavano però sempre insieme, come i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua), ma non trovavano argomenti per opporsi alle visioni di Sergio. Alla fine fu deciso di fare un digiuno di tre giorni, dormendo nel salone della Casa della Cultura. Parteciparono quattro persone: Sergio e la moglie Valeria, Peparini, un operaio allegro e disponibile, ed io.  Eravamo solo quattro, ma mandammo un comunicato ai giornali e invitammo tutti a partecipare all’ultima serata di dibattito. Vennero molti cattolici, specialmente della comunità di Don Luigi Rosadoni, della Nave a Rovezzano. Venne anche qualche mio collega di lavoro, con gli occhi teneri come se io mi fossi votato al martirio. Invece per noi quattro digiunatori quei tre giorni furono quasi una scampagnata, una piccola avventura da boy-scout, che si concluse, nella tarda serata dell’ultimo giorno, in una trattoria di via Carlo del Prete.

 

venerdì 16 gennaio 2026

Firenze prima dell'alluvione. La trattoria della Vera, in via delle Brache

Prima dell’alluvione abitavo in un piccolo appartamento in una lontana periferia di Firenze, e per andare al lavoro prendevo un filobus che, attraversando il centro, arrivava all’altro capo della città. Avevo poco più di vent’anni e vivevo da solo, ma non sopportavo la solitudine e restavo tutto il giorno fuori casa. Dopo il lavoro in biblioteca, passavo il pomeriggio con amici studenti, e la sera andavo al cinema. Ero arrivato da poco a Firenze, e imparai a conoscere le strade e le piazze andando alla scoperta dei cinema sperduti delle periferie, sale parrocchiali e di terz’ordine: il cinema Azzurri, il Faro, l’Artigianelli, e tanti altri ormai spariti da anni. Per mangiare, sia a pranzo che a cena, girovagavo per le trattorie economiche e le mense popolari del centro: Cesarino in via dei Pepi, la mensa di San Francesco in piazza SS. Annunziata, quella dei ferrovieri in via Alamanni, Frizzi in Borgo Albizi, la mensa degli studenti in via San Gallo… Una vita randagia. Ma a pranzo andavo quasi sempre da Vera, che aveva una piccola trattoria in via delle Brache, nel punto in cui sbocca in piazza Peruzzi. Questa via è piuttosto un vicolo che non una strada, nel centro antico di Firenze, fra Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. A metà degli anni Sessanta, quando non erano ancora cominciate le lunghe processioni di turisti, piazza Peruzzi era un luogo silenzioso lontano dal tempo presente. Oltre alla trattoria, c’era solo un venditore di legna e carbone. La trattoria era microscopica. Dalla strada si scendeva una rampa di scale e si arrivava a due camerette con pochi tavolini. Vera cucinava per non più di sei o sette persone. I clienti andavano direttamente in cucina per ordinare piatti che lei preparava al momento. Era una bella donna del popolo di forse cinquant’anni, con una simpatica parlata toscana. I suoi capelli erano neri e lisci, raccolti dietro la testa, e lasciavano scoperto un viso schietto con neri occhi gentili. I clienti della trattoria erano sempre gli stessi: il barbiere di via dei Benci, un magazziniere, un operaio, uno studente fuori sede… Sul gruppetto dominava “il ragioniere”, arguto chiacchierone che, per essere un lettore devoto della Nazione, si dava arie di persona colta. Quando il 4 novembre del 1966 l’acqua dell’Arno invase il centro di Firenze, la trattoria della Vera si riempì di fango e di nafta e non riaprì più. Passarono alcuni anni. Un giorno di febbraio del 1971, mi trovavo in una sala d’aspetto del reparto maternità dell’ospedale di Careggi. Mia moglie aveva partorito da poche ore la nostra prima figlia. Ad un tratto mi sentii chiamare: “Fabrizio…!”. Mi venne incontro una signora sconosciuta avvolta in una vestaglia. Era una ricoverata. Aveva i capelli bianchi e lunghi sulle spalle e un viso così asciugato dalla malattia, che sembrava trasparente, lo sguardo profondo e calmo di chi ha accettato la sofferenza. “Sono la Vera…!”. La portai al letto di mia moglie per farle vedere nostra figlia. Cara Vera…

 

giovedì 8 gennaio 2026

Marcello Veneziani ha preso una brutta piega

Marcello Veneziani è un intellettuale poliedrico maestro di molte cose: letteratura, filosofia, politica interna, politica internazionale, arte, costume, ecc. ecc. I suoi articoli sono sempre brillanti e spesso molto spiritosi. E’ certamente un uomo intelligente, apprezzato perfino a sinistra. Nientemeno che il grande pensatore Umberto Galimberti ha affermato di avere molto rispetto per lui. Però io trovo che da quando c’è il governo Meloni, Veneziani è diventato meno intelligente e meno spiritoso. Scrive sempre delle cose condivisibili e interessanti, ma le dice con tanta circospezione e tiepidezza, che in pratica la sua conclusione è sempre questa: “Io, che sono intelligente, capisco che le cose vanno male, e poiché sono anche onesto, dico le cose che ho capito. Però, signori miei, non possiamo farci niente e bisogna rassegnarsi”. Il suo articolo “Il mondo ha preso una brutta piega” è l’ultimo esempio di questa tiepida rassegnazione. Di fronte all’impresa di Trump, scrive, l’Italia balbetta, ma non può fare altro che adeguarsi. “E d’altra parte se davanti al Venezuela, come davanti all’Ucraina e alla Palestina, avesse assunto un’altra posizione, probabilmente non starebbe ancora là, il governo Meloni. Dunque, è perfettamente comprensibile la situazione di chi sta al governo”. Perché, scrive Veneziani, “l’imperativo categorico dei governi è durare, sopravvivere al potere”. Ma lui, che è anche filosofo, dovrebbe sapere che l'imperativo categorico di un governo non è durare, ma lavorare per il benessere del proprio popolo. Rimanere attaccati alla poltrona a tutti i costi è, invece, solo l’imperativo categorico dei nostri politici servili, bugiardi e inetti. Veneziani si mette in una posizione molto ambigua: giustifica la viltà del governo (il quale, secondo lui, “prende atto della forza, è realista”) e il suo asservimento agli Stati Uniti, e considera una condizione ormai naturale che l’Italia sia una colonia americana; ma nello stesso tempo si illude di essere un intellettuale intrepido perché dice queste mezze verità, e vanta il proprio “amore sobrio e tenace per l’Italia”. L’aggettivo ‘sobrio’ sembra un eufemismo per dire ‘sommesso’, ‘rassegnato’. Come è stato già detto, a volte la cultura corrompe: allontana dalla realtà e la sostituisce con una sua pallida immagine.

Stefan Zweig (1881-1942). Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica. Mondadori, 1948

A Luigi Russo le biografie scritte da Stefan Zweig piacevano poco. Il grande storico della letteratura doveva provare, credo, un certo disdegno accademico e professorale verso le opere di divulgazione destinate a un largo pubblico di lettori. Eppure questo libro su Maria Antonietta è una biografia eccellente, scritta in una prosa sostenuta, con grande acume psicologico, intelligenza storica e conoscenza delle fonti. Siamo ben lontani dalle biografie di certi giornalisti italiani scritte in un modo sciatto che strizza l’occhio al parlare corrivo della gente comune. L’unico difetto del libro di Zweig è la prolissità: indugia troppo nelle caratterizzazioni psicologiche e descrive le atmosfere e gli ambienti con eccessiva abbondanza di pennellate. Ma seguendo la vita della regina francese, mi sono sentito immerso nelle vicende di quel tempo in modo un po’ più consapevole che non leggendo i libri di Soboul, di Mathiez, di Gaxotte. Zweig si laureò nel 1904 con una tesi su Hippolyte Taine, la cui opera sulla Rivoluzione francese “Le origini della Francia contemporanea” è un capolavoro che certo ha contribuito a formare l’interpretazione psicologica e morale dei fatti storici dello scrittore austriaco. 

 

mercoledì 12 novembre 2025

Beatrice Venezi, direttore d'orchestra

Beatrice Venezi forse è raccomandata, forse è anche incompetente, però dimostra di avere una qualità rara che i suoi critici musicofili, accaniti come vespe, non sanno vedere: di fronte ai sarcasmi puerili e agli attacchi rumorosi, mantiene un altero silenzio. Anche questa è musica!
 

lunedì 20 ottobre 2025

Elio Chinol (1922-1996). La vita perduta. Longanesi, 1974

Elio Chinol lo ricordo come collaboratore dell’Espresso, quando quel giornale era grande come un letto a due piazze e pubblicava solo foto in bianco e nero. Ho trovato per caso questo romanzo sconosciuto (nemmeno un commento in internet) e non ho resistito al richiamo di quel titolo. ‘La vita perduta’, pubblicato nel 1972, racconta le vicissitudini del popolino che abita in un vicolo di Treviso verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso. Tutta gente povera e spesso malandata: operai, anziani ubriaconi, ladruncoli, prostitute, giovani balordi, mogli infelici e sognatrici, ragazzi di strada simpatici e avventurosi oppure, come nel caso del narratore, con la passione per lo studio e destinati a una vita migliore. Il riferimento morale di tutte queste persone, almeno ufficialmente, è il parroco, coadiuvato, per le opere di beneficenza e per tenere i rapporti con le altre donne del vicolo, dalla sorella nubile. Un microcosmo così pullulante di vita cittadina non era la prima volta che veniva rappresentato in un romanzo. Un precedente classico è la fiorentina via del Corno, i cui abitanti sono descritti con realismo lirico da Vasco Pratolini nel suo ‘Cronache di poveri amanti’. Però nel romanzo di Chinol, di lirico non c’è niente, ma non c’è nemmeno il crudo realismo di altre descrizioni dello stesso mondo popolare. Qui, nella ‘Vita perduta’, raccontata quasi per intero in una lingua tutta parlata che indulge al dialetto, c’è un equilibrio raro fra divertita leggerezza e composta serietà. Si sorride per molte vicende buffe vissute dai personaggi, ma si mostra una sobria pietà per la malattia e la morte. Il romanzo, quindi, anche se si esprime in una forma già usata di autobiografismo, ha una ispirazione autentica e originale; l’Autore sa dare vita ai suoi personaggi e li fa sembrare veri e convincenti. La ventina di pagine in cui il narratore racconta il suo amore per Isabella Rivoli, ricca ragazza diciottenne che si fa chiamare Beba, sono le più belle del romanzo, così intensamente belle che sembrano un episodio estraneo al racconto. Sia il narratore che la ragazza sono descritti con una leggerezza e una verità in cui è commovente riconoscersi. L’innamorato scrive poesie e le porta a leggere al Mainardi, un giovane appena sopra i vent’anni, autodidatta, appassionato di letteratura. Il Maina, benché compaia poco e in secondo piano, è assieme al Ceo, ragazzo ribelle e avventuroso, il personaggio più originale del romanzo. E’ un artista che vuole fare della religione dell’arte la ragione della sua vita e  si tormenta nella fatica di rendere in lingua il mondo dialettale. “Una volta che era andato a comperare un’anguria, il fruttivendolo, un omaccione gigantesco, gliene aveva scelto una e per rassicurarlo che era buona gliel’aveva avvicinata all’orecchio e l’aveva fatta scricchiolare stringendola fra le sue mani enormi. <El senta, el senta>, gli aveva detto, <ea sgrenze come a testa de un putèo>”. Il Maina era rimasto impressionato da questa frase. <Che bello, ostia! Che forte! E’ quasi una sensazione fisica, lo senti nei denti. Ma se lo traduci nella lingua con ‘scricchiola’, non ti resta più niente>.

 

venerdì 19 settembre 2025

Anton Cechov (1860-1904). Il monaco nero (Tutti i racconti, IX). Biblioteca universale Rizzoli, 1976

Da alcuni mesi rileggo lentamente i racconti di Čechov nell’edizione della Biblioteca universale Rizzoli. Alcune raccolte le ho commentate, altre (Il fiammifero svedese, Uno scherzetto) no, per non ripetere cose già dette. Il volume ‘Il monaco nero’ mi suggerisce, invece,  osservazioni in parte nuove.  Čechov descrive i suoi personaggi, le case, l’abbigliamento e tutto ciò che può avere un significato con una attenzione e uno scrupolo che, in apparenza, sembrano appartenere a un antropologo o a un viaggiatore che venga da lontano a visitare un paese sconosciuto. Sono nominati con una precisione sorprendente, per esempio, i piatti che lo scrittore offre ai suoi personaggi, quando li mette a tavola. All’avvocato Lìssevic’, nel racconto ‘Il regno delle donne’, “piace mangiar bene, specialmente formaggi, tartufi, rafano grattugiato con olio di canapa, e a Parigi, a suo dire, mangiò budella arrosto nemmeno lavate”. Anna Akìmovna, la giovane e sensibile protagonista dello stesso racconto, beve una certa infusione molto amara e assaggia un po’ di carne salata con la senape. Poi la domestica serve una tacchina, mele in conserva e uva spina. “Dopo cena tolsero dalla tavola la tovaglia e vi misero su dei piatti con panforti alla menta, noci e uva passa”. La precisione di Čechov non è la meticolosità di uno studioso che osservi quel mondo dall’esterno, ma è il segno di una presenza e di una partecipazione sentimentale e, direi, anche fisica. Non importa all’autore che quei riti domestici siano a volte sgradevoli e persino disgustosi. L’avvocato Lìssevic’ “pregustava il pranzo, lo mangiava già mentalmente e si deliziava. Quando poi Anna Akìmovna lo condusse a braccetto in sala da pranzo ed egli, finalmente, si versò un bicchierino di vodca e si pose in bocca un pezzetto di salmone, allora si mise perfino a far le fusa dal piacere. Masticava in modo rumoroso, repellente, emettendo certi suoni dal naso, e i suoi occhi intanto diventavano untuosi e pieni di bramosia”. Qui il modo di mangiare diventa satira, mentre in altre occasioni è solo espressione di affabile convivialità. Ma in ambedue i casi, l’amore di Čechov per i dettagli della vita quotidiana dice quanto sia grande in lui il sentimento di essere russo, di appartenere, anche se a volte dolorosamente, a quel mondo. All’altro capo della scala sociale, rispetto all’avvocato Lìssevic’e ad Anna Akìmovna, nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, Marfa, la vecchia moglie di Jakov, fabbricante di bare e suonatore di violino, invece del tè, beve, a causa della miseria, solo acqua calda. L’attenzione pietosa di Čechov! A me sembra che Čechov descriva la Russia, creando un grande affresco meraviglioso, con un occhio vergine, curioso e innamorato; e ne fanno fede la grande attenzione ai particolari e il suo stile semplice, che a volte sembra ingenuo e persino evangelico. Nel racconto ‘Il violino di Rotschild’, la morte della moglie Marfa  induce Jakov, vissuto fino ad allora in uno stordimento senza memoria, a ripensare alla sua intera esistenza. “Si rammentò di nuovo che in tutta la sua vita non una volta aveva avuto pietà di Marfa ed era stato affettuoso con lei”. Nel suo ritorno al passato, Jakov, dopo cinquant’anni di smemoratezza, ritrova il salice in riva al fiume, dove, da giovani, lui e la moglie cantavano canzoni. “Sì, era proprio quel salice: verde, silenzioso, malinconico. Com’era invecchiato, poveretto!”. Le riflessioni di Jakov sono semplici: perché gli uomini fanno sempre proprio ciò che non bisogna? perché si impediscono a vicenda di vivere? Jakov seduto sulla soglia della sua isba, suona il violino pensando alla vita perduta e le lacrime gli corrono per le guance. Morendo, lascia il violino a Rotschild, un paesano che in vita aveva tanto detestato. Già solo nel breve racconto di Jakov e della moglie Marfa risplendono la forza e l’acutezza di Čechov nel costruire caratteri, e la sua sensibilità nel seguirne lo sviluppo, fino -quasi sempre- ad un momento supremo di crisi morale. Nella cornice antica di una Russia ottocentesca, i caratteri più riusciti mi sembrano quelli più moderni, cioè segnati da una personalità tiepida e oscillante. Nel ‘Racconto di uno sconosciuto’, il giovane e agiato impiegato Orlòv, presso il quale lo ‘sconosciuto’ presta servizio come domestico, rappresenta uno di questi eroi della società moderna. Prima di congedarsi, lo sconosciuto, che in realtà è un militante di una formazione rivoluzionaria, di famiglia nobile, gli scrive una lettera dove traccia un suo sarcastico ritratto. “… Sì, voi leggete molto e la marsina dell’europeo vi sta a pennello, ma tuttavia con qual delicata cura, puramente asiatica, vi preservate dalla fame, dal freddo, dallo sforzo fisico, dal dolore e dall’inquietudine! quanto presto la vostra anima s’è chiusa nella veste da camera! che parte di vigliacco avete fatto di fronte alla vita reale e alla natura!... E la vostra ironia? Il pensiero vivo, libero e ardito è indagatore e imperioso; invece per la mente pigra e oziosa è insopportabile… Vi siete armato di un atteggiamento ironico verso la vita, e il vostro pensiero, frenato e spaurito, non osa saltare al disopra della palizzata che gli avete posto davanti, e quando dileggiate le idee, che pretendete vi sian tutte note, somigliate al disertore che fugge ignominiosamente dal campo di battaglia…”. Quanti ne ho conosciuti, sul mio posto di lavoro, negli anni della contestazione, di personaggi che si atteggiavano a combattenti ed erano disertori! E sempre sul posto di lavoro, che era una piccola società completa di tutti i tipi umani, ho incontrato donne simili a Olga Ivànovna, protagonista del racconto ‘La saltabecca’. Lei cantava, suonava il pianoforte, dipingeva, modellava, recitava, ecc. “Ma in nulla la sua genialità si esprimeva così vivamente come nella sua abilità di far presto conoscenza e stringere relazione con le persone celebri. Bastava che qualcuno venisse solo un pochino in fama e facesse parlar di sé, perché ella già cercasse di conoscerlo e nello stesso giorno se lo amicasse e lo invitasse a casa sua”. Nel racconto ‘Il monaco nero’, il giovane intellettuale Andréi Vassilievic’ Kovrìn, malato di nervi, ha delle allucinazioni: ogni tanto gli appare un monaco vestito di nero, con la barba bianca e le sopracciglia nere. Già al primo incontro, la  sola vista del monaco lo rende allegro, radioso, ispirato. All’incontro successivo, nel vasto giardino della famiglia che lo ospita, Kovrìn ha una conversazione con il monaco. Il giovane sa bene che il religioso è solo un miraggio e glielo dice, ma lui replica tranquillo: “Io esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione è una parte della natura, dunque io esisto anche in natura”.  Il monaco rivela che lui, Kovrìn, è un eletto di Dio, che i suoi pensieri e il suo meraviglioso sapere e tutta la sua vita hanno il suggello divino e sono consacrati a ciò che è ragionevole e bello, cioè all’eterna verità. Kovrìn obietta che, se il monaco è un’allucinazione, allora lui è psichicamente malato. Ma il religioso risponde che la genialità è parente della follia e che le persone sane e normali sono uomini del gregge e si occupano solo della vita presente. Kovrìn torna verso casa allegro e felice: le parole del monaco avevano lusingato non il suo amor proprio, ma tutta l’anima, tutto l’essere suo. Quelle parole non sembrano esagerate al giovane studioso, perché è ben consapevole che tutta la sua vita passata è stata casta e pura. “Cara Tania, io sono così lieto, così lieto!”, dice alla figlia del padrone di casa, innamoratissima di lui. Kovrìn sposa Tania, ma quando la ragazza si accorge che il marito parla da solo, immaginando di parlare col monaco nero, lo fa curare e lo guarisce dalla pazzia. Però Kovrìn, dopo la guarigione, non è più lui: l’anno prima, era gaio e vivace, ora ha il viso ingrassato e sbiancato, la testa rasata, senza più i suoi lunghi bei capelli e l’andatura fiacca. Nascono in lui un rimprovero e un odio implacabili verso la moglie e il suocero. “Perché, perché mi avete curato?... Io stavo diventando pazzo, avevo la mania di grandezza, ma ero allegro, vivace e perfino felice, ero interessante e originale. Adesso son divenuto più ragionevole e più posato, ma sono come tutti: un mediocre e mi è noioso vivere. Avevo delle allucinazioni, ma a chi ciò dava fastidio?”. Kovrìn diventa sempre più irritabile, capriccioso e attaccabrighe, e la storia finisce in modo drammatico, con la separazione dei coniugi e la morte del suocero. Io penso che Čechov, pur rispettando la normalità di Tania e di suo padre, i cui sentimenti non sono affatto meschini, abbia più simpatia per l’eccezionalità di Kovrìn. La sua confessata mania di grandezza non acceca né la sua sensibilità, né la sua capacità di capire gli altri,  né si manifesta a danno degli altri, E’ solo, io credo, la consapevolezza di far parte di una sfera superiore di pensiero e di valori morali; più o meno lo stesso sentimento, mi sembra, che doveva provare Arthur Koestler, quando parlava di sé come  ‘freccia nell’azzurro’ (Arrow in the Blue); assomiglia all'estasi di Puškin, quando scriveva: “Chi dobbiamo servire – il popolo o lo Stato? Non importa al poeta – lasciamoli aspettare!... Passeggiare sulla scia di se stessi, ammirando le divine beltà della natura e sentire la propria anima fondersi nell’ardore dell’ispirato disegno dell’uomo – questa è la vera gioia, questi sono i diritti!”.