lunedì 12 giugno 2023

Fëdor Dostoevskij. Ricordi dal sottosuolo. Biblioteca universale Rizzoli, 1975

 

Quando lavoravo come bibliotecario, fino a circa vent’anni fa, avevo un collega che faceva pensare, almeno per il suo comportamento esteriore, al protagonista di questo romanzo di Dostoevskij. Era sentimentale e maligno, pavido  e arrogante, ignorante e vanitoso della sua laurea; voleva essere tenuto nella massima considerazione, ma poltriva senza amor proprio in un lavoretto che aveva trasformato in una sinecura. A lui calzava a pennello la definizione che Schopenhauer dette degli italiani: non si credeva inferiore a nessuno, ma si riteneva buono a nulla. Amici, non ne aveva, e si capiva che la solitudine lo stringeva in una morsa dolorosa. Io mi addolcii un poco verso di lui, perché una volta, parlando con me di un collega cinico e carrierista, dette un giudizio che mi colpì per la sua ingenua sensibilità. Disse: “E’ senza cuore!”.

Alcuni anni dopo che avevo lasciato il lavoro, mi telefonò inaspettatamente, dicendomi che io ero una persona “così e così” e che avrebbe avuto piacere di incontrarmi. Nell’arco di alcuni mesi ci vedemmo qualche volta al ristorante. Quando gli dissi che stavo traducendo uno scrittore latino, ne fu ammirato e attaccò a magnificare la cultura classica. Ma già la volta successiva, guardandomi con una smorfia di scontentezza e di disapprovazione, mi sibilò: “Sì, ma a che serve? tu traduci col vocabolario…”. Capii allora che il suo bisogno di offendere e sminuire era incoercibile.

Ricordo questi pochi tratti “dostoevskijani” del mio antico collega, che a distanza di tempo mi sembrano quasi divertenti, come  introduzione alla conoscenza del protagonista del romanzo. “L’uomo del sottosuolo”, così complesso e originale nel 1864, anno di pubblicazione, è l’archetipo di un tipo d’uomo, sostanzialmente anonimo, che,  nei decenni successivi, e fino ad oggi, è diventato piuttosto comune. Il pregio del libro consiste nell’aver portato alla luce del sole i segreti impulsi e i pensieri che spiegano gli strani comportamenti di questo personaggio.

Egli dice di se stesso: “... in realtà non m’è mai riuscito di diventare malvagio… Io, non dico malvagio, ma niente son riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né ribaldo, né onesto, né eroe, né insetto. E ora trascino la vita nel mio angolo, tenendomi su con la maligna e magrissima consolazione che un uomo intelligente non può in verità diventar nulla e che solo gli sciocchi diventano qualcosa. Sì, l’uomo del diciannovesimo secolo deve per forza, è moralmente tenuto a essere una creatura sostanzialmente priva di carattere”. Specialmente, aggiunge Dostoevskij, se “un uomo evoluto del nostro infelice diciannovesimo secolo” ha, per soprammercato, la disgrazia di abitare a Pietroburgo, “la più astratta e premeditata città dell’intero globo”. “Astratta e premeditata”, come anche “infelice”, sono aggettivi che si adattano alla perfezione anche alle nostre città e al nostro tempo, dominato da una tecnologia e da una burocrazia disumane. L’uomo del sottosuolo completa il proprio autoritratto: “Quanto più avevo coscienza del bene e di tutte quelle tali cose ‘belle e sublimi’, tanto più affondavo nel mio fango e tanto più ero disposto a metterci radici… Non solo una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia”. L’uomo del sottosuolo è abulico e rassegnato, rinunciatario e passivo. Ha un sentimento così chiaro della propria bassezza, che ne prova voluttà. Da lui nascono quegli anti-eroi dei romanzi moderni che, come lui, possono affermare di sé: “Nessuno mi somigliava e io non somigliavo a nessuno. Io sono solo, mentre loro sono tutti”. L’unica qualità che non gli manca è la lucidità. Egli ritiene di essere negato per l’azione perché è un uomo di pensiero, un uomo dalla coscienza raffinata, che però non è figlio della natura e della vita reale, ma prodotto artificioso di laboratorio. Solo gli “uomini immediati e d’azione”, stupidi e limitati ma normali figli “della natura e della verità”, possono vivere e sopportare con tranquillità la vita di tutti i giorni. L’uomo del sottosuolo invidia questi uomini immediati e d’azione con tutto il proprio livore, però è felice (se si può usare questo aggettivo, per lui inappropriato) di essere intelligente e di capire il mondo. La sua acuta intelligenza gli crea dei problemi di equilibrio nervoso. Lui si chiede: “Che cosa è meglio: una volgare felicità o una elevata sofferenza?”. Ma, poiché è nell’impossibilità di scegliere, la sua, per sua stessa ammissione, è solo una domanda oziosa.

La prima parte del romanzo è analitica e speculativa, mentre la seconda parte descrive due concrete situazioni d’azione narrate con il talento artistico del miglior Dostoevskij. Il maggior pregio del libro, a mio parere, è nella analisi della società che l’uomo del sottosuolo fa nella prima parte, rivolgendosi a un immaginario pubblico di intellettuali e politici “progressisti”. Voi, signori sapientoni, credete che gli interessi dell’umanità siano la prosperità, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera eccetera, e che chi non è d’accordo sia un oscurantista o un pazzo da legare. Voi sostenete che la civiltà e il progresso addolciscono l’uomo e lo rendono meno sanguinario e meno disposto alla guerra. Ma l’uomo è tanto ghiotto di sensazioni e di avventure, da essere pronto a travisare deliberatamente la verità, a vendersi gli occhi e le orecchie e a compiere scelte contrarie ai propri interessi. Ma guardatevi attorno: il sangue scorre a fiumi, allegramente, come fosse champagne. Che cosa addolcisce in noi la civiltà? La civiltà sviluppa nell’uomo soltanto la varietà delle sensazioni e nient’altro. Anzi, facilmente l’uomo arriverà al punto di trovare piacere nel sangue. La civiltà, se non si voglia dire che ha reso l’uomo in assoluto più sanguinario, l’ha reso almeno più bassamente e schifosamente sanguinario. Prima egli vedeva nello spargimento di sangue un atto di giustizia, e massacrava il nemico con la coscienza tranquilla; adesso, pur considerando lo spargimento di sangue un abominio, a questo abominio ci abbandoniamo ugualmente, e anzi più di prima.

Oggi che guerre vili e insulse insanguinano il mondo intero, queste parole di Dostoevskij trovano la loro completa realizzazione.


1 commento:

prati a dondolo ha detto...

Bello. E mi hai fatto anche venire voglia di leggere il libro.